giovedì 30 aprile 2020

Gv 10,1-10 Io sono la porta delle pecore.



Vangelo di domenica 3 maggio per la catechesi

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Giorno liturgico: IV Domenica (A) di Pasqua




Testo del Vangelo (Gv 10,1-10):

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».




UN MIO PENSIERO

L’immagine che oggi ci si presenta è quella del pastore attraverso il quale si può entrare in Paradiso.
Molti sono quelli che vogliono guidare la nostra vita, ci danno ” consigli ” pronti ad emarginarci se non facciamo parte della maggioranza, se non ci allineiamo.
A Gesù non importa nulla di quelle che sono le nostre origini, ci conosce, sa che siamo nati dalle varie etnie e famiglie del mondo, sa che siamo umani, e solo umani, ed è per questo che si è fatto uomo, per essere come noi e mettersi al nostro livello, per dimostrare che anche se Lui è nato giudeo, la salvezza di cui è venuto a farci partecipi è per tutti quelli che crederanno in lui ed ascolteranno la sua parola.
Capiamoci bene, ascoltare la sua parola significa anche metterla in pratica, farla diventare parte integrante della nostra vita, non certo ascoltare e poi fare tutto il contrario. Seguiamo docilmente il pastore buono, perché solo andando dietro a lui, impareremo la docilità, l’ umiltà, la forza di arrivare fino in fondo nel nostro cammino, fino alla porta del regno di Dio, seguendo quello che è stato prima di noi agnello immolato per amore nostro, tanto da essere l’unico degno di essere il conduttore di tutti noi al Padre.
Tra le parole di Gesù«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14), a maggior ragione, «le pecore ascoltano la sua voce (...) lo seguono, perché conoscono la sua voce» (Gv 10,3-4). E' vero che Gesù ci conosce, ma possiamo dire noi che Lo conosciamo sufficientemente, che Lo amiamo e corrispondiamo come dovremmo?

domenica 26 aprile 2020

(Lc 24,13-35) Riconobbero Gesù nello spezzare il pane.

VANGELO DI DOMENICA 26 APRILE2020
(Lc 24,13-35) Riconobbero Gesù nello spezzare il pane.
+ Dal Vangelo secondo Luca
Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Parola del Signore


UN MIO PENSIERO.
I limiti umani incontrano la potenza di Dio, ma quello che conta , ancora una volta, è spezzare le catene della mente ed aprire il cuore al Vangelo, che non è la parola degli uomini, ma è il miracolo di Dio fatto uomo.
Così come gli ebrei non seppero riconoscere in Gesù il Messia, troppo spesso non sappiamo riconoscere Gesù nel povero, nell’ indigente, nell’ emarginato.... troppo spesso ci viene chiesto di spezzare il nostro pane con chi non ha nulla, e noi pensiamo solo a tirare fuori tutte le scuse possibili per non farlo. All’ inizio del nostro cammino ci siamo innamorati di Gesù, della sua bontà, del suo saperci spingere verso le cose giuste “Eppure ardeva in noi il nostro cuore mentre egli conversava lungo la via, quando ci spiegava le Scritture? ” Ma quando viviamo la delusione, l’ abbandono, la tristezza, è così facile rinnegare Gesù... É così conveniente voler stare solo dalla parte dei vincenti.
Quando uomini di potere agiscono, danno l'impressione di schiacciare il piccolo credente, lo vediamo anche in questi tempi, in cui le leggi sembrano voler spazzar via tutto quello che è Cristiano. Gesù da fastidio, la Chiesa da fastidio a chi non vuole avere nessuno che gli indichi come vivere. A volte anche nella Chiesa stessa Gesù da fastidio, specialmente quando indica
l' amore verso i nemici, verso chi ci perseguita, l' amore per la giustizia e non la vendetta.
Capire che la morte non ha fermato nulla, ma anzi, che ha dato un senso alla sofferenza presente sulla terra, non è ancora facile, neanche per noi, figuriamoci per i primi cristiani, anche se erano stati vicini a Gesù e per questo mi sento proprio come loro. Gesù è risorto, lo hanno visto alcuni discepoli, di loro ci si può fidare?
É nella comunione del suo amore, in quel condividere la croce, nello spezzare il pane e condividerlo con i fratelli che noi ritroviamo Gesù e che viviamo con Lui.
Spesso nella chiesa ci sono tante persone, bellissime e bravissime, che si prodigano in mille attività, proprio come tanti dei discepoli di Gesù, piene di buone doti e di carattere, ma sono quelli che hanno fatto l’esperienza del Risorto, che lo sentono presente e vivo nella loro vita, che forse brillano di meno, che forse non hanno doti, ma quando parlano di Gesù, ti fanno vibrare le corde del cuore... questo è il carisma di chi come Cristo, è in comunione con il Padre.
Se i discepoli di Emmaus hanno avuto bisogno di un nuovo incontro con il Signore, per tornare indietro, verso Gerusalemme, verso la città santa, di quanti nuovi incontri anche noi abbiamo bisogno? Quante volte cercheremo di seguire altre vie, ci lasceremo allontanare pensando che è più giusto essere moderni, stare nel mondo, seguire gli uomini che gestiscono il potere e, anche se in fondo non ne siamo convinti del tutto, ci lasciamo trascinare nella vita, pensando solo al nostro presente e non alla nostra resurrezione. L'incontro con Cristo è l' occasione per cambiare la nostra vita, per vivere in comunione con lui, sia nella sofferenza, che nella morte e ancora nella resurrezione.
Il rischio è restare lontani da Dio per tutto il resto della nostra esistenza...per l'eternità.

venerdì 3 aprile 2020

La morte e il morire La vita non è tolta ma trasformata di Leonardo Paris



Decanato di Trento - La morte e il morire La vita non è tolta ma trasformata Leonardo Paris




Parlare della morte Anche i teologi hanno una vita, ovviamente. E per questo non tutti gli anni sono uguali per un teologo che debba provare a dire qualcosa sulla morte. Il Cristo rimane lo stesso, la speranza o la paura sono le stesse eppure le cose che accadono intorno rendono le parole più o meno pesanti. Quest’anno (2014) è morto mio padre ed è morto un mio amico; parlare della morte mi sembra di colpo molto più urgente, molto più difficile ma anche molto più vero. E tuttavia un teologo non deve soltanto riportare la propria nuda esperienza, non è questo il suo mestiere. Dovrebbe cercare, con tutta la propria esperienza, di annunciare la fede della Chiesa. Facendo questo ci si espone ad un doppio rischio. Da una parte non deve dire “nulla di nuovo”, nel senso che non si deve inventare niente di strano o innovativo ma semplicemente ripetere la buona notizia che risuona ormai da duemila anni. D’altra parte deve cercare di gettare una luce tale sulle cose che tutti già più o meno sanno, che queste cose note riprendano a parlare con voce più squillante. Questo vale ancora di più per un tema come al morte che tocca così da vicino, e in modo spesso straziante, la vita di ciascuno. Si tratta di un tema per il quale non manca il materiale biblico dal quale partire. L’Antico Testamento è pieno di morte e di morti. A partire dal primo morto, Abele, la storia sacra si snoda come un racconto di vite e di molte morti, alcune procurate, altre naturali. Ma il Nuovo Testamento non è da meno: muore il Battista, muore Gesù, muore Stefano, e a modo loro muoiono anche Lazzaro e la figlia di Giairo. Tuttavia proprio il Nuovo testamento ci propone di guardare alla morte da un punto di vista inedito: non a partire dalla vita, che finisce con la morte, ma a partire dalla risurrezione. Non la risurrezione di Lazzaro, che poi, prima o dopo, è di nuovo morto, ma la risurrezione di Cristo, che «non muore più» 1 Riuscire a guardare con questa prospettiva l’evento drammatico della morte non è facile, non deve essere facile, e richiede tutta una vita. Non c’è nulla di peggio che usare la risurrezione come una sorta di passepartout che aggira il problema della morte. Non è così nel cristianesimo. La morte rimane drammatica e deve essere affrontata con tutta la diffidenza di chi non accetta facili soluzioni. Per questo, prima di parlare di vita dopo la morte, di escatologia, cercherò di rispondere ad alcune domande un po’ impertinenti ma necessarie: della vita eterna «che ne sai?» e «come lo sai?» e «perché ti sforzi di immaginare qualcosa?». . Questo evento è così centrale nel Vangelo, che costringe a rivedere tutta la vita, e con essa la morte, a partire da questa prospettiva. È quello che ci invita a fare anche il prefazio della I Messa per i defunti affermando: «ai tuoi fedeli, Signore,la vita non è tolta, ma trasformata». Domande impertinenti Oggi ci sono molto che parlano del “dopo” morte, qualche volta anche a sproposito, o riportando una qualche propria esperienza particolare. Di fronte a questi, ma anche a chi nella 1 Rm 6,9. 2 Chiesa parla di vita eterna, è lecito chiedere: «che ne sai?». La risposta che, come teologo, mi sembra si debba dare è: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» 2 Ma allora si potrebbe incalzare domandando: «e come lo sai?». E la risposta può risuonare così: «con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi» . Quello che come cristiani sappiamo della vita e della morte non è “niente”, ma non è nemmeno “tutto”. Non è la Bibbia in genere e nemmeno questo o quel versetto, ma la morte di Gesù crocifisso; una storia concreta, un rapporto concreto con Dio e con gli uomini. Non in primo luogo le sue parabole che parlano del Regno o del banchetto eterno, e nemmeno la sua risurrezione, ma la morte. Questa almeno è la strada che vorrei proporre di seguire. Quello che un cristiano sa o pretende di sapere sul “dopo”, o parte da qui o vale poco. Se le parabole e l’annuncio della risurrezione non riescono a stare con decisione di fronte al Cristo morto, rischiano di essere intese in modo mitico o magico e di non toccare fino in fondo il nodo della speranza cristiana. 3 A questo punto un’ulteriore domanda potrebbe essere: «perché mai dovresti cercare di immaginarti qualcosa?». Forse infatti sarebbe meglio non lasciare correre troppo la fantasia sul “dopo” e concentrarsi invece sul presente, sulla vita concreta che viviamo anziché su quella che ci attende. La domanda è affilata in quanto coglie un rischio concreto del cristianesimo, quello di essere così interessato alla risurrezione, alla vita dopo la morte, da dimenticare o svalutare la serietà della vita prima della morte. La risposta in questo caso potrebbe, un po’ provocatoriamente, suonare così: mi immagino qualcosa per sapere come vestirmi. Il riferimento è alla parabola riportata in Mt 22,1-14 . Il modo con cui i cristiani sanno qualcosa della vita eterna non deriva dal fatto che qualcuno dia testimonianza di sue personali esperienze pre-morte, e nemmeno dal fatto che immaginiamo o cerchiamo di immaginarci qualcosa, ma dall’esperienza concreta di vivere ora, nel battesimo, la sua morte. Chi vive ora con Cristo, nella sua vita e nella sua morte, attende di essere unito a lui anche nella risurrezione. È solo a partire da questa morte che ci possiamo immaginare la risurrezione, con gli occhi fissi sul crocifisso. 4 2 1Cor 2,2. . Fra i commensali invitati al banchetto eterno, raccolti per le strade all’ultimo momento, vi è uno che non indossa l’abito nuziale e per questo è gettato nelle tenebre! La risposta insomma dà ragione alla domanda. Non ci si immagina il futuro per “sapere cosa ci sarà” ma si immagina ciò che sarà per poter vivere meglio ora, per prepararsi fin da ora a ciò che ci attende. Il fatto che Gesù molto spesso utilizzi l’immagine del banchetto dovrebbe aiutarci a vivere meglio l’oggi. Quello che ci aspetta sarà un banchetto, una festa, eppure anche per questo bisogna prepararsi. Non si tratta di un tribunale o di un esame – e questo dovrebbe tranquillizzarci – ma di una festa. Ma anche alle feste è bene arrivare preparati. Chi arriva al ristorante pensando di essere alla corte di giustizia rischia di indossare il vestito, l’atteggiamento, sbagliato. 3 Col 2,12-13. In modo simile leggiamo Rm 6,3-5: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione». 4 Mt 22,1-14«1 Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. - […] 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». 3 L’ultima domanda potrebbe essere infine «e allora cosa ci sarà dopo?». Ma a questo punto è la domanda ad essere sbagliata. Non si domanda «cosa ci sarà alla festa?» ma «chi ci sarà alla festa?». Non è un cosa che ci attende, ma un chi. Colui che ci sarà è colui che era, che è e che viene5 . Colui che ci attende non è un altro, un nuovo, uno sconosciuto. È il Figlio, lo stesso Figlio che abbiamo visto appeso alla croce e lo stesso Figlio che annunciamo come il crocifisso risorto. Da qui deriva il particolarissimo rapporto del cristianesimo con il tempo: colui che ci attende è colui che già è stato fra noi. La nostra terra è in grado di conoscere la salvezza? Certo che sì, perché la ha già conosciuta in Cristo, ed era la stessa nostra terra. Al punto che la nostra esclamazione non è tanto «Signore veniamo da te» quanto piuttosto «Maràna tha»6 , «Vieni, Signore Gesù»7 . La vita che sarà trasformata non è un’altra vita, non è un’altra terra, ma la stessa terra sulla quale già il Signore ha camminato, la stessa terra che attende non tanto di andare altrove, quanto piuttosto che egli ritorni. La terra non sarà un’altra terra e Dio non sarà un altro Dio. Guardare al crocifisso Il punto di accesso è dunque il crocifisso, il Cristo che muore in croce. Gli evangelisti hanno modi diversi di presentarci questa scena centrale, e questo è il motivo per cui nella storia l’immagine del crocifisso è mutata; il crocifisso di san Damiano, pacifico, sereno, glorioso, non è il Cristo sfigurato di Matthias Grünewald. Matteo ci presenta una scena terribile, con un terremoto e i morti che escono dalle tombe; di fronte a tutto questo il centurione esclama «Veramente costui era Figlio di Dio»8 La situazione che ci presenta Luca ha un tenore differente. Gesù è padrone della scena e, pur nel dolore, consola le donne, perdona coloro che lo crocifiggono, accoglie il buon ladrone. Gesù sembra morire nella pace, affidandosi al Padre – «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» . Possiamo immaginarci, direi, lo stato psicologico che Matteo suggerisce per questo soldato romano, colpito dalle cose straordinarie che accadono intorno a lui. 9 - e di fronte a questo il centurione esclama: «Veramente quest’uomo era giusto»10 5 Cf. Ap 1,4-8; Ap 4,8 . Anche qui lo stato 6 1Cor 16,22 7 Ap 22,20 8 Mt 27,54 9 Lc 23,46 10 Lc 23,47 4 psicologico del centurione sembra essere chiaro: egli vede un uomo che nel dolore estremo non perde la capacità di amare, aiutare, affidarsi. La scena più cruda e più difficile è però quella presentata da Marco, ed è questa che vorrei approfondire. Straziato, nel buio, con un urlo incomprensibile «Gesù, dando un forte grido, spirò» 11. Il centurione, che qui non vede il terremoto e i morti usciti dalle tombe, e che non può sapere del velo del tempio squarciato, «avendolo visto spirare a quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”» 12 Quest’uomo, senza avere particolari nozioni di teologia o particolari interessi religiosi vede un uomo che muore da figlio. Non dice «veramente costui era Dio», infatti nessuno può semplicemente vedere Dio e riconoscerlo, come qualcuno che si è già incontrato prima. Non dice nemmeno «veramente Dio era suo padre», visto che qui il Padre di Gesù non ha fatto nulla per aiutarlo o per confortarlo. Quello che ha visto è il modo in cui quest’uomo straziato è morto, considerandosi figlio fino all’ultimo. Figlio di un Dio che lui, centurione romano, non conosceva. In buona sostanza ha visto un rapporto. E questo è qualcosa che noi possiamo in qualche modo immaginare. Può essere capitato a chiunque di noi di vedere qualcuno che, nella morte o in una grande prova, vive la sua sofferenza e la sua fine in rapporto con qualcuno: la moglie, i figli, un amico. Non importa se questa moglie e figli sono presenti o assenti, se sono empatici o indifferenti, noi possiamo vedere che quella persona viveva tutta se stessa nella relazione con questo “altro”. . Ma qui il centurione che cosa ha visto? Marco non accenna a nessun segno straordinario e non pare che si debba pensare ad una qualche intuizione mistica interiore o illuminazione del soldato. Cercare di comprendere questo sguardo può essere molto importante per capire come orientare il nostro stesso sguardo quando si rivolge al crocifisso – e a tutti i crocifissi della storia. A questo punto ci sono due piste possibili per cercare di approfondire lo sguardo del soldato. Egli può aver visto il rapporto con il Padre, sia pure un Padre assente, oppure il rapporto con i fratelli. Infatti si può affermare con la vita che Dio è Padre non solo quando ci si rifiuta di staccarsi da lui ma anche quando ci si rifiuta di staccarsi dai fratelli, quando si continua ad affermare, anche nella morte, che quelli lì, quelli che ti stanno ammazzando, abbandonando o deridendo, sono figli suoi. Dio è Padre anche loro, con tutto quello che stanno facendo. Il rapporto di Gesù con il Padre infatti condiziona anche i rapporti di Gesù con tutti gli altri, che di colpo, a prescindere da ciò che fanno o dicono, sono fratelli. Gesù e il Padre Gesù ha creduto nella relazione con suo Padre, tutta la sua vita era lì e tutta la sua vita è stata salvata da questa relazione. Eppure l’evidenza era contro di lui. Dio ti è Padre? E dove, visto che stai morendo solo senza che nessuno faccia niente, né il presunto Padre né i presunti fratelli? Gesù ha affidato tutto quello che era a questo rapporto, e proprio questo ha salvato tutto della sua vita. La risurrezione, alla quale volutamente non faccio che un accenno, sta a testimoniare proprio che Gesù ha avuto ragione: tutto era nel rapporto e tutto si è salvato nel rapporto. Veramente Dio è Padre. Tuttavia questo non basta. Nella croce di Cristo non si vede soltanto che Gesù ha dato tutto al Padre ma anche un qualcosa di molto più scandaloso, ovvero che il Padre «gli aveva dato tutto nelle 11 Mc 15,37 12 Mc 15,38 5 mani»13 Ci sono almeno due modi in cui Gesù avrebbe potuto rifiutare a Dio il nome di Padre, Padre di tutti. Il primo sarebbe stato quello di negarlo come proprio Padre, rifiutandosi di considerarsi Figlio. Il secondo, molto più insidioso, sarebbe stato quello di pregare suo Padre di mandare quelle dodici e più legioni di angeli che compaiono nel vangelo di Matteo . Non solo Gesù si è giocato tutto con il Padre, ma anche Dio Padre si è giocato tutto nell’essere Padre del Figlio. Dio Padre è legato in questa relazione da sempre e per sempre e in tutto. In questa morte il nome di Dio, il nome di Padre, è nelle mani di Gesù. In questa scena drammatica non c’è nessuna evidenza che Dio sia Padre e nessuno lo dice. Non Dio stesso, che tace, non gli apostoli, che fuggono, non Israele. Soltanto Gesù, unico, continua ad affermare contro ogni evidenza la relazione paterna con Dio. 14 Che cosa significa questo per la morte, per la nostra morte? Che colui che ci attende, se guardiamo al Cristo crocifisso, è Padre per sempre e Padre di tutti. Non c’è peccato o lontananza, o morte che possa cancellare questo nome, rivelato nella morte stessa di Cristo. . In questo modo Dio sarebbe stato Padre, ma solo Padre suo, e il primo dei fratelli avrebbe rifiutato gli altri. In questo caso Dio sarebbe certo stato Padre di Gesù ma non più Padre di tutti. Il nome di Dio sarebbe andato perduto e la terra, la nostra terra, non lo avrebbe potuto più chiamare «Padre nostro». Prima di trarre qualche conclusione in merito a colui che ci attende, è bene però analizzare anche l’altro aspetto di questo nome, ovvero il fatto che affermando che Dio è Padre, Gesù afferma allo stresso tempo che tutti siamo fratelli. Gesù e i fratelli Nella morte di Gesù, come ho cercato di mostrare, paternità e fratellanza si affermano insieme, e tuttavia non in modo pacifico. La sua morte sembra proprio mettere in tensione questi due aspetti come se si dovesse scegliere fra i due: o Padre di Gesù, o Padre nostro. Se fosse Padre di Gesù infatti, dovrebbe scagliarsi contro gli uomini che lo uccidono! Questo è un aspetto particolare della morte, il motivo per cui Paolo la chiama «l’ultimo nemico»15. Si tratta di un’esperienza abbastanza comune. Quando tutto funziona infatti, il morente, i suoi amici e Dio stesso stanno tutti schierati dalla stessa parte, contro la morte. Insieme affermano che la morte non può rompere i legami non può metterci l’uno contro l’altro e nemmeno contro Dio. Quando tutto funziona, in questa relazione noi possiamo spezzare il pungiglione della morte16 È in fondo la stessa scelta che deve prendere Gesù stesso di fronte alla morte che i suoi “fratelli” gli stanno infliggendo. Da che parte stare? Con noi contro Dio oppure con Dio contro di . Tuttavia il potere della morte è proprio quello di metterci contro Dio: la morte diventa lo sfondo che porta il morente contro Dio o il morente contro gli altri. L’esempio più chiaro è quello di Giobbe, il quale, colpito dalla morte, grida contro Dio e si ritrova contro i suoi amici, i quali, per difendere il buon nome di Dio, si mettono contro di lui. Non è un’esperienza rara: di fronte ad un grande dolore capita di vedere le persone scagliarsi disperate contro Dio. Chi sta accanto non sa cosa fare. Da che parte si deve stare? Assieme al fratello contro Dio o assieme a Dio contro il fratello? 13 Gv 13,3; cf. Gv 16,15 14 Cf. Mt 26,52-54: «52Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. 53O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? 54Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». 15 1Cor 15,26 16 1Cor 15,55 6 noi. Non si tratta soltanto di decidere cosa fare ma molto più radicalmente di decidere quale è il nome di Dio. Nella croce infatti è come se i due nomi di Dio – Signore e Padre – si mettessero l’uno contro l’altro. Se Dio è Signore, allora che vengano le legioni di angeli e sterminino i fratelli; se Dio è Padre, allora si dovrà dare la vita per loro, fino ad essere contro Dio, fino ad essere «fatto peccato»17 Una scelta simile è toccata anche a Mosé, quando, appena prima di entrare nella terra promessa, di fronte all’ennesima stupidaggine del popolo, Dio gli fa la più terribile fra le proposte: abbandonare alla rovina il popolo per stare solo con lui: «Io lo colpirò con la peste e lo escluderò dall'eredità, ma farò di te una nazione più grande e più potente di lui» . 18 La domanda è chiara: quando, di fronte al morso della morte, tuo fratello e Dio sono l’uno contro l’altro, tu, dove devi stare? La risposta è tanto chiara quanto sconcertante: si deve stare, per Dio Padre, con il proprio fratello, anche “contro” Dio. Non si tratta, è ovvio, di una formula semplicistica ma del cuore scandaloso della croce, sul quale bisogna continuamente tornare per comprenderne la portata e cercare di capire in che modo questa parola possa diventare vita per coloro che sono nella morte. È una sfida da affrontare se non si vuole correre il rischio di trovarsi nella posizione degli amici di Giobbe, i quali, dopo quaranta capitoli passati a difendere le ragioni di Dio contro il bestemmiatore Giobbe, vengono duramente ripresi da Dio stesso per non aver detto «cose rette» di Dio stesso . 19 Anche qui infatti, si tratta di decidere del nome di Dio, della sua paternità. Attenzione: non della propria figliolanza, del proprio rapporto personale con Dio. Non è questo al centro della sfida. Si tratta di un centro teologico, che chiede quale sia non il proprio nome, ma quello di Dio. Si tratta di capire se al centro c’è il proprio rapporto con Dio oppure il suo nome di Padre. . I fratelli che, per Dio, si mettono contro i fratelli, non stanno facendo la cosa che Dio si aspetta. La scelta di Mosè e di Gesù è stata quella di stare con i fratelli-peccatori e pagare molto caro, con loro, la fedeltà all’amore di Dio. Per dirla in modo radicale si potrebbe affermare che il banco di prova della paternità non è la paternità stessa ma la fratellanza. Non si difende il nome di Dio Padre parlando di lui ma parlando dei propri fratelli, sui figli. Per questo Giovanni afferma «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede»20. Non si tratta di decidere in che ordine di tempo si deve amare, ma di chi sia Dio. Chi afferma di amare Dio, o che Dio gli è Padre, potrebbe in fondo star dicendo qualcosa del genere: «siccome io sono buono – grazie al fatto che io valgo – Dio mi è Padre»21 17 Cf. 2Cor 5,21 . Chi invece ama il proprio fratello, anche quando è ingiusto, peccatore, nemico, sta affermando senza mezzi termini che Dio è Padre di tutti, anche di quello lì. Si crede che Dio è Padre quando si riconosce che Dio è Padre del peccatore; a questo punto diventa vero che è anche Padre di me che sono un peccatore. La 18 Nm 14,12 19 Cf. Gb 42, 7-9 20 1Gv 4,20 21 Cf. Lc 18,9-14: «9 Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». 7 sua paternità infatti non dipende da me, come non dipende da me la fratellanza, ma dal suo stesso nome. Per la Chiesa, per noi tutti, trovare l’equilibrio non è semplice. Continuamente si deve avere la forza di chiamare il peccato con il suo nome, senza facili sconti, e allo stesso tempo non ci si può mai porre contro il peccatore, meno che mai pensando di fare un favore a Dio. Chi incontrerò Sulla vita dopo la morte in fondo i cristiani sanno soltanto questo: Cristo crocifisso. Ovvero che Dio è Padre, ci è Padre e noi siamo fratelli. Cosa ci attende dunque? Il Padre. È questo volto di Dio rivelato dal Cristo che dà forma alla morte – e alla vita – cristiana, in un misto di fiducia e tremore. Certamente l’atteggiamento profondo del cristiano di fronte alla morte può essere la fiducia: se Dio è Padre, chi mi accuserà? Se gli altri mi sono fratelli, chi mi odierà? Dal padre e dai fratelli l’amore non è solo gratuito, si può anche pretendere! E quindi, se Dio vuole dirsi Padre, io posso pretendere che si occupi di me con amore e perdono. Con le parole di Paolo possiamo esclamare: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? […] Dio è colui che giustifica! Chi condannerà?» 22 Vi è però anche un aspetto inquietante in questa paternità. La mia vita sarà presentata ad un padre. Nel fallimento può essere più difficile incontrare il volto di chi ci ama che non un volto estraneo, indifferente, o nessun volto. Invece la nostra vita, il nostro volto, non è indifferente per Dio. Questo ci affida una responsabilità, una libertà straordinaria. È questa la chiave per comprendere la parabola dei talenti . La fiducia non sta nel fatto di credere di possedere un’amina immortale o nell’amore che si è vissuto, dato e ricevuto. La fiducia sta nel fatto che Dio si è rivelato, in Cristo, come Padre. 23 Vi è però un secondo aspetto di inquietudine. In fondo se il gioco si risolvesse fra ciascuno e il suo Dio, da solo a solo, si potrebbe anche stare tranquilli. Con il Padre, prima o poi, un accordo si troverà. L’aspetto duro del cristianesimo sta invece nel fatto che la paternità eterna di Dio ci invita alla fratellanza eterna. Di fronte al Dio che è Padre si può stare solo come fratelli. . Per quale motivo il padrone sembra accanirsi contro il povero servo che aveva un solo talento e non lo ha fatto fruttare? Questo interesse si capisce molto bene se si coglie lo sguardo del Padre e non del padrone. Un padrone può accettare che un servo faccia poco, se nel complesso ci guadagna. Un Padre invece non può fare la media: se ha due figli di cui uno riesce nella vita e uno si perde non può dire di esserci uscito pari. Se un figlio si perde non c’è pace. Se un figlio non vive, nasconde i suoi talenti sotto terra – per un Padre – è un fatto gravissimo. Quindi lo sguardo che ci attende è uno sguardo che al nostro volto, al nostro nome, a ciò che siamo stati, ci tiene, più di quanto ci teniamo noi stessi. Questo non è il giudizio di un tribunale ma è il giudizio – per certi versi più duro – dell’amore del Padre. 22 Rm 8,31-39: «31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! 34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! 35Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?36Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze,39né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.» 23 Mt 25,14-30 8 A questo punto, fra paternità e fratellanza, mi pare sia abbastanza chiaro «chi ci attende» Ci attende il Padre – con il Figlio e lo Spirito – e ci attendiamo l’un l’altro, noi fratelli. Questo destino non dipende da come è stato “organizzato” l’aldilà, ma dal nome di Dio Padre. Non è letteralmente corretto dire che Dio «ama i buoni e odia i cattivi». Dio, che è Padre ed è amore, ama. Non ci sono due destini per gli uomini così come non ci sono due volti di Dio – l’uno buono e l’altro irato. Questo significa forse che non c’è giudizio e non ci sono inferno e purgatorio? No, significa che questi temi tradizionali del cristianesimo devono essere compresi correttamente, per non stravolgere il nome di Dio e trasformarlo da Padre a Giudice. C’è un giudizio, come ho cercato di mostrare, ma è il giudizio dell’amore paterno e fraterno; c’è l’inferno, ma non si tratta di una prigione in cui vengono gettati i cattivi; c’è il purgatorio, ma non è il dazio da pagare ad un esattore delle tasse; infine c’è il paradiso, ma non è una ricompensa che si guadagnano i migliori. Ciò a cui siamo destinati, o meglio ciò a cui siamo predestinati, è la figliolanza, l’amore, il banchetto del paradiso. Paolo è chiaro a questo proposito: c’è una sola predestinazione, quella di essere «figli adottivi» 24 Per coloro che hanno vissuto tutta la vita cercando di vivere da figli e da fratelli, ci sarà la gioia di scoprire che ciò che li attende è il Regno del Padre e dei fratelli. L’attesa di una vita che si compie. Anche per coloro che hanno vissuto tutta la vita nell’odio (e per fortuna sono abbastanza rari) ciò che li attende è questo, l’abbraccio del Padre e dei fratelli. Non c’è un posto diverso, una sorta di prigione lontana destinata ai cattivi. Questa è un’immagine che può essere usata, ma se presa alla lettera diventa mitologica ed errata, in quanto contraddice la parola della croce, che dice che nessun peccato, nessuna morte, nessuna rivolta è lontana da Dio. Nessun luogo e nessuna persona, nella morte di Cristo, può sentirsi lontana. Nessun peccatore è abbandonato nell’abbandono del Figlio. Anche il peccatore è amato, solo che l’amore di cui si parla non è smidollato, è l’amore forte di Dio, che continua ad amare anche chi non vuole, anche chi percepisce questo abbraccio come una pena. Non so se l’immagine possa funzionare – sempre di immagini si tratta – ma direi che l’inferno è la condizione per cui, colui che non vuole amare ed essere amato, scopre suo malgrado che non esiste altro luogo che l’amore, che in Dio c’è posto per lui ma non c’è posto per l’odio. Se lui sceglie di odiare eternamente non sarà distrutto, ma eternamente sarà amato, perché Dio è amore. Paradiso e inferno non sono dunque azioni diverse di Dio ma l’effetto che – la stessa carezza – fa sulla pelle di chi la desidera e di chi non la desidera. . Questo è ciò che ci è stato preparato, questo è ciò che è stato pensato per noi, questo è quello che riceveremo. La maggioranza di noi, credo, se guarda alla propria vita, si rende conto che non è né in una condizione né nell’altra. Non rifiutiamo l’amore ma nemmeno sappiamo starci di fronte. Se la mia vita dovesse essere posta di colpo sotto lo sguardo veritiero e amorevole di Dio e dei miei fratelli, ci sono molte cose, grandi e piccole, che mi risulterebbero difficili, sgradevoli e dolorose. L’amore sulla mia pelle, spogliata delle piccole menzogne e ombre che la coprono ora, potrebbe bruciare come vampa di fuoco e fiamma viva25. Il purgatorio, di cui bisogna riconoscere che non c’è traccia nel Nuovo Testamento, cerca di esprimere proprio questa idea e questa speranza. Ci sarà lasciato del tempo per abituarci alla carezza di Dio, che all’inizio ci potrebbe quasi ferire. E questa è invece un’idea ben radicata nel Vangelo dove è chiaro che il Padre non è – solo – colui che «brucerà la paglia in un fuoco inestinguibile»26 24 Cf. Ef 1,3-14 , come annunciava Giovanni il Battista, ma molto di più colui 25 Cf. Ct 8,6 26 Mt 3, 12 9 che «non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta»27. L’amore annunciato sulla croce del Figlio è capace di accogliere la debolezza e lasciare tutto il tempo e lo spazio che serve affinché i fratelli imparino ad amarsi come fratelli e, in questo, riconoscere che Dio è Padre. 27 Is 42,3

giovedì 2 aprile 2020

(Mt 26,14- 27,66) La passione del Signore.


VANGELO DI DOMENICA 5 APRILE 2020
(Mt 26,14- 27,66) La passione del Signore.
+ Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo
- Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
- Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
- Uno di voi mi tradirà
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
- Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
- Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge
Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».
Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.
- Cominciò a provare tristezza e angoscia
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
- Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono
Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.
- Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza
Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».
- Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
- Consegnarono Gesù al governatore Pilato
Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».
- Sei tu il re dei Giudei?
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.
Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
- Salve, re dei Giudei!
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.
- Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».
Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
- Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
- Elì, Elì, lemà sabactàni?
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.
- Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo
Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.
- Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete
Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.
Parola del Signore.


UN MIO PENSIERO

La Passione di Gesù,vista dal mio cuore...abbracciami Gesù..

Mi è stato chiesto di parlare della Tua Passione Gesù...
In questo tempo in cui siamo messi alla prova da questo virus silente,strisciante,oserei dire molto simile al serpente demoniaco, ogni parola acquista peso.
Già alla parola "PASSIONE" ho avuto un sobbalzo. Tutto quello che noi raffiguriamo con questa parola, come esseri umani, è qualcosa che ci fa pensare ad un sentimento forte, irrefrenabile, intenso, più d’ogni ragionamento che ci potrebbe distogliere. Questo è il Tuo amore Gesù, il tuo modo meraviglioso, senza riserve, senza limiti, di amarci.
Per noi hai sacrificato la vita e non solo perché sei morto per noi, ma anche perché L' HAI SPESA per noi.
In ogni tuo passo, nell'andare da un posto all'altro, nello sfidare tutte le forze della natura, Tu ti sei rivelato per quello che sei, ed io ti sento in tutta la tua potenza, nella tua incommensurabile, con sapienza umana, forza e potenza. Amare chi ci ama a volte non è neanche facile, altrimenti non ci sarebbero tanti amori non corrisposti sulla terra, ma Tu vuoi di più, Tu fai di più...ed io ti voglio seguire per questa strada, perché solo seguendoti potrò vivere passo passo con te.
La tua via della croce, non è solo una strada ai cui margini dobbiamo metterci per guardare Te che soffri, ma dobbiamo capire che noi siamo quella croce. I suoi legni allargati ad abbracciare questi fratelli confusi e lontani, quei legni che oggi sembrano più vuoti, perché siamo senza messa, senza il pane vivo, ma che sembrano poi innalzarsi verso il cielo, come il tuo sguardo in preghiera rivolto a Dio.
Amore infinito, vittima dell'amore che non è corrisposto, lacrime e sangue versati per noi...questo è il tuo calvario.
Uomini che governano il mondo, attaccati al potere e alla gloria terrena ti condannarono 2020 anni fa e ti condannano oggi a restare in silenzio,  in favore della libertà di idee e religione; uomini che urlano e gridano vogliono Barabba libero al tuo posto, quel Barabba che si chiama divertimento, lusso, profanazione, cattiveria, egoismo, prevaricazione...sì Barabba al tuo posto Angelo Santo, mentre si ubriacano per festeggiare la morte della loro anima!
Oggi ci preoccupiamo di non poter uscire, cantiamo dai balconi con la forza di chi non sa come venire fuori da questo periodo, cantiamo e moriamo mentre c'è chi decide chi attaccare ai respiratori e chi no.
Morire perché altri lo decidono, perché chi guida i popoli, i re degli uomini, hanno pensato a costruire armi anziché dare il massimo ausilio alla sanità pubblica.
Parlare della tua passione, vuol dire essere con Te, e soffrire con Te per noi uomini, ma soprattutto vuol dire accettare di soffrire anche per chi ci odia, perché Tu li ami. Noi non siamo capaci di tanto AMORE, ma l'unico modo per ripagarti di tutte le sofferenze che ti causiamo, è quello di condividere con te il desiderio di salvezza del mondo. Quella croce che tu allarghi su di noi...io voglio abbracciarla con Te, voglio aiutarti Gesù, anche a portare una sola scheggia, ma fa che sia sempre fissa nella mia carne, per ricordarmi che io sono una peccatrice e che quella croce la porti anche per me.
Voglio salire con te sul Calvario e alzare gli occhi al Padre, voglio chiedere perdono per essere perdonata e salvata; allora sì che quella croce darà un senso anche alla mia vita. Saranno le tue braccia e sollevarmi con te verso il regno che Dio ha preparato per noi.
Potevo dire tanto di più sulla tua passione, sulla Pasqua, sul passaggio dalla schiavitù alla salvezza...ma se non passo dall'amore della croce, sono solo parole!!!!!!!!
Vorrei amarti come Tu mi ami Gesù, ma so che ti accontenti di questo mio misero amore, per questo consacro a Te la mia vita, come Tu hai consacrato (dedicato) la Tua per me.
Lella