giovedì 4 agosto 2011

CAPITOLO 11 Caritas non quaerit quae sua sunt. Chi ama Gesù Cristo cerca di staccarsi da tutto il creato

CAPITOLO XI

Caritas non quaerit quae sua sunt.
Chi ama Gesù Cristo
cerca di staccarsi da tutto il creato.
1. Chi vuol amare Gesù Cristo con tutto il cuore bisogna che discacci dal cuore ogni cosa che non è Dio ma è amor proprio. Questo importa il non quaerere quae sua sunt, il non cercare se stesso, ma solo quel che piace a Dio. E questo è quel che il Signore domanda da ognuno di noi, allorchè ci dice: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo (Matth. XXII, 37).
Per amare Dio con tutto il cuore vi bisognano due cose: per 1º levarne la terra, per 2º riempirlo di santo amore. Onde quel cuore in cui sta qualche affetto terreno non può esser mai tutto di Dio. Dicea S. Filippo Neri che quanto amore noi mettiamo alle creature, tanto ne togliamo a Dio. Or come si purga il cuore dalla terra? Si purga colle mortificazioni e col distacco dalle cose create. Si lamentano certe anime che cercano Dio e non lo trovano; ascoltino costoro quel che loro dice S. Teresa: «Distacca il cuore dalle creature, e cerca Dio che lo troverai».
2. L'inganno sta che alcuni vogliono farsi santi, ma a modo loro: vogliono amar Gesù Cristo, ma secondo il lor genio, senza lasciar quei loro divertimenti, quella vanità di vestire, quei cibi più golosi: amano Dio, ma se non giungono ad ottener quell'officio vivono inquieti: se poi son toccati nella stima diventano di fuoco: se non guariscono da quell'infermità perdono la pazienza. Amano Dio, ma non lasciano l'affetto alle ricchezze, agli onori del mondo ed alla vanità di esser tenuti per nobili, per sapienti e migliori degli altri. Questi tali vanno all'orazione, vanno alla comunione, ma, perchè vi portano i cuori pieni di terra, poco profitto ne ricavano. A costoro il Signore neppure lor parla, perchè vede che ci perde le parole. Ciò appunto disse un giorno a S. Teresa: «Io parlerei a molte anime, ma il mondo fa molto strepito alle loro orecchie, sì che la mia voce non può da loro udirsi. Oh se si appartassero un poco dal mondo!» — Chi dunque sta pieno di affetti terreni non è capace neppur di sentire la voce di Dio che gli parla. Ma infelice chi tiene attacco a' beni sensibili di questa terra; non sarà difficile che, da essi accecato, lasci un giorno di amar Gesù Cristo e, per non perdere questi beni passaggieri, perda in eterno Dio, bene infinito. Dicea S. Teresa: «Giustamente ne siegue che chi va appresso a beni perduti resti ancor esso perduto».
3. Scrive S. Agostino (Lib. 1. cap. 22. De cons. etc.) che Tiberio Cesare volea che dal senato romano fosse tra' dei aggregato anche Gesù Cristo; ma il senato non volle ammetterlo, dicendo che questo era un Dio superbo che voleva esser solo a farsi adorare senza compagni. Tutto è vero: Iddio vuol essere solo ad esser adorato ed amato da noi, non già per superbia, ma perchè se lo merita, ed anche per l'amore che ci porta. Egli, perchè ci ama assai, vuol tutto il nostro amore, e perciò sta geloso di non vedere altri che si prendano parte di quei cuori che egli vuole tutti per sè. Zelotipus est Iesus, dice S. Girolamo, e perciò non vuole che mettiamo affetto ad altra cosa fuori di lui. E se mai vede che qualche oggetto creato ha parte in un cuore, in certo modo gli porta invidia, come scrive l'apostolo S. Giacomo, perchè non soffre di aver rivali nell'amore, ma vuol esser solo ad esser amato: An putatis quia inaniter Scriptura dicat: Ad invidiam concupiscit spiritus qui habitat in vobis? (Iac. IV, 5). Il Signore ne' sagri Cantici loda la sua sposa dicendo: Hortus conclusus soror mea sponsa (Cant. IV, 12). La chiama orto chiuso, perchè l'anima sposa tiene chiuso il cuore ad ogni amore terreno per conservarvi solamente quello di Gesù.
Forse Gesù non si merita tutto il nostro amore? Ah che troppo se lo merita e per la sua bontà e per l'affetto che ci porta. Ciò ben l'intendono i santi, e perciò dicea S. Francesco di Sales: «Se io sapessi di aver nel mio cuore una fibra che non fosse di Dio, me la vorrei subito strappare».
4. Desiderava Davide di aver le ali libere dalla pania di ogni affetto mondano per volare e riposarsi in Dio: Quis dabit mihi pennas sicut columbae, et volabo, et requiescam? (Ps. LIV, 7). Molte anime vorrebbero elle vedersi sciolte da ogni laccio di terra per volare a Dio, e farebbero in vero gran voli nella santità se si distaccassero da ogni cosa di questo mondo; ma perchè conservano qualche picciola affezione disordinata e non si fanno forza per isbrigarsene, restano sempre a languire nella loro miseria senza mai alzare un piede da terra. Dicea S. Giovanni della Croce: «L'anima che sta attaccata coll'affetto a qualunque cosa, anche minima, per molte virtù che tenga, non giungerà mai alla divina unione; poichè importa poco che l'uccello stia ligato con un filo grosso o con un sottile, mentre, per sottile che quello sia, sempre che non lo rompe, starà sempre ligato nè potrà mai volare. Oh che compassione è il vedere certe anime ricche di esercizi spirituali, di virtù e di favori divini, ma che per non aver coraggio di finirla con quell'affezioncella, non possono arrivare alla divina unione, per cui altro non restava che dare un forte volo e finir di rompere quel filo! giacchè, liberata l'anima da ogni affetto creato, non può Dio non comunicarsele con pienezza».
5. Chi vuole che Dio sia tutto suo bisogna ch'egli si dia tutto a Dio. Dilectus meus mihi, dicea la sagra sposa, et ego illi (Cant. II, 16): l'amato mio si è dato tutto a me, ed io mi son data tutta a lui. Gesù Cristo per l'amore che ci porta, vuol tutto il nostro amore; e se non l'ha tutto, non è mai contento. Perciò scrisse S. Teresa ad una priora de' suoi monasteri: «Procuri di allevare le anime staccate da tutto il creato, perchè allevansi per essere spose di un Re tanto geloso, che vuole che si scordino anche di loro stesse». S. Maria Maddalena de' Pazzi ad una sua novizia tolse un libretto spirituale, non per altro se non perchè si accorse che vi teneva attacco soverchio. Molte anime fanno orazione mentale, fanno la visita al Sagramento, frequentano la comunione; ma perchè vi portano il cuore attaccato a qualche affetto di terra, poco o niente si avanzano nella perfezione; e seguitando a vivere così, non solo saranno sempre misere, ma stanno in pericolo di perder tutto.
6. Bisogna dunque pregare Iddio con Davide che ci purghi il cuore da ogni attacco di terra: Cor mundum crea in me Deus (Ps. L, 12): altrimenti non potremo mai esser tutti suoi. Ben egli ci ha fatto intendere che chi non rinunzia ad ogni cosa di questo mondo non può esser suo vero discepolo: Qui non renuntiat omnibus quae possidet non potest meus esse discipulus (Luc. XIV, 33). Perciò i padri antichi del deserto quando veniva alcun giovane per aggregarsi alla loro compagnia questa era la dimanda che gli facevano: Affersne cor vacuum, ut possit illud Spiritus sanctus implere? Lo stesso disse Dio a S. Geltrude che lo pregava a farle intendere che cosa da lei volesse: «Altro da te non voglio, che un cuore vacuo delle creature». Bisogna dunque dire a Dio con animo forte e risoluto: Signore, io preferisco voi a tutto, alla sanità, alle ricchezze, alle dignità, agli onori, alle lodi, alle scienze, alle consolazioni, alle speranze, ai desideri, ed anche alle stesse vostre grazie e doni che da voi potrei ricevere. In somma vi preferisco ad ogni bene creato che non è voi, mio Dio. Qualunque dono che mi fate, mio Dio, fuori di voi, non mi basta. Voi solo voglio e niente più.
7. In un cuore staccato da ogni affetto di cose create subito entra e lo riempie il divino amore. Inoltre dicea S. Teresa: «Tolte dagli occhi le occasioni non buone, subito l'anima si volta ad amare Dio». Sì, perchè l'anima non può vivere senza amare; o ha da amare il Creatore o le creature: se non ama le creature, amerà certamente il Creatore. In somma bisogna lasciar tutto per acquistare il tutto: Totum pro toto, dice Tommaso da Kempis. S. Teresa fin tanto che nudriva un certo affetto, benchè pudico, ad un suo parente, non era tutta di Dio; ma quando poi si fe' coraggio e si sciolse da quell'attacco, allora meritò che Gesù Cristo le dicesse: «Ora, Teresa, tu sei tutta mia ed io son tutto tuo». — È troppo poco un cuore per amar questo Dio così amante e così amabile che merita un infinito amore; e poi vogliam dividere questo cuore fra le creature e Dio? Il Ven. Luigi da Ponte si vergognava di dire a Dio: Signore, v'amo più d'ogni cosa, più di tutte le ricchezze, onori, amici, parenti; perchè gli parea di dire a Dio: Signore, v'amo più del fango, del fumo e de' vermi della terra.
8. Dice il profeta Geremia che il Signore è tutto bontà verso di chi lo cerca: Bonus est Dominus animae quaerenti illum (Thr. III, 25). Ma s'intende di quell'anima che cerca solo Dio. O felice perdita! o felice acquisto! perdere i beni mondani che non contentano il cuore e presto finiscono, per acquistare il sommo ed eterno bene ch'è Dio! Narrasi d'un divoto solitario che mentre il principe si era portato in quel bosco, egli andava correndo per quel deserto; il Principe, vedendolo andare per colà così vagando, l'interrogò chi fosse e che andasse facendo; egli rispose: «E voi, signore, che andate facendo in questo deserto?» Disse il Principe: «Io vado a caccia di animali». E 'l solitario rispose: «Ed io vado a caccia di Dio». E così se gli tolse davanti e seguitò il suo cammino.
Questo ancora nella presente vita ha da essere l'unico nostro pensiero, l'unico intento, di andar cercando Dio per amarlo, e la sua volontà per adempirla, licenziando dal cuore ogni affetto di creatura. E quando ci si presenta innanzi qualche bene di terra per tirarsi il nostro amore, troviamoci apparecchiati a dirgli: Regnum mundi et omnem ornatum saeculi contempsi propter amorem Domini mei Iesu Christi. E che sono tutte le dignità e le grandezze di questo mondo, se non che fumo, loto e vanità che colla morte tutte spariscono? Beato chi può dire: «Gesù Cristo mio, io per amor tuo ho lasciato tutto: tu sei l'unico mio amore: tu solo mi basti».
9. Ah che quando l'amor divino prende il pieno possesso di un'anima, ella da se stessa allora — s'intende sempre coll'aiuto della divina grazia — procura di spogliarsi da ogni cosa terrena che può impedirle l'esser tutta di Dio. Dicea S. Francesco di Sales che quando una casa va a fuoco si buttano tutte le robe dalla finestra: viene a dire che quando una persona si dà tutta a Dio, senza esortazione di predicatori o di confessori, da se medesima, cerca di sbrigarsi da ogni affetto di terra.
Il P. Segneri Iuniore dicea che l'amor divino è un ladro che facilmente ci spoglia di tutto, per non farci possedere altro che Dio. Un certo uomo da bene avendo rinunziato le sue robe ed essendo già divenuto povero per amore di Gesù Cristo, fu richiesto da un amico come si era ridotto in tanta povertà; si cavò dalla saccoccia il libretto degli Evangeli e disse: «Ecco, questo è quello che mi ha spogliato di tutto». — Dice lo Spirito santo: Si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam (Cant. VIII, 7). Eh che quando un'anima mette tutto il suo amore a Dio, disprezza tutto, ricchezze, piaceri, dignità, feudi, regni, e non vuole altro che Dio; e dice e replica sempre: Dio mio, voi solo voglio e niente più. Scrive S. Francesco di Sales: «Il puro amor di Dio consuma tutto ciò che non è Dio per convertire ogni cosa in sè, poichè tutto ciò che si fa per amor di Dio è amore».
10. Dicea la sagra sposa: Introduxit me in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem (Cant. II, 4). Questa cella vinaria, scrive S. Teresa, è il divino amore, il quale allorchè prende possesso di un cuore l'inebria talmente di sè che lo fa scordare di tutto il creato. L'ubbriaco è come morto ne' sensi, non vede, non sente, non parla; e tale diventa un'anima inebriata di amor divino: quasi non ha più senso per le cose del mondo, ad altro non vuol pensare che a Dio, di altro non vuol parlare che di Dio, altro non intende fare che amare e dar gusto a Dio. — Ne' sagri Cantici comanda il Signore che non si svegli la sua diletta che dorme: Ne suscitetis neque evigilare faciatis dilectam (Cant. II, 7). Questo beato sonno che godono l'anime spose di Gesù Cristo, dice S. Basilio che non è altro, nisi summa rerum omnium oblivio, una virtuosa e volontaria dimenticanza di tutto il creato per attender solo a Dio e poter dire, come dicea S. Francesco, Deus meus et omnia! Dio mio, che ricchezze, che dignità, che beni di mondo! Tu sei il mio tutto, ed ogni mio bene. Tommaso da Kempis scrive: «Deus meus et omnia: O dolce parola: Dio mio, mio tutto. A chi intende, abbastanza sta detto, ed a chi ama, dolce cosa è il ripetere sempre: Deus meus et omnia, Deus meus et omnia».
11. Dunque per giungere alla perfetta unione con Dio è necessario un totale distacco dalle creature. E per venire al particolare, bisogna che ci distacchiamo dall'affetto disordinato a' parenti.
Disse Gesù Cristo: Si quis venit ad me, et non odit patrem suum et matrem et uxorem et filios et fratres et sorores, adhuc autem et animam suam, non potest meus esse discipulus (Luc. XIV, 26). E perchè quest'odio a' parenti? Perchè spesso in quanto al profitto dell'anima noi non abbiamo maggiori nemici che i nostri congiunti: Et inimici hominis domestici eius (Matth. X, 36). Dicea S. Carlo Borromeo che quando egli andava in casa de' parenti sempre se ne ritornava raffreddato nello spirito. E 'l P. Antonio Mendozza dimandato perchè non volesse accostare in casa de' parenti, rispose: «Perchè so dalla sperienza che in niun luogo i religiosi perdono tanto la divozione, quanto in casa dei parenti».
12. Trattandosi poi di elezione di stato è certo, com'insegna S. Tommaso d'Aquino (2. 2. q. 10. a. 5), che noi non siam tenuti di ubbidire a' genitori. Se un giovine è chiamato a farsi religioso, ed i parenti l'oppugnano, è obbligato ad ubbidire a Dio, non a' parenti, i quali per gli loro interessi e fini propri, come dice lo stesso S. Tommaso, si oppongono al nostro bene spirituale: Frequenter amici carnales adversantur profectui spirituali (2. 2. q. 189. a. 10). E si contentano, scrive S. Bernardo, che i figli si dannino più presto che lascino la casa.
13. Ed è una maraviglia, in questa materia, il vedere certi padri e madri, anche timorati di Dio, come allucinati dalla passione si affaticano e non lasciano mezzo per impedire la vocazione ad un figlio che vuol farsi religioso: il che, eccettuato qualche caso rarissimo, non può scusarsi da colpa grave. Ma dirà taluno: Dunque se quel giovine non si fa religioso non può salvarsi? Dunque tutti quelli che restano al mondo si dannano? Rispondo: Quelli che non sono chiamati da Dio alla religione, nel mondo si salveranno, adempiendo gli obblighi del loro stato; ma quelli che son chiamati e non ubbidiscono a Dio, potrebbero bensì salvarsi, ma difficilmente si salveranno; perchè mancheranno loro quegli aiuti speciali che il Signore avea lor preparati nello stato religioso, e senza quelli non giungeranno a salvarsi. Scrive il teologo Habert che chi non ubbidisce alla divina vocazione resta nella chiesa come un membro smosso dal suo luogo, che con molta difficoltà potrà fare il suo ufficio e per conseguenza ottener la salute: Non sine magnis difficultatibus poterit saluti suae consulere manebitque in corpore Ecclesiae velut membrum suis sedibus motum, quod aegre servire potest et cum deformitate(Habert, De ord. cap. 1, § 2). Onde poi conchiude: Licet absolute loquendo salvari possit, difficulter tamen ingredietur viam et apprehendet media salutis (Ibid.).
14. L'elezione dello stato dal P. Granata vien chiamata la ruota maestra: nell'orologio, guastata la ruota maestra, resta tutto l'orologio sconcertato; e così, rispetto alla nostra salvazione, errato che si è lo stato di vita, tutta la vita anderà sconcertata. Tanti poveri giovani per causa de' parenti han perduta la vocazione e poi han fatta mala fine, e sono stati essi medesimi la ruina della casa. Un certo giovane perdè la vocazione religiosa per istigazione del padre, ma poi, venendo a gran disgusti collo stesso padre, l'uccise di propria mano e morì giustiziato. Un altro giovane che stava a convivere in un seminario fu similmente chiamato da Dio a lasciare il mondo; egli trascurando la vocazione, prima lasciò la vita divota che faceva, l'orazione, le comunioni, indi si abbandonò a' vizi, e finalmente una notte uscendo dalla casa d'una mala femmina fu ucciso da un suo rivale: accorsero più sacerdoti, ma lo trovarono già morto. E quanti esempi simili a questi io potrei qui addurre!
15. Ma torniamo al punto. S. Tommaso l'Angelico (Opusc. 17, c. 10) esorta coloro che son chiamati a vita più perfetta a non consigliarsi in ciò co' parenti, poichè in tal materia essi diventano nemici: Ab hoc consilio amovendi sunt carnis propinqui... Propinqui enim in hoc negotio amici non sunt, sed inimici, iuxta sententiam Domini: Inimici hominis domestici eius. E se nel seguir la vocazione a stato più perfetto non son tenuti i figli a consigliarsi co' padri, tanto meno sono tenuti ad aspettar la loro licenza, e neppure a chiederla, semprechè posson temere verisimilmente che da essi venga loro ingiustamente negata, ed indi impedita la vocazione. S. Tommaso d'Aquino, S. Pietro d'Alcantara, S. Francesco Saverio, S. Luigi Beltrando e tanti altri sono andati alla religione, senza neppur farne intesi i loro genitori.
16. Di più bisogna avvertire che siccome sta in gran pericolo di dannarsi chi per compiacere i parenti lascia la vocazione di Dio, così all'incontro mette ancora in gran pericolo la sua eterna salute chi per non disgustare i parenti prende lo stato ecclesiastico senza la divina vocazione.
Tre sono i segni con cui si conosce la vera vocazione ad un tale stato così sublime: la scienza, il fine di attendere solo a Dio e la bontà della vita. Ma parlando qui specialmente della bontà, il Concilio di Trento ha ordinato che i vescovi non promuovano agli ordini sagri, se non coloro che sono stati già provati nella buona vita: Subdiaconi et diaconi ordinentur, habentes bonum testimonium et in minoribus ordinibus probati (Sess. XXIII, cap. 13). E lo stesso fu prima ordinato nel Can. Nullus, Dist. 24, ove si disse: Nullus ordinetur, nisi probatus fuerit. E benchè direttamente s'intenda ciò detto della pruova esterna che dee esigere il vescovo della probità dell'ordinando, nulladimeno non può mettersi in dubbio che il Concilio non tanto richiede la probità esterna quanto l'interna, senza la quale la probità esterna non è che un mero inganno. E perciò il Concilio nel capo 12 della stessa sessione dice: Sciant Episcopi debere ad hos ordines assumi dignos dumtaxat, et quorum probata vita senectus sit. Essendo già noto che a questo fine, che sia provata la buona vita dell'ordinando, il Concilio prescrive gl'interstizi secondo i diversi gradi degli ordini: Ut in eis cum aetate vitae meritum et doctrina maior accrescat.
17. La ragione è addotta da S. Tommaso, perchè l'ordinando con ciascun ordine sagro vien destinato all'altissimo ministero di servire a Gesù Cristo nel Sagramento dell'altare; onde dice il santo (2. 2. qu. 184 art. 8) che la santità dell'ecclesiastico dee sopravanzare la santità del religioso: Quia per sacrum ordinem aliquis deputatur ad dignissima ministeria, quibus ipsi Christo servitur in Sacramento altaris; ad quod requiritur maior sanctitas interior quam requirat etiam religionis status. In oltre a tal proposito soggiunge (2. 2. qu. 189. a. 1. ad 3) — e qui parla non tanto degli ordinati quanto degli ordinandi, mentre dice che gli ordini sagri praeexigunt sanctitatem: la parola praeexigunt importa che il soggetto sia santo prima di essere ordinato: — ed assegna la differenza della ragione dello stato religioso e dello stato degli ordini sagri, appunto perchè nella religione si purgano i vizi, ma per assumere gli ordini sagri bisogna che la persona si trovi già purgata per mezzo della santa vita. Ecco le parole dell'Angelico: Ordines sacri praeexigunt sanctitatem, sed status religionis est exercitium ad sanctitatem, unde pondus ordinum imponendum parietibus iam per sanctitatem desiccatis; sed pondus religionis desiccat parietes, idest homines ab humore vitiorum. Di più S. Tommaso (3 part. Suppl. qu. 35. a. 1. ad 3) parimente spiega lo stesso dicendo: Ut sicut illi qui ordinem suscipiunt super plebem constituuntur gradu ordinis, ita et superiores sint merito sanctitatis. E questo merito di santità il santo lo chiede prima dell'ordinazione, mentre lo chiama necessario non solo acciocchè l'ordinato degnamente eserciti gli ordini, ma ben anche acciocchè l'ordinando possa esser degnamente annoverato tra i ministri di Gesù Cristo: Et ideo praeexigitur gratia quae sufficiat ad hoc, quod digne connumerentur in plebem Christi. E finalmente conclude: Sed confertur in ipsa susceptione ordinis amplius gratiae munus per quod ad maiora reddantur idonei. Nota la parola, ad maiora, con cui il santo dichiara che la grazia del sagramento che poi si conferisce, non già sarà inutile, ma darà all'ordinando maggiori aiuti, affinchè si renda idoneo ad acquistare maggiori meriti; ma già esprime che in lui ricercasi la grazia precedente, gratum faciens, che basti a renderlo degno di esser numerato nella plebe di Cristo.
18. Nel mio libro di Teologia Morale (Lib. 6. c. 2. ex num. 63) io ho stesa una lunga dissertazione su questo punto, ove ho dimostrato che coloro i quali senza l'esperienza della buona vita prendono qualche ordine sagro non possono essere scusati da colpa grave, mentre ascendono a tal grado sublime senza la divina vocazione; nè può dirsi chiamato da Dio chi ascende agli ordini sagri non ancor liberato da qualche vizio abituato, specialmente contro la castità. E benchè alcuno di costoro fosse capace del sagramento della penitenza per trovarsi a quello già ben disposto per mezzo del pentimento; nondimeno non è capace in tale stato di assumere il sagro ordine, per cui vi bisogna di più la buona vita provata già prima coll'esperienza da molto tempo. Altrimenti non può essere esente dal peccato mortale, così per la grave presunzione con cui senza la vocazione s'intrude ne' sacri ministeri, onde dice S. Anselmo: Qui enim se ingerit et propriam gloriam quaerit, gratiae Dei rapinam facit; et ideo non accipit benedictionem, sed maledictionem: come anche per lo gran pericolo di sua dannazione, al quale si espone in tal caso, secondo scrive il vescovo Abelly: Qui sciens, nulla divinae vocationis habita ratione — come già fa colui che prende l'ordine coll'abito a qualche vizio grave — se in sacerdotium intruderet, haud dubie seipsum in apertum salutis discrimen iniiceret. Lo stesso scrive Soto (in 4. Sent. Dist. 2. qu. 1. n. 3) ove parlando del sagramento dell'ordine dice che la santità positiva nell'ordinando è di precetto positivo: Quamvis morum integritas non sit de essentia sacramenti, est tamen praecepto divino maxime necessaria... At vero quod de idoneitate eorum qui sacris sunt initiandi ordinibus definitur, non est generalis illa dispositio quae in suscipiendo quodcumque sacramentum requiritur, ne sacramentalis gratia obicem inveniat; enimvero quod ad sanctitatem ordinis homo non solum gratiam suscipit, sed ad sublimiorem gradum conscendit, requiritur in eo morum honestas et virtutum claritas. Lo stesso scrive Tommaso Sanchez (Consil. cap. 1. d. 46. n. 1). Lo stesso scrive il P. Holzman (De sacr. ord.). E lo stesso i Salmaticesi (De sacr. ord. c. 5. n. 46). Sicchè quello che ho scritto non è opinione di qualche particolar dottore, ma è sentenza comune; e tutti si fondano sulla dottrina di S. Tommaso.
19. In tal caso dunque, quando manca all'ordinando lo sperimento della buona vita, non solo pecca gravemente il soggetto che si ordina, ma pecca ancora il vescovo che lo promuove all'ordine sagro senza la dovuta pruova per cui siasi renduto moralmente certo della buona vita dell'ordinando. Pecca gravemente ancora il confessore che assolve un tal ordinando abituato, il quale senza una lunga pruova di sua buona vita vuol prendere l'ordine sagro. E peccano ancora gravemente quei genitori che, sapendo la mala vita de' figli, s'impegnano a far loro prendere gli ordini sagri per fini propri di aiutar la famiglia.
Lo stato ecclesiastico non è istituito da Gesù Cristo per aiutar le case de' secolari, ma per promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime. Alcuni si figurano lo stato ecclesiastico come fosse un officio o mestiere laicale per avanzarsi negli onori o nei beni temporali, ma errano; e perciò quando vengono i parenti ad inquietare il vescovo, acciocchè ordini alcuno ignorante o di mali costumi, apportando per ragione che la casa è povera e non sanno come fare, ciò dee risponder loro il vescovo: «No, figlio mio, lo stato ecclesiastico non è fatto per aiutar la povertà delle case, ma per lo bene della Chiesa». E così bisogna licenziarli affatto, e non dare loro più orecchio; giacchè tali soggetti indegni sogliono ordinariamente esser poi la ruina non solo dell'anime loro, ma anche delle loro famiglie e de' loro paesi.
20. E parlando di quei sacerdoti che vivono in casa propria, e vorrebbero i parenti che non tanto si applicassero alle incombenze del lor ministero, quanto ad avanzar la casa colle rendite e cogli onori, essi debbono lor risponder quel che rispose Gesù Cristo alla sua divina Madre: Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse? (Luc. II, 49). Debbon dunque rispondere: «Io son sacerdote, l'officio mio non è di far danari e procurare onori, nè di tenere l'amministrazione della casa, ma di star ritirato, far orazione, studiare ed aiutare l'anime». Quando poi vi fosse qualche precisa necessità di aiutar la casa, dee aiutarla per quanto può, ma senza lasciare la sua incombenza principale, ch'è di attendere alla santificazione sua e degli altri.
21. Inoltre chi vuol esser tutto di Dio dee esser distaccato dalla stima mondana.
Quanti per questa maledetta stima si allontanano da Dio, e quanti anche lo perdono! Per esempio, se sentono parlare di qualche lor difetto, che non fanno per giustificarsi e far credere che sia falsità e calunnia? Se poi fanno qualche bene, che non fanno per renderlo manifesto a tutti? Vorrebbero che tutto il mondo lo sapesse acciocchè gli lodassero. Non fanno così i santi; essi vorrebbero che tutto il mondo sapesse i loro difetti, acciocchè gli tenessero per quei miserabili quali essi si tengono; ed all'incontro se fanno qualche atto di virtù vorrebbero che lo sapesse solo Dio, a cui solo desiderano di piacere; e perciò tanto amano la vita nascosta, ricordevoli de' documenti di Gesù Cristo che disse: Te autem faciente eleemosynam, nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua (Matth. VI, 3). E nel v. 6: Tu autem cum oraveris intra in cubiculum tuum, et clauso ostio, ora Patrem tuum in abscondito.
22. Sovratutto bisogna avere il distacco da noi stessi, cioè dalla propria volontà.
Chi vince se stesso facilmente poi vincerà tutte le altre ripugnanze. Vince teipsum, era l'avvertimento che usava di dare a tutti S. Francesco Saverio. E Gesù Cristo disse: Si quis vult post me venire abneget semetipsum (Matth. XVI, 24). Ecco ove consiste tutto ciò che abbiamo da fare per farci santi, negare noi stessi e non seguire la propria volontà: Post concupiscentias tuas non eas, et a voluntate tua avertere (Eccli. XVIII, 30). E questo è il maggior dono, dicea S. Francesco d'Assisi, che uno possa ricevere da Dio, il vincere se stesso negando la propria volontà. Scrive S. Bernardo che se tutti gli uomini si opponessero alla loro propria volontà niun mai si dannerebbe: Cesset propria voluntas, et infernus non erit. Scrive lo stesso santo che la propria volontà giunge a fare che le stesse tue opere buone per te diventino difettose: Grande malum propria voluntas, qua fit ut bona tua tibi bona non sint. Come sarebbe, se un penitente volesse fare qualche mortificazione, un digiuno, una disciplina, contra la volontà del padre spirituale; ecco che quella mortificazione fatta per seguire la propria volontà diventa difetto. Ma misero chi vive schiavo della propria volontà! perchè bramerà molte cose, e non potrà ottenerle; all'incontro ricuserà di soffrire molte altre cose a lui dispiacevoli, e sarà costretto a soffrirle: Unde bella et lites in vobis? nonne hinc? ex concupiscentiis vestris quae militant in membris vestris? Concupiscitis et non habetis (Iac. IV, 1 et 2).
La prima guerra ci viene dall'appetito de' diletti sensuali: leviamo l'occasione, mortifichiamo gli occhi, raccomandiamoci a Dio, e cesserà la guerra. — La seconda guerra ci viene dalla cupidigia delle ricchezze: procuriamo di amar la povertà, e cesserà la guerra. — La terza guerra ci viene dall'ambizione degli onori: amiamo l'umiltà e la vita nascosta, e cesserà la guerra. — La quarta guerra e la più dannosa ci viene dalla propria volontà: rassegniamoci in tutto ciò che avviene per volontà di Dio, e cesserà la guerra. — Scrive S. Bernardo che quando si vede una persona disturbata, la causa del suo disturbo altra non è che il non poter contentare allora la propria volontà: Unde turbatio, dice il santo, nisi quia propriam voluntatem sequimur? Di ciò si lamentò una volta il Signore con S. Maria Maddalena de' Pazzi, dicendo: «Certe anime vogliono lo spirito mio, ma come piace loro, e perciò si rendono inabili a riceverlo».
23. Bisogna dunque amare Dio come piace a Dio, non come piace a noi. Iddio vuole che l'anima sia spogliata di tutto per poterla unire a sè e riempirla del suo divino amore. Scrive S. Teresa: «L'orazione di unione non mi pare altro che un morir quasi affatto a tutte le cose del mondo per godere solo di Dio. Il certo è, che quanto più ci voteremo delle creature con distaccarcene per amore di Dio, tanto più egli ci riempirà di se stesso, e più saremo uniti con lui». — Molte persone spirituali vorrebbero arrivare all'unione con Dio, ma poi non vorrebbero le avversità che Dio lor manda: non vorrebbero le infermità che l'affliggono, non la povertà che soffrono, non gli affronti che ricevono; ma non rassegnandosi, non mai giungeranno ad unirsi perfettamente con Dio. Udiamo quel che dicea S. Caterina da Genua: «Per arrivare all'unione di Dio son necessarie le avversità che ci manda Iddio, il quale attende per mezzo di quelle a consumare in noi tutti i pravi movimenti di dentro e di fuori. E però tutti i disprezzi, infermità, povertà, tentazioni ed altre cose contrarie, tutte sommamente ci abbisognano, acciocchè combattiamo, e per via di vittorie i nostri movimenti pravi vengano talmente ad estinguersi che più non li sentiamo: anzi finchè le avversità non ci paiano amare ma soavi per Dio, non giungeremo mai alla divina unione».
24. Aggiungo qui la pratica che ne insegna S. Giovanni della Croce. Dice il santo che per la perfetta unione «è necessaria una totale mortificazione de' sensi e degli appetiti. Per li sensi, qualsivoglia gusto che si presenta, se non è puramente per gloria di Dio, rifiutarlo subito per amor di Gesù Cristo; per esempio, si presenta una voglia di vedere o di udire cose che non conducono maggiormente a Dio, se ne faccia di meno. Per gli appetiti poi, sforzarsi d'inclinare sempre se stesso al peggiore, al più dispiacevole o al più povero, senza desiderare altro che di patire e d'essere disprezzato».
In somma chi ama veramente Gesù Cristo perde l'affetto a tutti i beni di terra, e cerca spogliarsi di tutto per tenersi unito solo a Gesù Cristo. Verso Gesù son tutti i suoi desideri, a Gesù sempre pensa, sempre a Gesù sospira, e solo a Gesù in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni occasione cerca di piacere. Ma per giungere a ciò bisogna continuamente attendere a vuotare il cuore d'ogni affetto che non è per Dio.
Dimando: Che importa il darsi un'anima tutta a Dio? Importa per 1º sfuggire ogni cosa che a Dio dispiace e far quello che più gli piace. Importa per 2º accettar senza eccezione tutto ciò che viene dalle sue mani, per duro e dispiacente che sia. Importa per 3º preferire in ogni cosa la volontà di Dio a' nostri voleri: questo importa l'esser tutta di Dio.
Affetti e preghiere.
Ah mio Dio e mio tutto, sento che voi, non ostanti le mie ingratitudini e negligenze nel servirvi, seguitate a chiamarmi al vostro amore. Eccomi, io non voglio più resistere. Io voglio lasciar tutto per esser tutto vostro. Non voglio vivere più a me stesso. Troppo voi mi avete obbligato ad amarvi. L'anima mia si è innammorata di voi, Gesù mio, e per voi sospira. E come posso amare altra cosa dopo avervi veduto morir di dolore su di una croce per salvarmi? come potrò mirarvi morto consumato da' dolori, e non amarvi con tutto il mio cuore? Sì che v'amo, caro mio Redentore, v'amo con tutta l'anima mia, ed altro non desidero che amarvi in questa vita e per tutta l'eternità.
Amor mio, speranza mia, fortezza mia e consolazione mia, datemi forza acciocchè io vi sia fedele. Datemi lume, e fatemi conoscere da che debbo distaccarmi; e datemi forza, ch'io in tutto voglio ubbidirvi.
O amore dell'anima mia, io mi offerisco e mi do tutto a voi per soddisfare al desiderio che avete di unirvi con me, affin di unirmi tutto con voi, mio Dio e mio tutto. Deh venite, Gesù mio, prendete il possesso di tutto me stesso, e tiratevi tutti i miei pensieri e tutti gli affetti miei.
Io rinunzio a tutti i miei appetiti, a tutte le mie consolazioni ed a tutte le cose create: voi solo mi bastate. Datemi la grazia di non pensare ad altro che a voi, di non desiderare altro che voi, di non cercare altro che voi, amato mio ed unico mio bene.
Madre di Dio Maria, ottenetemi la santa perseveranza.

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