lunedì 25 settembre 2017

(Lc 8,19-21) Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

VANGELO
(Lc 8,19-21) Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Parola del Signore




COMMENTO DI:
Rev. D. Xavier JAUSET i Clivillé (Lleida, Spagna)
Oggi, leggiamo uno splendido brano del Vangelo. Gesù non offende per nulla sua madre, visto che Lei è la prima ad ascoltare la Parola di Dio e da Lei nasce Colui che è la Parola. Allo stesso tempo è colei che ha compiuto perfettamente la volontà di Dio « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38), risponde all’angelo nell’Annunciazione.
Gesù ci dice quello di cui abbiamo bisogno per essere, anche noi, suoi parenti: «coloro che ascoltano... » (Lc 8,21) e per ascoltare è necessario che ci avviciniamo come i suoi familiari, che arrivarono dove stava; però non poterono avvicinarsi a Lui a causa della folla. I familiari si sforzano per avvicinarsi, converrebbe chiederci se lottiamo e cerchiamo di vincere gli ostacoli che incontriamo nel momento di avvicinarci alla Parola di Dio. Dedico quotidianamente qualche minuto per leggere, ascoltare e meditare le Sacre Scritture? San Tommaso D’Aquino ci ricorda che «è necessario che meditiamo continuamente la Parola di Dio (...); questa meditazione aiuta poderosamente nella lotta contro il peccato».
Ed, infine, adempiere con la Parola. Non basta ascoltare la Parola; è necessario compierla se vogliamo essere membri della famiglia di Dio. Dobbiamo mettere in pratica quello che ci dice! Per questo sarebbe opportuno che ci chiedessimo se solamente ubbidiamo quando quello che ci chiedono ci piace ed è relativamente facile o, al contrario, quando bisogna rinunciare al proprio benessere, alla propria fama, ai beni materiali o al tempo disponibile per il riposo..., mettiamo la Parola tra parentesi, in attesa di tempi migliori. Imploriamo la Vergine Maria di poter ascoltare come Lei e compiere la Parola di Dio per così percorrere il cammino che conduce alla felicità perenne.

Preghiera e Fede: l'ombrello rosso

domenica 24 settembre 2017


VANGELO DI LUNEDI 25 SETTEMBRE 2017

Giorno liturgico: Lunedì, XXV settimana del Tempo Ordinario

Testo del Vangelo (Lc 8,16-18): In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».





 COMMENTO DI: + Rev. D. Joaquim FONT i Gassol
(Igualada, Barcelona, Spagna)

«Pone [la lampada] su un candelabro, perché chi entra veda la luce»

Oggi, questo Vangelo così breve, è ricco di tematiche che attirano la nostra attenzione. In primo luogo, “dare luce”: tutto è evidente d’innanzi agli occhi di Dio! Secondo grande tema: le Grazie sono concatenate, la fedeltà a una, attrae le altre: «gratiam pro gratia» (Gv 1,16). Infine , è un linguaggio umano per cose divine e permanenti.
Luce per coloro che entrano nella Chiesa! Da secoli le madri cristiane hanno insegnato nell’intimità, ai loro figli con parole espressive, però soprattutto con la “luce” del loro buon esempio. Hanno insegnato anche con la tipica saggezza popolare e evangelica, raccolta in molti proverbi, pieni di sapienza e di fede allo stesso tempo. Uno di questi è: “illuminare ma non diffuminare”. San Matteo ci dice: «(...) perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,15-16).
Il nostro esame di coscienza alla fine della giornata è paragonabile al negoziante che controlla l’incasso per vedere il frutto del suo lavoro. Non inizia chiedendosi: -Quanto ho perso?- Al contrario: -Cosa ho guadagnato? E subito dopo –Como potrò guadagnare di più domani, cosa posso fare per migliorare? Il ripasso della nostra giornata finisce con un ringraziamento e, per contrasto, con un amorevole atto di dolore. –Mi spiace non aver amato di più e spero, con ardore, iniziare domani il nuovo giorno per gradire di più a Nostro Signore, che sempre mi vede, mi accompagna e mi ama tanto. –Desidero procurare più luce e diminuire il fumo del fuoco del mio amore.
Durante le serate familiari, i genitori e i nonni hanno forgiato –e forgiano- la personalità e la pietà dei ragazzi di oggi e uomini del domani. Vale la pena! È urgente! Maria Stella mattutina, Vergine dell’alba che precede la Luce del Sole-Gesù, ci guida e da la mano. «Oh Vergine gioiosa! È impossibile che si perda colui nel quale tu hai posto il tuo sguardo» (Sant’ Anselmo).

sabato 23 settembre 2017

(Mt 20,1-16) Sei invidioso perché io sono buono?

VANGELO
(Mt 20,1-16) Sei invidioso perché io sono buono?

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Parola del Signore.  


COMMENTO DI:

Rev. D. Jaume GONZÁLEZ i Padrós
(Barcelona, Spagna)
Oggi, l’evangelista continua a descrivere il Regno di Dio secondo l’insegnamento di Gesù, così come si sta proclamando in queste domeniche d’estate nelle nostre assemblee eucaristiche.
Sullo sfondo del racconto di oggi vi è la vigna, immagine profetica del popolo di Israele nell’Antico Testamento e adesso del nuovo popolo di Dio che nasce dal costato aperto del Signore sulla croce. La questione: l’appartenenza a questo popolo, che viene data da una chiamata personale rivolta a ciascuno di noi: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16), e per la volontà del Padre del cielo di estendere questa chiamata a tutti gli uomini, mosso dal suo desiderio generoso di salvezza.
Risalta, in questa parabola, la protesta dei lavoratori della prima ora. Sono l’immagine parallela del fratello maggiore della parabola del figlio prodigo. Quelli che vivono il loro lavoro per il Regno di Dio (il lavoro nella vigna) come un peso («abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo»: Mt 20,12) e non come un privilegio che Dio concede loro, non lavorano con gioia filiale, ma con il malumore dei servi.
Per loro la fede è qualcosa che lega e rende schiavi e, di nascosto, invidiano coloro che “vivono la vita”, dal momento che concepiscono la coscienza cristiana come un freno e non come delle ali che danno uno slancio divino alla vita umana. Pensano che è meglio rimanere disoccupati spiritualmente, invece di vivere alla luce della Parola di Dio. Sentono che per loro la salvezza è dovuta e di essa son gelosi. Il loro spirito meschino contrasta notevolmente con la generosità del Padre, che «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4), e per questo chiama a lavorare nella sua vigna, «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9).

venerdì 22 settembre 2017

(Lc 8,4-15) Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza. 

VANGELO
(Lc 8,4-15) Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza.
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Parola del Signore 


COMMENTO DI:

Rev. D. Lluís RAVENTÓS i Artés
(Tarragona, Spagna)
Oggi, Gesù ci parla di un seminatore che «uscì a seminare il suo seme» (Lc 8,5) e quel seme era precisamente la «Parola di Dio». Però «i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono» (Lc 8,7).
Esiste una grande varietà di rovi. «Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione» (Lc 8,14).
-Signore, per caso sono io, forse, il colpevole di avere preoccupazioni? – Vorrei non averne, però mi arrivano da tutte le parti! Non capisco perché devono privarmi della tua Parola, visto che non sono in peccato, non ho vizi ne difetti.
-Perché dimentichi che io sono tuo Padre e ti lasci soggiogare per un domani che non sai se arriverà!
«Se vivessimo con più fiducia nella divina Provvidenza, sicuri –con una solida fede!- di questa protezione quotidiana che non ci abbandona mai, quante preoccupazioni e inquietudini potremmo risparmiarci! Sparirebbero un mucchio di chimere che, detto da Gesù, sono proprie di uomini pagani, di gente mondana (cf. Lc 12,30), di persone che sono carenti del senso del soprannaturale (...). Io vorrei imprimere a fuoco nelle vostre menti –ci dice san Josemaria- che abbiamo tutti i motivi per essere ottimisti su questa terra, con l’anima distaccata del tutto da tante cose che sembrano imprescindibili, visto che vostro Padre sa perfettamente ciò di cui avete bisogno! (cf. Lc 12,30), e Lui provvederà». Disse Davide «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno» (Sal 55,23). Così lo fece san Giuseppe quando il signore lo provò: rifletté, consultò, pregò, prese una decisione e lasciò tutto in mano di Dio. Quando venne l’Angelo –commenta Mons. Ballarin- non osò svegliarlo e gli parlò nel sonno. Infine, «Io non debbo avere altre preoccupazioni che la tua Gloria..., in una parola, il tuo Amore» (San Josemaría).

giovedì 21 settembre 2017

(Lc 8,1-3) C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.



VANGELO
(Lc 8,1-3) C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Parola del Signore 



COMMENTO DI:
Rev. D. Jordi PASCUAL i Bancells
(Salt, Girona, Spagna)
Oggi, ci fissiamo sul Vangelo in cui si narra quella che potrebbe essere una giornata abituale dei tre anni della vita pubblica di Gesù. San Luca lo narra con poche parole: «Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio» (Lc 8,1). È ciò che contempliamo nel terzo mistero luminoso del Santo Rosario.
Commentando questo mistero Papa Giovanni Paolo II dice: «Mistero di luce è la predicazione con la quale Gesù annuncia l'avvento del Regno di Dio e invita alla conversione, perdonando i peccati di chi si accosta a Lui con umile fiducia, inizio del ministero di misericordia che Egli continuerà ad esercitare fino alla fine del mondo, specie attraverso il sacramento della Riconciliazione affidato alla sua Chiesa».
Gesù continua a passare vicino a noi offrendoci i suoi beni soprannaturali: quando preghiamo, quando leggiamo e meditiamo il Vangelo per conoscerlo e amarlo di più e imitare la sua vita, quando riceviamo un sacramento, specialmente l’Eucaristia e la Penitenza, quando ci impegniamo con sforzo e costanza nel lavoro quotidiano, quando ci rapportiamo con la famiglia, con gli amici o i vicini, quando aiutiamo una persona bisognosa materialmente o spiritualmente, quando riposiamo o ci divertiamo… In ogni circostanza possiamo incontrare Gesù e seguirlo come quei dodici e le sante donne.
Non solo, ognuno di noi è chiamato da Dio a diventare “Gesù che passa”, per parlare – con le nostre opere e con le nostre parole – a quelli che frequentiamo della fede che riempie il senso della nostra esistenza, della speranza che ci spinge a continuare per i cammini della vita fiduciosi nel Signore e della carità che guida tutto il nostro procedere.
La prima a seguire Gesù e ad “essere Gesù” è Maria. Che Lei ci aiuti con il suo esempio e la sua intercessione!

mercoledì 20 settembre 2017

(Mt 9,9-13) Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

VANGELO
(Mt 9,9-13) Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Parola del Signore.



COMMENTO DI:
Rev. D. Joan PUJOL i Balcells
(La Seu d'Urgell, Lleida, Spagna)
Oggi celebriamo la festa dell’apostolo evangelista San Matteo. Lui stesso ci racconta nel suo Vangelo la sua conversione. Era seduto nel posto dove riscuotevano le tasse e Gesù lo invitò a seguirlo. Matteo —dice il Vangelo— «Si alzò e lo seguì» (Mt 9,9). Con Matteo arriva nel gruppo dei dodici, un uomo totalmente diverso dagli altri apostoli, tanto per la sua cultura così come per la sua posizione sociale e ricchezza. Suo padre gli aveva fatto studiare economia per poter fissare il prezzo del grano e del vino, dei pesci che gli avrebbe portato Pietro, Andrea e i figli di Zebedeo e anche il prezzo delle perle preziose di cui parla il Vangelo.
Il suo mestiere di esattore delle tasse era mal visto. Quelli che lo esercitavano erano considerati pubblicani e peccatori. Era al servizio del Re Erode signore di Galilea, un Re odiato dal suo popolo e il nuovo testamento ce lo presenta come un adultero, l’assassino di Giovanni Battista e lo stesso che vilipendiò Gesù il Venerdì Santo. Cosa starebbe pensando Matteo quando andò a render conto al Re Erode? La conversione di Matteo doveva supporre una vera liberazione come lo dimostra il banchetto al quale invitò pubblicani e peccatori. Fu la forma di dimostrare il suo ringraziamento al Maestro per aver potuto uscire da una situazione miserabile e trovare la vera felicità. San Beda il Venerabile, commentando la conversione di Matteo, scrisse: «La conversione di un esattore di tasse dà esempio di penitenza e di indulgenza ad altri esattori di tasse e peccatori (...). Al primo istante della sua conversione attira verso Egli, che è tanto come dire la Salvezza, a un nutrito numero di peccatori».
Nella sua conversione si fa presente la misericordia di Dio come lo manifestano le parole di Gesù davanti alla critica dei farisei: «Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,3).

martedì 19 settembre 2017

(Lc 7,31-35) Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.

VANGELO
(Lc 7,31-35) Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.


+ Dal Vangelo secondo Luca


In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».


Parola del Signore. 



COMMENTO DI:

Rev. D. Xavier SERRA i Permanyer
(Sabadell, Barcelona, Spagna)
Oggi, Gesù constata la durezza di cuore della gente del Suo tempo, almeno dei farisei che si sentivano così sicuri di sè stessi che non c’era chi potesse convertirli. Non si immutano né davanti a Giovanni Battista, «Non mangiava pane né beveva vino» (Lc 7,33), e lo accusavano di essere posseduto da un demonio; né si immutano davanti al Figlio dell’uomo che «mangia e beve», e Lo accusano di “mangione” e “ubriacone” e di essere, inoltre, amico di «pubblicani e di peccatori» (Lc 7,34). Dietro queste accuse occultano il loro orgoglio e la loro superbia: nessuno deve pretendere di voler dar loro lezioni; non accettano Dio ma si attribuiscono arbitrariamente il posto di Dio,ma di un Dio che non li smuova dalle loro comodità, privilegi e interessi.
Anche noi corriamo questo pericolo. Quante volte critichiamo tutto: se la Chiesa dice questo…, perché dice quello…, si dice tutto il contrario…, e la stessa cosa facciamo con Dio e con gli altri. In fondo, in fondo, forse incoscientemente, vogliamo giustificare la nostra pigrizia e l’assenza del desiderio di un’autentica conversione o giustificare la nostra comodità e la nostra mancanza di docilità. Dice san Bernardo: «Che cosa c’è di più logico che non voler vedere le proprie piaghe specialmente se uno le cela per non vederle? Da questo si deduce che, ulteriormente anche se le scopre un altro, quegli ostinatamente dirà che non sono piaghe e lascerà che il suo cuore si abbandoni a parole false.


Dobbiamo permettere che la Parola di Dio arrivi al nostro cuore e ci converta: dobbiamo permettere che ci cambi, che ci trasformi con il Suo potere. Per questo, però, dobbiamo chiedere il dono dell’umiltà. Solo l’umile può accettare Dio, per cui, dobbiamo lasciare che si avvicini a noi, che, come “pubblicani” e “peccatori”, abbiamo bisogno che ci guarisca. Guai a chi crede di non aver bisogno del medico! La cosa peggiore per un ammalato è credere di star bene, perché allora il male si aggraverà e non vi porrà mai rimedio. Tutti siamo ammalati di morte, e solo Cristo può salvarci, ne siamo consapevoli o no. Ringraziamo il Signore, accogliendolo, com’è, quale nostro Salvatore!

lunedì 18 settembre 2017

(Lc 7,11-17) Ragazzo, dico a te, alzati!

VANGELO
(Lc 7,11-17) Ragazzo, dico a te, alzati!
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Parola del Signore 



COMMENTO DI:
+ Rev. D. Joan SERRA i Fontanet
(Barcelona, Spagna)
Oggi, due comitive si trovano. Una comitiva che accompagna la morte e l’altra che accompagna la vita. Una povera vedova, seguita dalla famiglia e dagli amici, portava suo figlio al cimitero e all’improvviso, vede la folla che andava con Gesù. Le due comitive si incrociano e si fermano, e Gesù dice alla madre che andava a seppellire suo figlio: « Non piangere!» (Lc 7,13). Tutti rimangono a guardare Gesù, che non resta indifferente al dolore e alla sofferenza di quella povera madre, ma, al contrario, sente compassione e ridà la vita a suo figlio. È che trovare Gesù è trovare la vita, poiché Gesù disse di se stesso: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). San Braulio di Zaragoza scrive: «La speranza della risurrezione deve confortarci, perché ritorneremo a vedere nel cielo quelli che abbiamo perso qui».
Con la lettura del brano del Vangelo che ci parla della risurrezione del giovane di Nain, si potrebbe rimarcare la divinità di Gesù e insistere nella stessa, dicendo che soltanto Dio può ritornare un giovane alla vita; ma oggi preferirei porre in rilievo la sua umanità, per non vedere Gesù come un essere distante, come un personaggio molto diverso da noi, o come qualcuno così importante da non suscitare la fiducia che può ispirarci un buon amico.
I cristiani dobbiamo sapere imitare Gesù. Dobbiamo chiedere a Dio la grazia di essere Cristo per gli altri. !Magari se ognuno che ci veda, potesse contemplare un’immagine di Gesù nella terra! Quelli che vedevano San Francesco di Assisi, per esempio, vedevano l’immagine viva di Gesù. Santi sono quelli che portano Gesù nelle proprie parole e opere e imitano il suo modo di attuare e la sua bontà. La nostra società ha bisogno di santi e tu puoi essere uno di loro nel tuo ambiente.

domenica 17 settembre 2017

ROSARIO RECITATO PER I SACERDOTI

ROSARIO RECITATO PER I SACERDOTI



Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Credo in Dio, Padre onnipotente, crea-tore del cielo e della terra; e in Gesù Cri-sto, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nac-que da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; di-scese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio, Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comu-nione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.
Ave, Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne è benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo come era in principio ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia.
Salve Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A te ricorriamo, esuli figli di Eva; a te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.
MISTERI GAUDIOSI



Nel 1° Mistero Gaudioso si contempla l'Annuncia-zione
O Madre dell'Eterno Sacerdote e perciò Madre del Sacerdozio cattolico - noi adoriamo il Verbo divino fattosi uomo e Sacerdote nel vostro seno, per la po-tenza di quelle cinque parole : « Fiat mihi secundum verbum tuum ». - Ammiriamo la dignità del Sacerdote che con altre cinque parole, altrettanto onnipotenti « questo è il mio corpo » rende Gesù presente sul-l'Altare - e vi domandiamo per tutti i Sacerdoti una santità conveniente alla loro sublime dignità - e per noi di saper apprezzare e approfittare del grande do-no fattoci da Dio nel darceli, quali padri delle no-stre anime. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 2° Mistero Gaudioso si contempla la Visitazione
O Madre dell'Eterno Sacerdote - noi adoriamo Gesù, che riempiendo il vo-stro cuore della sua carità, vi spinse a visitare S. Eli-sabetta e, al suono della vostra voce, santificò S. Gio-vanni Battista - Ammiriamo la potenza del Sacerdote che con la sua parola altrettanto onnipotente, risuscita o guarisce in nome di Cristo le anime nel sacramento della confessione - e vi preghiamo di concedere a tutti i Sacerdoti gli stessi ardori di apostolato, affinchè sap-piano, come Voi, portare Gesù alle anime e le anime a Gesù - ed a noi di accostarci sempre degnamente al tribunale della Penitenza. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 3° Mistero Gaudioso si contempla la Nascita di Gesù
O Madre dell'Eter-no Sacerdote - noi adoriamo Gesù nell'atto di essere da Voi presentato all'adorazione dei Pastori e dei Magi - Ammiriamo la dignità del Sacerdote incaricato di di-stribuire quello stesso Gesù alle anime nella S. Comu-nione - e vi domandiamo per tutti i sacerdoti l'ardore della vostra fede nel trattare l'Eucaristia, di cui sono custodi, e la purezza delle vostre mani nell'ammini-strarla ai fedeli; - ed a noi di sempre accostarci de-gnamente a questo Sacramento. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 4° Mistero Gaudioso si contempla la Presentazione.
O Madre dell'Eterno Sacerdote - noi adoriamo Gesù, che nel tempio compie per mano vostra l'offertorio del suo sacrificio - Ammiriamo la dignità dei sacerdote che nella S. Messa offre quella stessa ostia di propiziazione; - e vi do-mandiamo per tutti i sacerdoti di salire sempre de-gnamente l'altare - e per noi di sapere meglio apprez-zare il valore della S. Messa, ascoltandola più fre-quentemente e più divotamente possibile. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 5° Mistero Gaudioso si contempla il Ritrovamento di Gesù.
O Madre del-l'Eterno Sacerdote - noi adoriamo Gesù che manifesta al mondo la sua sapienza nel tempio - Ammiriamo la dignità del Sacerdote a cui Gesù ha affidato la mis-sione di portare la sua stessa parola a tutte le genti - e vi domandiamo di concedere a tutti i Sacerdoti la scienza e lo zelo di saperla bandire con coraggio ed unzione - e a noi di ascoltarla sempre con fede, at-tenzione e docilità. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio, Salve Regina.
MISTERI DOLOROSI



Nel 1° Mistero Doloroso si contempla l'Orazione di Gesù nell'Orto
O Corredentrice del genere umano - noi adoriamo con Voi Gesù, Sommo ed Eterno Sa-cerdote, che con gemiti e lacrime di sangue prega per l'umanità colpevole - e vi domandiamo di concedere a tutti i Sacerdoti un grande spirito di pietà, affinchè, quali nostri mediatori, si interpongano con Gesù e con Voi presso la divina giustizia, onde ottenerci pace e perdono - specialmente vi domandiamo che sia afficace la loro sollecitudine per i malati, perchè siano anche essi consolati e curati quando saranno vecchi ed in-fermi - e che noi possiamo avere la consolazione di averli al nostro capezzale al punto di morte. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...





Nel 2° Mistero Doloroso si contempla la Flagellazione
O Corredentrice del genere umano - noi adoriamo con Voi Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote, vergognosamente spogliato e cru-delmente flagellato - e vi preghiamo di concedere a tutti i Sacerdoti la virtù della castità, onde non ab-biano mai ad offuscare la gloria del celibato eccle-siastico - ed a noi il coraggio di difenderli contro i loro nemici e la prudenza di non compromettere mai, anche minimamente, il loro onore. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...


Nel 3° Mistero Doloroso si contempla la Coronazione di spine
O Correden-trice del genere umano - noi adoriamo con Voi Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote fatto ludibrio della sbir-raglia, per riparare agli scherni che a Lui si rinnovano nei suoi Sacerdoti specialmente da parte dei governi comunisti - e vi domandiamo di saperli sempre trat-tare con somma venerazione e rispetto, vedendo come Voi in essi i rappresentanti di Cristo. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 4° Mistero Doloroso si contempla la Salita al Calvario
O Corredentrice del genere umano - noi adoriamo con Voi Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote, che cade sotto la croce, su cui pesano tutti i nostri peccati - e vi domandiamo di concedere ai Sacerdoti caduti di rialzarsi e ai buo-ni la dolcezza nell'accogliere i peccatori e il dono di consolare gli afflitti, facendosi pietosi Cirenei di quanti sono oppressi dal peso della loro croce. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 5° Mistero Doloroso si contempla la Crocifissione di Gesù
O Correden-trice del genere umano - noi adoriamo con Voi Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote, confitto per amor nostro sulla Croce - e vi domandiamo di far sentire a tutti i Sacerdoti quella maternità che a loro riguardo Gesù morente vi ha affidata, nella persona di S. Giovanni, affinchè essi possano essere degni e zelanti dispen-satori dei frutti della Redenzione. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio, Salve Regina.
MISTERI GLORIOSI



Nel 1° Mistero Glorioso si contemplala Risurrezione
O Gloriosa Regina del Clero ; - noi adoriamo con Voi Gesù risorto che invia le pie donne messaggere agli Apostoli e comparendo ad essi concede loro il potere di rimettere i peccati - e vi domandiamo che le donne non abbiano mai ad essere ostacolo al Sa-cerdote, ma le sue umili, discrete e fedeli coadiutrici, - che i Sacerdoti siano sempre degni ministri del gran-de Sacramento della misericordia - e noi tutti sappia-mo degnamente apprezzarlo e servircene. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 2° Mistero Glorioso si contemplala l'Ascensione di Gesù
O gloriosa Re-gina del Clero - noi adoriamo con Voi Gesù che prima di salire al cielo manda gli Apostoli per tutto il mon-do e, come per confortarli nella difficile missione, vi addita ad essi quale loro Maestra, Guida e Madre - e vi domandiamo che tutti i sacerdoti sappiano avere verso di Voi gli stessi sentimenti degli Apostoli, af-finchè il loro ministero possa essere ugualmente in-stancabile e fecondo. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 3° Mistero Glorioso si contemplala la Pentecoste
O gloriosa Regina degli Apostoli - noi adoriamo con Voi lo Spirito S., che, attirato dalle vostre preghiere discende con sovrabbon-danza sugli Apostoli per illuminarli e santificarli, affin di renderli degni ministri di Dio - e vi domandiamo che tutti i Sacerdoti, trasformati dallo stesso Spirito, abbiano ad essere con la loro vita a Voi di consola-zione, alla Chiesa d'onore e a noi di edificazione.1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 4° Mistero Glorioso si contemplala l'Assunzione di Maria in cielo
O Glo-riosa Regina del Clero - noi adoriamo con Voi lo Spi-rito S. che rivelò agli Apostoli il mistero della vostra Assunzione e le meraviglie della vostra grandezza - e vi domandiamo, che, come essi partendo da Gerusa-lemme con negli occhi ancora la vostra immagine e nel cuore l'amoroso desiderio di rivedervi, si fecero i ban-ditori delle vostre glorie, così tutti i Sacerdoti abbia-no per Voi un filiale amore e si facciano apostoli entusiasti della vostra divozione. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio...



Nel 5° Mistero Glorioso si contemplala l'incoronazione di Maria
O Gloriosa Regina della Chiesa - noi adoriamo con Voi la SS. Tri-nità nell'atto di incoronarvi Regina di tutto il creato - e vi domandiamo che tutti i Sacerdoti, riconoscendo e proclamando la vostra Regalità, si sforzino di realiz-zarla consacrando al vostro Cuore Immacolato se stes-si, la propria parrocchia, le famiglie e le anime ad essi affidate. 1 Pater, 10 Ave, 1 Gloria, Gesù mio, Salve Regina.
LITANIE LAURETANE
Signore, pietà.
Cristo, pietà.
Signore, pietà.
Cristo, ascoltaci.
Cristo, esaudiscici.
Padre del cielo, che sei Dio, abbi pietà di noi.
Figlio, Redentore del mondo, che sei Dio, abbi pietà di noi.
Spirito Santo, che sei Dio, abbi pietà di noi.
Santa Trinità, unico Dio, abbi pietà di noi.
Santa Maria, prega per noi.
Santa Madre di Dio, prega per noi.
Santa Vergine delle vergini, prega per noi.
Madre di Cristo, prega per noi.
Madre della Chiesa, prega per noi.
Madre della divina grazia, prega per noi.
Madre purissima, prega per noi.
Madre castissima, prega per noi.
Madre sempre vergine, prega per noi.
Madre immacolata, prega per noi.
Madre degna d'amore, prega per noi.
Madre ammirabile, prega per noi.
Madre del buon consiglio, prega per noi.
Madre del Creatore, prega per noi.
Madre del Salvatore, prega per noi.
Madre di misericordia, prega per noi.
Vergine prudentissima, prega per noi.
Vergine degna di onore, prega per noi.
Vergine degna di lode, prega per noi.
Vergine potente, prega per noi.
Vergine clemente, prega per noi.
Vergine fedele, prega per noi.
Specchio della santità divina, prega per noi.
Sede della Sapienza, prega per noi.
Causa della nostra letizia, prega per noi.
Tempio dello Spirito Santo, prega per noi.
Tabernacolo dell'eterna gloria, prega per noi.
Dimora tutta consacrata a Dio, prega per noi.
Rosa mistica, prega per noi.
Torre di Davide, prega per noi.
Torre d'avorio, prega per noi.
Casa d'oro, prega per noi.
Arca dell'alleanza, prega per noi.
Porta del cielo, prega per noi.
Stella del mattino, prega per noi.
Salute degli infermi, prega per noi.
Rifugio dei peccatori, prega per noi.
Consolatrice degli afflitti, prega per noi.
Aiuto dei cristiani, prega per noi.
Regina degli angeli, prega per noi.
Regina dei Patriarchi, prega per noi.
Regina dei Profeti, prega per noi.
Regina degli Apostoli, prega per noi.
Regina dei Martiri, prega per noi.
Regina dei veri cristiani, prega per noi.
Regina dei Vergini, prega per noi.
Regina di tutti i Santi, prega per noi.
Regina concepita senza peccato originale, prega per noi.
Regina assunta in cielo, prega per noi.
Regina del santo Rosario, prega per noi.
Regina della Pace, prega per noi.
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, perdonaci, o Signore.
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, ascoltaci, o Signore.
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.
Prega per noi, Santa Madre di Dio. E saremo degni delle promesse di Cristo.

(Lc 7,1-10) Neanche in Israele ho trovato una fede così grande.

VANGELO
(Lc 7,1-10) Neanche in Israele ho trovato una fede così grande.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Parola del Signore. 


COMMENTO DI:
Fr. John A. SISTARE
(Cumberland, Rhode Island, Stati Uniti)
Oggi, siamo di fronte a una questione interessante. Per quale ragione il centurione del Vangelo non andò personalmente all’ incontro di Gesù e, invece, mandò avanti alcune autorità dei Giudei, richiedendo che fossero a salvare il suo servo? Lo stesso centurione risponde per noi nel brano evangelico: Signore, «per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito» (Lc 7,7).
Quel centurione possedeva la virtù della fede credendo che Gesù potesse fare il miracolo —se così lo avesse voluto— solamente con la sua divina volontà. La fede gli fece credere che, a prescindere da dove Gesù potesse trovarsi, Egli poteva guarire il servo malato. Quel centurione era assolutamente convinto che nessuna distanza poteva impedire o frenare Cristo, se voleva portare a buon termine il suo lavoro di salvezza.

Anche noi a volte, nella nostra vita, siamo chiamati ad avere la stessa fede. Ci sono occasioni in cui possiamo essere tentati a credere che Gesù è lontano e che non ascolta le nostre richieste. Tuttavia, la fede illumina le nostre menti e i nostri cuori, facendoci credere che Gesù è sempre vicino per aiutarci. Infatti, la presenza salvifica di Gesù nell’Eucarestia deve essere il nostro memorandum permanente che Gesù è sempre vicino a noi. Sant’Agostino, con occhi di fede credeva in questa realtà «Ciò che vediamo nel pane e nel calice; è quello che i tuoi occhi vedono. Però ciò che la tua fede ti obbliga ad accettare è che il pane è il Corpo di Cristo e che nel calice c’è il Sangue di Cristo».

La fede illumina le nostre menti per farci vedere la presenza di Gesù in mezzo a noi. E, come quel centurione, diremo. « Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto» (Lc 7,6). Quindi, se ci umiliamo di fronte a nostro Signore e Salvatore, Lui viene a curarci. Lasciamo quindi che Gesù penetri nel nostro spirito, nella nostra casa, per curare e rafforzare la nostra fede e condurci verso la vita eterna.

sabato 16 settembre 2017

(Mt 18,21-35) Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

VANGELO
(Mt 18,21-35) Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore 


COMMENTO DI:
Rev. P. Anastasio URQUIZA Fernández MCIU
(Monterrey, Messico)
Oggi, nel Vangelo, Pietro consulta Gesù su di un tema assai concreto che persiste nel cuore di molte persone: domanda sul limite del perdono. La risposta è che non esiste tale limite: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). Per spiegare questa realtà, si serve di una parabola. La domanda del re costituisce il nocciolo della parabola: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,33).

Il perdono è un dono, una grazia che procede dall’amore e dalla misericordia di Dio. Per Gesù, il perdono non ha limiti, se il pentimento è sincero e verace. Esige, però, di aprire il cuore alla conversione, cioè, di trattare gli altri secondo i criteri di Dio.
Il peccato grave ci allontana da Dio (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1470). Il mezzo ordinario per ricevere da Dio il perdono del peccato grave è il sacramento della Penitenza, e l’atto del penitente che la completa è la riparazione. Le opere proprie che manifestano la soddisfazione sono il segno dell’impegno personale –che il cristiano ha assunto davanti a Dio- di cominciare un’esistenza nuova, riparando, nei limiti del possibile, i danni causati al prossimo.
Non ci può essere perdono del peccato senza una qualche riparazione, che ha per finalità: 1. Evitare di cadere in altri peccati più gravi; 2. Allontanare il peccato (giacché le penitenze riparatrici servono da freno e rendono il penitente più cauto e vigilante); 3. Togliere con gli atti virtuosi le cattive abitudini contratti nel vivere male; 4. Rassomigliarci a Cristo.
Come spiegò san Tommaso D’Acquino, l’uomo è debitore di Dio per i benefici ricevuti e per i peccati commessi. Per i primi deve renderGli adorazione e gratitudine; e, per i secondi, Gli deve riparazione. L’uomo della parabola non volle riparare, per cui si rese incapace di ricevere il perdono.

venerdì 15 settembre 2017

(Lc 6,43-49) Perché mi invocate: Signore, Signore! e non fate quello che dico?

VANGELO
(Lc 6,43-49) Perché mi invocate: Signore, Signore! e non fate quello che dico?
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Parola del Signore






P. Raimondo M. SORGIA Mannai OP (San Domenico di Fiesole, Florencia, Italia)
Oggi, il Signore ci sorprende facendo “pubblicità” di se stesso. Non è mia intenzione “scandalizzare” nessuno con queste affermazioni. È la nostra pubblicità terrenale ciò che diminuisce le cose grandi e soprannaturali. È promettere ad esempio, che in poche settimane una persona grassa potrà perdere al meno cinque o sei chili usando un determinato “prodotto-falso’’, (o altre promesse miracolose similari) che ci fa vedere la pubblicità coni occhi sospettosi. Ancora di più quando si ha un “prodotto” garantito al cento per cento e —come il Signore— non vende nulla a cambio di denaro ma soltanto ci chiede di crederGli prendiamolo come esempio e modello di un preciso stile di vita, dunque Gesù il più grande “pubblicitario” di se stesso «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
Oggi afferma che «Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica» è prudente, «è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo profondamente e ha posto le fondamenta sopra la roccia» (Lc 6,47-48), in modo da ottenere una costruzione solida e resistente, capace di affrontare i colpi del mal tempo. Se al contrario, chi edifica non ha avuto questa precauzione, finirà per ritrovarsi davanti un mucchio di pietre demolite e se si trovava all’interno nel preciso momento dello scontro con la pioggia pluviale potrà perdere non soltanto la casa ma anche la propria vita.
Però, non basta avvicinarsi a Gesù, ma è necessario ascoltare con la massima attenzione i suoi insegnamenti e soprattutto, di metterli in pratica, perché anche il curioso si avvicina e anche, l’eretico, lo studioso di storia o filologia... però sarà così che alzeremo il palazzo della Santità cristiana, ad esempio dei fedeli pellegrini e per la gloria della Chiesa Celestiale.

Il silenzio di Maria vertice dell’ascolto.

Il silenzio di Maria vertice dell’ascolto.


 Ci sono molti tipi di silenzio: vi è un silenzio esteriore e uno interiore, vi è un silenzio di stupore ed un silenzio di rabbia, vi è un silenzio annoiato ed un silenzio che sta in ascolto. Molte volte il silenzio è segno di assenza, di disinteresse, di morte ma, qui, vorrei parlare della pratica spirituale del silenzio, cioè vorrei parlare di quel silenzio che, perseguendo una maniera di comunicazione diversa da quella che si dà nella parola, si affida al silenzio. Grossomodo possiamo dire che, sotto questo profilo, vi sono due grandi maniere di intendere il silenzio: quella sapienziale e quella mistica. 1. Il silenzio sapienziale La prima è ampiamente testimoniata nelle scritture: è la prospettiva sapienziale, è quella prospettiva che percependo la grandezza potente e sconcertante di Dio zittisce. Vorrei richiamare due esempi. Prendo il primo dal testo di 1Re 19 che presenta Elia, un uomo impaurito dalle minacce di Gezabele, in marcia verso la montagna dove Israele aveva avuto la sua prima esperienza di Dio. Quel Dio che non è nel vento, nel terremoto e nel fuoco, si rivela in una qol demamá daqà, cioè letteralmente in una voce di silenzio sottile. La recente traduzione CEI – il sussurro di una brezza leggera – è forse migliore della precedente che parlava del mormorio ma né il sussurro né il mormorio riescono a rendere veramente l’ossimoro «voce di silenzio». Il senso è che Dio non può essere racchiuso in schemi umani né in quelli del grandioso e dello straordinario né in quelli della dolcezza: Dio è la voce del silenzio, quel silenzio che l’aggettivo “sottile” precisa come capace di insinuarsi nei cuori e nella mente delle persone. Prendo il secondo dal lavoro di A. Neher, L’esilio della Parola (Marietti, Casale Monferrato 1983) dove l’autore avvicina l’esperienza di Dio ad Auschwitz e si chiede dov’era Dio di fronte alle esperienze crudeli e terribili della Shoà. Di fronte ai drammi del male, Dio apparentemente tace, sta in disparte ed il suo silenzio si impone al credente chiamato ad un atteggiamento nuovo di preghiera, di testimonianza e di profezia. «Dio si è ritirato nel silenzio – scriverà – non per evitare l’uomo ma per incontrarlo»: in questa situazione, tocca all’uomo riprendere e riformulare le parole non-dette di Dio. Mi viene facile pensare al testo di Mt 14 dove la barca dei discepoli è agitata dal mare della paura e del dubbio mentre Gesù se ne sta solo sul monte a pregare. È da lì, da una condizione di silenzio e di preghiera che va incontro alla sua comunità; l’importanza di questo modo silenzioso ed orante di accostare le persone sarà ripreso anche da Mc 14 nel racconto del Getsemani. Il silenzio sapienziale è l’atteggiamento che la persona umana prende di fronte alla esperienza della presenza di Dio: ogni pretesa umana deve tacere per liberare così lo spazio di una purificazione, di una adesione a Dio. Basta richiamare i testi di Ab 2,20; Zac 2,17 per ricordare questo silenzio che si impone a tutta la terra e ad ogni mortale quando si pone 1 davanti al Signore. Questo silenzio sapienziale è il silenzio che si fa invocazione perché Dio parli ed attenzione al suo ascolto. Una simile visione, poiché rimanda ad una esperienza umana, si ritrova anche in molti saggi. Confucio ad esempio osserva: «il silenzio è un amico fedele che non tradisce mai» mentre Kahlil Gibran scrive che «soltanto avendo bevuto dal fiume del silenzio, tu potrai cantare». Del resto anche i nostri proverbi insegnano che «il silenzio è d’oro» mentre le scritture ricordano che «vi è un tempo per tacere ed un tempo per parlare» (Qo 3) tanto che «anche lo stolto, se tace, passa per saggio» (Pro 17). Nel suo lavoro Buddismo e Occidente (Jaca Book, Milano 1987, 255), H. de Lubac indicherà questo insieme di dati come una pars purificans che si può ritrovare anche in altre religioni; il silenzio sapienziale introduce a quello mistico. 2. Il silenzio mistico Il silenzio mistico non è oggetto delle scritture perché, nella sua sostanza, sta al di là delle parole ma è solo alluso. Possiamo cioè recuperarne il senso attraverso alcune parziali indicazioni: se ne trova l’eco nel rispetto chiesto a Mosé (Es 3) perché possa avvicinarsi al roveto ardente, nella purificazione delle labbra imposta ad Isaia (Is 6) perché possa annunciare degnamente la Parola o nelle esperienze di Paolo (1Cor 2) quando richiama ciò che mai occhio vide, né orecchio udì né mai entrarono in cuore d’uomo. Questi momenti di purificazione introducono a qualcosa di indicibile, a qualcosa che sta oltre; per dire di più è alla tradizione spirituale che dobbiamo guardare. Questo profondo silenzio interiore appartiene alla tradizione spirituale cristiana. Qui vorrei richiamare tre brani presi, il primo, dalle Confessioni di S. Agostino (354-430), il secondo da una lettera di un monaco, P. Giannoni dell’eremo di Mosciano (FI) ed il terzo da Miguel de Molinos (1628-1696): l’autore è stato condannato per gli errori del quietismo che, riconducendo ogni cosa a Dio, non lasciava spazio alla libertà umana ma il passo che qui riportiamo si appoggia ad antecedenti che risalgono ad una vera tradizione monastica. Il passo di Agostino narra la singolare esperienza di contemplazione che Agostino e Monica hanno ad Ostia prima di imbarcarsi sulla nave per l’Africa. «Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi. […]Elevandoci con più ardente impeto d'amore verso l'Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo … e ancora ascendendo in noi stessi … giungemmo alle nostre anime e anch'esse superammo per attingere la plaga dell'abbondanza inesauribile … ove la vita è la Sapienza […]. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la 2 cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito… Si diceva dunque: "Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell'acqua e dell'aria, tacessero i cieli, e l'anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire, se per un uomo tacessero completamente, sì, perché a chi le ascolta tutte le cose dicono: "Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece chi permane eternamente"; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l'orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne … ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose … non sarebbe questo l'"entra nel gaudio del tuo Signore"?» (Agostino, Le Confessioni IX, 10). Il secondo testo si lascia alle spalle una concezione negativa del silenzio, propria di chi non ha nulla da dire e prova a chiarirne il valore spirituale: «il silenzio non è assenza del mondo ma patria delle voci. Chi è stordito dal rumore non accoglie l’infinito; […]il silenzio invece è l’accogliere quell’oltre-che-è-il-vero-di-tutto, perché costeggia le sponde dell’infinito. A volte ci coglie la tristezza di vivere in una Chiesa che non sa farsi “ricreare dal silenzio”: quante volte i riti sommano parole a parole senza spazi di silenzio come adorazione, sosta di accoglimento, contemplazione dei simboli. Non è forse un segno di volgarità il gettarsi fuori, senza vivere gli inaccettati silenzi di Gesù, i lunghi silenzi che Dio impone a se stesso perché abbia luogo la libertà umana? Il monaco vive il prezioso e nascosto gioire della vita nel silenzio che ascolta: ascolto dello Spirito che unisce al Padre; ascolto della Parola di vita; ascolto delle parole della vita di tutti. […]Nel silenzio del suo eremo, il monaco vive il privilegio di portare silenziosamente a Dio il “rumore” della storia, per rendere presenti i ritmi della vicenda umana. Quando l’orante porta a Dio il segreto bisogno di tutti, ha la certezza che il vagare lascia il posto all’andare verso una meta, verso l’approdo» (Lettera). Il terzo testo è più didascalico e meno esperienziale: «Tre modi vi sono di silenzio. Il primo è di parole, il secondo di desideri e il terzo di pensieri. Il primo è perfetto, più perfetto è il secondo e perfettissimo il terzo. Nel primo – di parole – si raggiunge la virtù; nel secondo – di desideri – si ottiene la quiete; nel terzo – di pensieri – il raccoglimento interiore. In esso Dio parla con l’anima, si comunica, le insegna nel suo più intimo la più perfetta e alta sapienza» (Manducatio spiritualis (1687) I, 17). Quasi nel tentativo di trovare una sintesi tra queste diverse maniere di intendere il silenzio Ramon Panikkar (L’incontro indispensabile: dialogo delle religioni, Jaca Book, Milano 2001, 33) lo collocherà nell’ambito del dialogo tra persone diverse e tra l’uomo e Dio e lo vedrà come la radice di questo misterioso colloquio: «il dialogo non è semplice discussione. Proviene da una sorgente più profonda e più interna della stimolazione che riceviamo dagli altri. Questa sorgente può essere chiamata silenzio o, forse, l’umana sete per la verità». 3. Il silenzio di Maria È in questo contesto che possiamo collocare il silenzio di Maria. I testi che più sviluppano la tematica mariana sono il vangelo di Luca e quello di Giovanni; questi due testi riportano nel loro insieme alcuni atteggiamenti e alcune parole di Maria. 3 Gli atteggiamenti sono sempre legati allo sconcerto che l’agire di Dio provoca nella vita umana: iniziano come il turbamento di chi si interroga sul senso del saluto dell’angelo (Lc 1,29); in seguito il turbamento è sviluppato come stupore e angoscia per il non capire quel figlio così singolare (Lc 2,47-48.50; Mc 3,21. 30-35); nello stesso tempo diventa un intuire qualcosa del segreto di quella persona che pure era suo figlio ed è descritto come un meditare, un ripensare, un confrontare momenti diversi dell’agire di Dio (Lc 2,19. 51b); viene poi tradotto in una certezza che da una parte osa affidare al figlio i bisogni dell’umanità e dall’altra si abbandona comunque al volere di Gesù secondo la formula della alleanza (Gv 2,3. 5); infine, per ultimo, si esprime in un silenzio partecipativo alla passione redentrice del figlio: nel punto più alto del suo cammino, ai piedi della croce, Maria tace. Ormai Maria è nella piena comunione con il Figlio: partecipa alla sua morte e alla sua preghiera (Gv 19,26-27; At 1,14). Quando la prima comunità cristiana vorrà interpretare il mistero di questa vita, lo farà attribuendo e adattando a lei un canto di liberazione e Maria indicherà nella gioia di una umile serva, nella beatitudine di colei nella quale Dio ha compiuto grandi cose e nella contemplazione di una misericordiosa potenza che ha rovesciato il mondo dei superbi, dei potenti e dei ricchi il segreto della sua personalità. Al vertice di questi atteggiamenti vi è il silenzio contemplativo della croce. Non si può commentare questi atteggiamenti se non con le parole di un’altra mistica, Chiara Lubich, che – in L’unità e Gesù abbandonato (Città nuova, Roma 1984, 59) – così commentava l’opera di Cristo: «il vertice del suo amore è il culmine del suo dolore. In Gesù abbandonato è rivelato infatti tutto l’amore di Dio». Ma il mistero di Gesù abbandonato è anche il vertice degli atteggiamenti di Maria ed il suo stile di vita altro non è che la trasparenza di un abbandono al disegno di Dio. Essa sa bene che questo mistero interiore non può essere vissuto a parte delle relazioni umane in cui è inserita: per questo in ogni momento vive e parla in modo che la sorgente stessa della sua vita interiore possa esprimersi. Non fa crociate contro il mondo ma lascia fluire la sua vita interiore in un mondo di relazioni: farà sua la fede di Abramo (Lc 1,38) ed Elisabetta gliela riconoscerà (Lc 1,45), tradurrà la fede in una attiva carità tanto che Elisabetta parlerà di lei usando i termini con cui si designava una vicenda di quell’arca della alleanza (Lc 1,41) che era il simbolo della protezione che Dio riservava la suo popolo. In Gv 2,5 fa sua la celebrazione 4 della alleanza di Giosué a Sichem e in Gv 19,25-27 adora in un silenzio orante il mistero della nostra redenzione. Questo mistero di vita, questo stile con cui Maria affronta la sua vita non è una sorta di rifugio ma è il modo trasparente della sua partecipazione al disegno di Dio; il segreto della sua personalità è una contemplazione del Padre e della sua rivelazione in Gesù spinta al punto tale che questa contemplazione diventa il criterio del suo comportamento, diventa la ragione della sua vita esterna. L’oggettività della sua contemplazione e la realizzazione di questa in una esperienza di vita si fondono al punto tale che non abbiamo più due realtà ma una contemplazione che si completa nella vita: senza di essa, la stessa contemplazione mancherebbe di qualcosa. Ora poiché della vita fa parte il nostro mondo di relazioni con amici e vicini, con credenti e non-credenti, lo stile contemplativo di vita deve lasciare che la radice di comunione con Cristo e la sua verità si saldi con l’esperienza umana del bisogno di altri fino ad essere loro prossimi, fino ad imparare da loro. In poche parole Maria si modella su Gesù; come, in modo sintetico, scriverà J. Alfaro in Maria. Colei che é beata perché ha creduto (Piemme, Casale Monferrato 1983, 32): «non é Maria che fa di Cristo suo figlio ma Cristo che fa di Maria sua madre». Totalmente concentrato su Gesù, lo stile contemplativo di Maria è uno stile di vita umile e semplice, è lo stile di chi, senza impancarsi a maestra, sa però creare lo spazio in cui emerge la verità di quell’amore in cui le persone trovano la libertà e la pienezza che vanno cercando. In questa prospettiva di contemplazione, il silenzio è «lo spazio nel quale lo spirito può aprire le ali» (A. de Saint-Éxupery). Aprendo le ali del suo spirito, Maria vive ogni momento nella luce della comunione materna con il Verbo e questo la porta ad una totale concentrazione su ogni attimo, su ogni momento: non vive di nostalgia del passato e non cerca fughe nel futuro ma gusta ogni momento, vive ogni istante come chi, intuendovi il segreto calice del volere di Dio, vi aderisce abbracciandone la volontà. Il contemplativo non ha fretta: è contento di ciò che vive e dispiega un ritmo di vita in cui sa trovare la gioia del presente ed il seme del futuro. Ed è nella pace. È nella pace quando è davanti a Dio, quando ascolta le persone e quando traffica le cose quotidiane; la sua guida è quello Spirito che in lui grida Abbá. Potremmo quasi dire che il contemplativo è quasi una rinascita della spiritualità degli anawim: sa cogliere e vivere il prezioso dono della vita, il suo senso 5 nascosto. Quando questo avviene, la sua vita appare in sintonia con le parole del Sal 23, l’inno degli anawim: non manco di nulla, non temo alcun male perché tu sei con me, felicità e grazia mi saranno compagne. Mi viene in mente un passo di Jean Paul Sartre che interpreta a fondo il mistero della maternità di Maria provando ad illuminare il singolare mistero di questa maternità. È un passo scritto per uno momento di Natale nel campo di prigionia di Trier in cui era prigioniero durante la seconda guerra mondiale. Scrive così: « La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che è comparso una volta soltanto su un viso umano. Perché il Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto delle sue viscere. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrirà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. Qualche volta la tentazione è così forte da farle dimenticare che è Dio. Lo stringe fra le braccia e dice: “Bambino mio”. Ma, in altri momenti, resta interdetta e pensa: là c’è Dio e viene presa da un religioso orrore per quel Dio muto, per quel bambino che incute timore. Tutte le madri, in qualche momento, si sono arrestate così di fronte a quel frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino, sentendosi in esilio davanti a quella vita nuova che è stata fatta con la loro vita e che è abitata da pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato strappato più crudelmente e più rapidamente di questo a sua madre, perché è Dio e supera in tutti i modi ciò che essa può immaginare. Ma penso che ci siano anche altri momenti, fuggevoli e veloci, in cui essa avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere per sé il suo Dio per sé sola, un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che ride. È in uno di questi momenti che dipingerei Maria se fossi pittore» (J.P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti, Marinotti Edizioni, Milano 2003). Non a caso, in questo stesso testo, discutendo il senso di una maternità in un mondo problematico come quello di allora e come il nostro di oggi, chiarirà che «fare un figlio è approvare la creazione del mondo dal fondo del proprio cuore» (Ivi, 91). 4. Il silenzio di Maria lezione per noi La lezione che Maria ci lascia la presenza e il valore del silenzio contemplativo nella nostra vita; questa scelta chiede il recupero di alcuni atteggiamenti antropologici come il primato dell’essere sull’avere, l’importanza religiosa del silenzio, un corretto rapporto con la dimensione comunitaria della vita e via dicendo. Ciò che in questi anni difficili abbiamo imparato in termini di professione di fede, di impegno nella carità, di coerenza di vita e di ecclesialità della fede non va abbandonato ma deve trovare nella dimensione contemplativa la sua base e il suo sostegno. Il card. C.M. Martini descrive la dimensione contemplativa della vita in modo semplice e naturale come l’aprire gli occhi sulla dimensione profonda della vita e 6 l’accorgersi che l’amore di Dio ci avvolge e ci accompagna (C.M. Martini, La dimensione contemplativa della vita. Lettera pastorale per l’anno 1981, Milano 1980). È questa dimensione profonda che dà senso ad una vita di fede: non si dà azione o impegno che non sgorghi da qui, da una vita segnata dall’amore di Dio, da lui salvata e resa significativa per il bene dell’umanità. Per quanto Giovanni osservi che all’inizio vi era la Parola, il Verbo, è chiaro che all’inizio della nostra vita sta un disegno ed una volontà divina d’amore; all’inizio della nostra vita sta qualcosa che non ci appartiene, che non viene da noi e che dobbiamo imparare a riconoscere. Non è sbagliato pensare che questo riconoscimento implichi la ricerca e l’adesione al disegno di Dio, l’ascolto della sua Parola, l’impegno per accoglierla; questa tensione per qualcosa che sta fuori di noi, oltre noi, può ben essere descritta come silenzio, come svuotamento di sé per essere disponibili a qualcosa che, da fuori, ci viene incontro. L’esempio di Zaccaria è significativo: se il secondo segno messianico di quel Gesù che ha fatto bene ogni cosa sta nel far parlare i muti, il primo di questi segni indicati in Mc 7,37 che riprende Is 35,5-6, cioè far udire i sordi, può ben essere reso come un ascoltare e accogliere la Parola divina legato però «all’ammutolire l’uomo ciarliero e disperso (Lc 1,20-22)» (Ivi). Citando Clemente Rebora, Martini conclude: «la Parola zittì chiacchiere mie» (C. Rebora, Curriculum Vitae, Interlinea, Novara 2001). Ora, se il silenzio è parte decisiva della vita spirituale, si può ben capire come chi ha estromesso Dio dalla sua vita non sappia e non possa sopportare il silenzio; al contrario il discepolo di Gesù, che si raccoglie attorno alla vita inesauribile del Dio trino, ha bisogno di momenti di silenzio per protendersi a cercare l’eco delle parole divine ed il segreto della creazione e della storia delle nozze di Dio con l’umanità. Certo l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, che convivono in ciascuno di noi, ci obbligano a lottare per conquistare questo spazio di intimità e di comunione. Se il primo gesto di questa contemplazione è il silenzio, il secondo è la parola ma la parola di preghiera che è il linguaggio della fede, il linguaggio con cui entriamo in dialogo con Dio. Con la preghiera lasciamo che l’incontro con Dio mostri a fondo cosa Dio è per noi e chi noi siamo per lui e questo avviene nello spazio della lode, dell’abbandono, del ringraziamento, della domanda e della richiesta di misericordia rivolta a Colui che è la fonte di ogni cosa. Entriamo così sia nella comunione con il Padre, pienezza di ogni essere 7 8 e mai lontano da tutto ciò che esiste, sia nella comunione con lo Spirito, che è anelito a superare ogni individualismo ed a rivolgerci al Padre, sia nella condivisione dell’amore crocifisso che supera e cancella l’ingiustizia ed il peccato. Nasce così il contemplativo, l’orante, il discepolo raccolto sul mistero di una vita che è dono di Dio ed insieme spazio di una libertà che riconosce il mistero su cui è edificata. Questo silenzio-parola aperto all’amore deve diventare la "forma", il modello che impronta di sé tutta la nostra vita; tramite essa, condividiamo la vita del Figlio in contemplazione dell’Abbá, il suo coraggio, il suo modo di essere e di vivere nella storia. Condividiamo pure la vita di Maria, il suo cammino umano e femminile di adesione al Verbo, la sua misura di una vita che si consegna illimitatamente all’amore e, senza sovrabbondare in parole, accoglie in modo materno il “corpo e sangue” del Figlio per vivere di Lui e diventare così guida a noi che quel corpo e quel sangue lo accogliamo nel sacramento eucaristico. Essa vive così e così ci insegna a vivere. 
Gianni Colzani © 

Centro di Cultura Mariana

giovedì 14 settembre 2017

(Gv 19,25-27) Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

VANGELO
(Gv 19,25-27)
Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Parola del Signore.


Oppure (Lc 2,33-35: Anche a te una spada trafiggerà l’anima):

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
Parola del Signore. 


COMMENTO DI:
Dom Josep Mª SOLER OSB Abate di Montserrat
(Barcelona, Spagna)
Oggi, nella festa della Beata Vergine Maria Addolorata, ascoltiamo delle parole pungenti dalla bocca dell’anziano Simeone: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima!» (Lc 2,35). Affermazione che, nel suo contesto, non si richiama solamente alla passione di Gesù Cristo, ma anche al suo ministero, che provocherà una divisione nel popolo d’Israele, e per tanto un dolore intimo a Maria. Nel corso della vita pubblica di Gesù, Maria sperimentò la sofferenza per il fatto di vedere Gesù rifiutato dalle autorità del popolo e minacciato di morte.
Maria, come ogni discepolo di Gesù, deve imparare a situare i rapporti familiari in un altro contesto. Anche Lei, a causa del Vangelo, deve lasciare il Figlio (cf. Mt 19,29), e deve imparare a non considerare Gesù secondo la carne, sebbene sia nato da Lei secondo la carne. Anche Lei deve crocifiggere la sua carne (cf. Gal 5,24) per poter trasformarsi progressivamente a immagine di Gesù Cristo. Ma il momento straziante della sofferenza di Maria, quello in cui vive più intensamente la croce è il momento della crocifissione e della morte di Gesù.
Anche nel dolore Maria è modello di perseveranza nella dottrina evangelica, partecipando alle sofferenze di Cristo con pazienza (cf. Regola di san Benedetto, Prologo 50). Così è stato nel corso di tutta la sua vita e, soprattutto, nel momento del Calvario. In questo modo, Maria diventa figura e modello per ogni cristiano. Per essere stata strettamente unita alla morte di Cristo, è anche unita alla sua risurrezione (cf. Rm 6,5). La perseveranza di Maria nel dolore, realizzando così la volontà del Padre, le offre una nuova irradiazione per il bene della Chiesa e dell’Umanità. Maria ci precede nel cammino della fede e della sequela di Cristo. E lo Spirito Santo ci conduce a partecipare con Lei in questa grande avventura.

mercoledì 13 settembre 2017

( Gv 3,13-17 ) Bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo.

VANGELO
( Gv 3,13-17 ) Bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo.
Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Parola del Signore. 



COMMENTO DI:
Rev. D. Antoni CAROL i Hostench (Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)

Oggi il Vangelo è una profezia, cioè, uno sguardo nello specchio della realtà che ci introduce nella verità aldilà di quello che i nostri sensi ci dicono: la Croce, la Santa Croce di Gesù Cristo, è il trono del Salvatore. Per questo, Gesù afferma che «così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo» (Gv 3,14).
Sappiamo bene che la Croce era il supplizio più atroce e vergognoso del suo tempo, esaltare la Santa Croce solo finirebbe per essere cinismo se non fosse perché da lì pende il Crocificato. La Croce, senza il Redentore, è cinismo puro; con il Figlio dell’uomo è il nuovo albero della Sapienza. Gesù Cristo, «offrendosi liberamente, alla passione» della Croce, ha aperto, il senso e il destino del nostro vivere: salire con Egli alla Santa Croce per aprire le braccia e il cuore al Dono di Dio, in un intercambio ammirabile. Anche qui ci conviene ascoltare la voce del Padre dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). Incontrarci crocifissi con Gesù è resuscitare con Egli: Ecco qui il perché di tutto! C’è speranza, c’è senso, c’è eternità, c’è vita! Non siamo impazziti i cristiani quando nella vigilia pasquale, in modo solenne, ossia, nel Pregone Pasquale, cantiamo lode del peccato originale: «Oh!, felice colpa, che ci ha meritato cosi grande Redentore», che con il suo dolore ha impresso “Senso’’ al dolore.
«Guardate l’albero della croce, da dove pendeva il Salvatore del mondo: Venite e adoriamolo» (liturgia del venerdì Santo). Se riusciamo a superare lo scandalo e la pazzia di Cristo crocifisso, solo resta adorarlo e ringraziarlo per il suo Dono. È necessario cercare decisamente la Santa Croce nella nostra vita, per colmarci di certezza che, «Per Egli, con Egli e in Egli» la nostra donazione sarà trasformata, nelle mani del Padre, per lo Spirito Santo in vita eterna: «Versata per voi e per tutti gli uomini, per il perdono dei peccati».

martedì 12 settembre 2017

(Lc 6,20-26 ) Beati i poveri. Guai a voi, ricchi. Dal Vangelo secondo Luca



VANGELO DI MERCOLEDì 13 SETTEMBRE 2017

(Lc 6,20-26 ) Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.
Dal Vangelo secondo Luca


In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Parola del Signore 


COMMENTO DI:

Rev. D. Joaquim MESEGUER García (Sant Quirze del Vallès, Barcelona, Spagna)
Oggi, Gesù ci indica dov’è la vera felicità. Nella versione di Luca, le beatitudini sono accompagnate da lamenti che si affliggono per coloro che non accettano il messaggio di salvezza e che si rinchiudono in una vita autosufficiente ed egoista. Con le beatitudini e i lamenti, Gesù spiega la dottrina dei due cammini: il cammino della vita ed il cammino della morte. Non vi è una terza possibilità neutrale: colui che non va verso la vita va inesorabilmente verso la morte; colui che non segue la luce, vive nelle tenebre. «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Questa beatitudine è il fondamento di tutte le altre, poiché chi è povero sarà capace di ricevere il Regno di Dio come un dono. Chi è povero si renderà conto di che cosa si deve aver fame e sete: non dei beni materiali, ma della Parola di Dio; non del potere, ma della giustizia e l’amore. Chi è povero potrà piangere dinanzi alla sofferenza del mondo. Chi è povero saprà che ogni ricchezza è di Dio e che, per questo, sarà incompreso e perseguitato nel mondo. «Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione» (Lc 6,24). Questo rammarico è anche il fondamento delle susseguenti, poiché chi è ricco e autosufficiente, chi non sa porre le proprie ricchezze al servizio del prossimo, si rinchiude nel proprio egoismo e opera lui stesso la propria disgrazia. Che Dio ci liberi dal desiderio di ricchezze, di andare dietro alle promesse del mondo e di porre il nostro cuore nei beni materiali; che Dio non permetta sentirci soddisfatti dinanzi alle lodi ed adulazioni umane, perché questo significherebbe aver posto il nostro cuore nella gloria del mondo e non in quella di Cristo. Ci sarà vantaggioso ricordare quel che dice San Basilio: «Chi ama il suo prossimo come se stesso non accumula cose innecessarie che possono essere utili per altri».

lunedì 11 settembre 2017

(Lc 6,12-19) Passò tutta la notte pregando e scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli. 

VANGELO
(Lc 6,12-19) Passò tutta la notte pregando e scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli.
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Parola del Signore 



COMMENTO DI:
Fray Lluc TORCAL Monje del Monasterio de Sta. Mª de Poblet
(Santa Maria de Poblet, Tarragona, Spagna)
Oggi, vorrei centrare la nostra riflessione sulle prime parole di questo Vangelo: «In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione» (Lc 6,12). Introduzioni come questa possono passare inosservate nella nostra quotidiana lettura del Vangelo, però –in effetti- sono di massima importanza. In particolare oggi ci viene chiaramente detto che la scelta dei dodici apostoli —decisione centrale per la futura vita della Chiesa— fu preceduta da un’intera notte di preghiera di Gesù, in solitudine, davanti a Dio, suo Padre.
Quale è stata la preghiera del Signore? Da ciò che si evince dalla sua vita, doveva essere una preghiera di piena fiducia al Padre, e di totale abbandono alla sua volontà —«Non cerco la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Gv 5,30)— manifestamente unita alla sua opera salvifica. Solo da questa profonda, lunga e costante preghiera, sostenuta sempre dall’azione dello Spirito Santo che, presente fin dal momento dell’Incarnazione, era disceso su Gesù al momento del suo Battesimo; solo così, dicevamo, il Signore poteva ottenere forza e luce necessaria per continuare la sua missione di obbedienza al Padre per compiere la Sua opera vicaria di salvezza degli uomini. La successiva elezione degli Apostoli che, come ci ricorda San Cirillo di Alessandria, «Cristo stesso afferma di aver dato loro la stessa missione ricevuta dal Padre», ci dimostra come la Chiesa nascente è stato il frutto di questa preghiera di Gesù al Padre nello Spirito e che, quindi, è opera della Santissima Trinità stessa. «Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli» (Lc 6,13).
Il mio augurio è che tutta la nostra vita di cristiani —come discepoli di Cristo— sia sempre immersa nella preghiera e da essa sostenuta.

domenica 10 settembre 2017

(Lc 6,6-11) Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.


VANGELO
(Lc 6,6-11) Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.
+ Dal Vangelo secondo Luca
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Parola del Signore 



COMMENTO DI :

P. Julio César RAMOS González SDB
(Mendoza, Argentina)
Oggi, Gesù ci da esempio di libertà. Di questo ne parliamo tantissimo nei nostri giorni. Ma, a differenza di ciò che oggi viene offerta e perfino si vive come “libertà”, quella di Gesù é una libertà totalmente associata ed unita all'azione del Padre. Lui stesso dirà: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5,19). Ed il Padre solamente agisce per amore.L'amore non s'impone, ma influisce, mobilita, restituendo con pienezza la vita. Quel comando di Gesù: «Alzati e mettiti nel mezzo!» (Lc 6,8), possiede la forza ricreatrice di Colui che ama, e attraverso la parola agisce. Ancora di più l'altro: «Stendi la mano!» (Lc 6,10), che finisce con l'ottenere il miracolo, ristabilisce definitivamente la forza e la vita in chi era debole e morto. ”Salvare”, è strappare dalla morte, e questa stessa parola si traduce in “guarire”. Gesù guarendo salva quanto di morte c'era in quel povero uomo ammalato, e questo è un segno chiaro dell'amore di Dio Padre verso le sue creature. Così, nella nuova creazione dove il Figlio non fa altro che ciò che vede fare al Padre, la nuova legge che dominerà sarà quella dell'amore che si mette in atto, e non quella di un riposo che “inattiva”, perfino nel fare del bene al fratello bisognoso.
Allora, libertà ed amore messi insieme sono la chiave per oggi. Libertà ed amore messi insieme allo stile di Gesù. «Ama e fa quel che vuoi» di sant'Agostino ha oggi piena vigenza, per imparare a trasformarsi totalmente in Cristo Salvatore.

sabato 9 settembre 2017

(Mt 18,15-20) Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.

VANGELO
(Mt 18,15-20) Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore  



COMMENTO DI:
Prof. Dr. Mons. Lluís CLAVELL
(Roma, Italia)
Oggi, il Vangelo ci propone di considerare alcune raccomandazioni di Gesù ai suoi discepoli di allora e di sempre. Anche nella comunità dei primi cristiani c’erano colpe ed atteggiamenti contrari alla volontà di Dio. Il versicolo finale ci offre il contesto per risolvere i problemi che si possono presentare nella Chiesa lungo la storia: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Gesù è presente in tutti i periodi della vita della sua Chiesa, il suo “Corpo mistico” animato dall’azione incessante dello Spirito Santo. Siamo sempre fratelli, sia la comunità grande o piccola.
«Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo fra te e lui solo, se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). Com’è bella e sincera la relazione di fraternità che Gesù c’insegna! Di fronte ad una mancanza verso di me o verso un altro, devo chiedere al Signore la sua grazia per perdonare, per comprendere ed, infine, per cercare di correggere mio fratello.
Oggi non è così facile come quando la Chiesa era meno numerosa. Ma, se pensiamo le cose dialogando con Dio nostro Padre, Lui ci illuminerà per trovare il tempo, il luogo e le parole adatte per compiere il nostro dovere di aiutare. Importante è purificare il nostro cuore. San Paolo ci incoraggia a correggere il prossimo con retta intenzione: «Qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione» (Gal 6,1).
L’affetto profondo e l’umiltà ci faranno cercare la soavità. «Agite con mano materna, con l’infinita delicatezza delle nostre mamme, mentre ci curavano le ferite grandi o piccole dei nostri giochi e inciampi infantili» (San Giuseppemaria). Così ci corregge la Madre di Gesù e nostra Madre, ispirandoci per amare di più Dio ed i fratelli.