martedì 30 agosto 2011

(Mt 25,1-13) Ecco lo sposo! Andategli incontro!


VANGELO
 (Mt 25,1-13) Ecco lo sposo! Andategli incontro!
+ Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. 
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. 
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».


Parola del Signore
LA MIA RIFLESSIONE
 PREGHIERA
 Ti prego Signore, fa che il tuo Santo Spirito scenda su di me e con me rimanga per illuminarmi in questo cammino di fede e di umile evangelizzazione che faccio prima di tutto su di me, applicandomi a conoscere la tua parola.Fammi strumento nelle tue mani, togliendo da me tutto quello che è mio e non mi viene da te.


 Leggendo la stessa lettura nel Vangelo di Giovanni, vediamo che riportando le parole di Gesù, ci tiene a comunicare che credere in Dio significa credere nella Luce e camminare nella luce con Gesù significa non solo essere in comunione con Lui, ma anche con i fratelli.
E’ importante capire questo per non ingannare noi stessi, su un cammino che, non pretende da noi la perfezione, ma ci spinge a cercarla.
Tutti sappiamo che il momento arriverà,ma non ci vogliamo pensare,eppure qui vediamo dalle parole di Gesù,che non dobbiamo aspettarci una brutta cosa,un brutto evento,ma una festa simile ad un matrimonio,ad un incontro con lo sposo,è a questo che Gesù paragona il regno dei cieli.
Ed allora leggiamo insieme la parabola delle dieci vergini che attendono lo sposo, e vediamo che 5 sono stolte e 5 sono sagge.
 Le prime non avevano calcolato che lo sposo poteva arrivare in ritardo e non avevano portato l’olio di scorta per le lampade….. Troppo spesso noi siamo così, vorremmo seguire la luce, e fare il volere di Dio, ma se l’attesa è troppo lunga, ci distraiamo; se la tentazione è forte, ci allontaniamo e tutto questo senza riflettere sul fatto che la morte è inevitabile e non sappiamo come e quando ci colpirà.
 I tempi del Signore non sono i nostri, se fosse possibile amministrare anche quelli, state tranquilli che qualcuno ci avrebbe già provato, l’uomo nella sua superbia, seguendo il padre dei superbi, vorrebbe mettersi al posto di Dio, ci prova continuamente, su questa terra, dove regna il caos, dove tutto si sta distruggendo per colpa nostra, ma ancora lo chiamiamo progresso. Corriamo con le nostre macchine sempre più veloci, sempre più ubriachi, sfrecciamo nella nostra vita e nella vita degli altri, travolgendo tutto e tutti senza freni e mentre corriamo ci sentiamo immortali. Ma non siamo immortali e verrà per tutti noi il giorno in cui ci troveremo davanti allo sposo della parabola, davanti a quel Gesù che ha amato noi più di quanto amasse la sua mamma e più di se stesso, che cosa gli diremo allora? Grazie, ma io avevo altro da fare che ricambiare il tuo amore…. Le vergini sagge attendono sempre tenendosi alla luce della parola di Dio, cercando di non cadere in tentazione, consapevoli che è vitale essere pronte per l’incontro, per non essere chiuse fuori della porta dello sposo. Non guarderanno se sembreranno fuori moda, se non faranno parte dell’elite di quelli amati dal pubblico, se non saranno capite mentre inginocchiate in chiesa, seguiranno la parola di Dio e non si preoccuperanno di correre da tutte le parti. Invece di vestirsi di apparenza si riempiranno di sostanza e questo sarà olio per le loro lampade. Sempre nostra è dunque la scelta, l’olio che alimenta la lampada è la parola del Signore, alla luce della quale dobbiamo vivere. Ancora una volta ci troviamo a fare una scelta, perché la scelta di vivere da cristiani, in comunione con Cristo, non è per un giorno o per un anno, ma per la vita, alimentando la fede con la preghiera e con le opere di carità verso i nostri fratelli più bisognosi, sia spiritualmente sia fisicamente, perché come dicono Matteo e Giovanni, essere in comunione con Gesù, significa essere in comunione con i fratelli. Non possiamo sperare di salvarci se non ci preoccupiamo di salvarci,non basta avere qualcuno che prega per noi;pensiamo a Santa Monica,che per tanti anni ha pregato per la salvezza del figlio.Dopo tanti anni anche Agostino,contro ogni previsione si è convertito ed è diventato uno dei santi più importanti della nostra chiesa,ma ha dovuto collaborare a questo progetto per cui la mamma pregò tanto il Signore,a questo possono servire le preghiere degli altri,a chiedere grazie per chi non prega,ma il resto ,la conversione,deve vederci collaborare,altrimenti rimane una lampada spenta

(Mt 16,21-27) Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso.


VANGELO 
(Mt 16,21-27) Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso. 
+ Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Parola del Signore
La mia riflessione
Preghiera
Vieni o mio Signore, aiutami, con il tuo Santo Spirito infuocami, con il tuo amore guariscimi, con la tua sapienza illuminami e fa che io possa essere per i miei fratelli una lucina...piccolissima lucina che li conduca a Te anima della mia anima.Ti amo!


Pietro poverino, continua a voler suggerire a Gesù come comportarsi, proprio non accetta che si esponga così al pericolo. E’ ancora così pieno della sua umanità, che non riesce a seguire fino in fondo il disegno del suo Maestro, e questo lo mette in una posizione molto scomoda, quella di non piacere a Gesù.
Vediamo come si volta e lo apostrofa, senza mezzi termini, senza mezze misure… perché il nostro Gesù non ha mezze misure; disposto a sacrificare la sua vita per poterci salvare, ci spinge a fare altrettanto.E’ tutto proporzionato, tanto rischieremo, tanto riceveremo, ma dobbiamo lasciare gli schemi della nostra umanità.Prima ci decidiamo, prima conosceremo il regno di Dio, perché rinunciando alla nostra umanità saremo rivestiti di quella di Cristo, e potremo dire come San Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me!


(Mc 6,17-29) Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista.


VANGELO 
(Mc 6,17-29) Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista. 
+ Dal Vangelo secondo Marco


In quel tempo, Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. 
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Parola del Signore
LA MIA RIFLESSIONE
PREGHIERA
Ti prego o Santo Spirito, di illuminare la mia mente, e far penetrare la tua parola nel mio cuore.


Non ci sono mezze misure, il Cristianesimo non è una teoria, ma una condizione di vita.
Non ci si può definire cristiani e adattare il cristianesimo alle nostre esigenze. E' una scelta seria, perché ne va la nostra salvezza, per questo risulta difficile.
Anche Erode, che non aveva nessuna intenzione di convertirsi, temeva Dio, ma più per superstizione che per fede. Lo incuriosiva Giovanni Battista, perché aveva il coraggio di parlare, anche contro di Lui, infatti Giovanni denunciava la sua ambiguità.
Erode passava per un buon regnante,addirittura per un benefattore, perché ci teneva molto a rimanere al suo posto, quindi lo fece arrestare temendo che dalle sue parole potesse scaturire una ribellione del popolo.
Il potere è una tentazione continua, allora come ora.
La vita di corte era all'insegna della lussuria, delle orge e del libertinaggio, Erodiade era la moglie legittima del fratello di Erode, ma viveva in peccato con il cognato e tutte le sollecitazioni di Giovanni Battista ad una vita onesta e correttamente morale le davano proprio fastidio. Aveva già provato a convincere l'amante ad ucciderlo, ma non c'era riuscita, perché in fondo anche lui temeva Dio e la sua ira, ricordiamo, più per superstizione che per sacro timore di fare del male.
Ma quando uno accetta di vivere con la corruzione, col male, col peccato, perde sempre il controllo della situazione e per un ballo eccitante della figlia di Erodiade, per una promessa fatta giurando sul male, per non passare da bugiardo davanti agli altri, ecco che lo scempio si compie e la testa di Giovanni cade, servita su un vassoio alla richiesta della vergognosa figlia di Erodiade, conformata a quella della madre.
Anche oggi compromessi e ricatti, per chi al potere usa la sua posizione per vivere una vita di lussi e vizi, invece che per amministrare onestamente .
Non accettiamo il compromesso tra bene e male perché non esiste, è solo un'illusione che satana insinua nelle nostre menti per farci abituare al male fino a legittimarlo ai nostri occhi.
Quando Erode sente parlare di Gesù, la coscienza di quello che aveva fatto a Giovanni ancora gli rimorde e dato che non lo conosceva, che era così estraneo alla sua figura,lo associa a quest'ultimo e teme che sia risorto dai morti. Un comportamento retto, non teme lo sguardo del Signore, per questo Gesù ci ha detto in altre occasioni che chi serve Dio, non può servire mammona, ossia satana.

(Lc 4,31-37) Io so chi tu sei: il santo di Dio!


VANGELO
 (Lc 4,31-37) Io so chi tu sei: il santo di Dio! 
+ Dal Vangelo secondo Luca


In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità. 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male. 
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Parola del Signore
LA MIA RIFLESSIONE
PREGHIERA
Vieni, o Spirito di Consiglio e di Fortezza, e rendici coraggiosi testimoni del Vangelo ricevuto. Fa che tutto quello che è mio non conti più nulla e quello che viene da Dio si impossessi della mia mente e del mio cuore.


Nella chiesa di Nazaret, tra i suoi, Gesù fu scacciato, non fu accettato, e se ne andò a Cafarnao, dove il sabato, nel tempio leggeva le letture ed era ascoltato, perché la sua era vista come una parola autorevole. Notevole questo fatto che Luca racconta, ”nella chiesa un indemoniato”, non basta una chiesa di mattoni per scacciare il demonio, ma Gesù con autorità lo scaccia .  Persino un ribelle per eccellenza come il demonio riconosce l’autorità di Gesù, riconosce in Gesù il Santo di Dio. Apriamo gli occhi fratelli, satana si nasconde e solo se riconosciamo in Gesù Cristo il Santo di Dio, possiamo scacciarlo dalla nostra vita. Riconoscere il Santo di Dio significa riconoscere il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo di Dio.
Oggi leggendo questa lettura mi viene un pensiero,molti pensarono che Gesù era un perdente, ingannati da satana, che è il perdente per eccellenza!

(Lc 4,38-44) È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato.


VANGELO 
(Lc 4,38-44) È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato. 
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». 
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Parola del Signore
LA MIA RIFLESSIONE
PREGHIERA
“ Lo Spirito Santo è l’amore del Padre e del Figlio. E’ la Divina Carità che, uscendo dalla sua intima dimora, si dona, si espande su tutto il creato, sulle creature e in modo speciale sul cuore degli uomini per farne un piccolo paradiso sulla terra, per poi trasportarli nei perenni gaudii del possesso di se stesso in Paradiso. Questa è la missione dell’Eterno Divino Spirito”. “La gente prega in modo sbagliato, chiede grazie materiali. Pochi domandano il dono dello Spirito Santo. Ma quelli che ricevano lo Spirito Santo ricevono tutto”. Donaci Signore il Tuo Santo Spirito, perché possiamo capire come vivere con te qui sulla terra.

Uscito dalla Sinagoga, Gesù non aveva certo finito il suo compito, perché quello che porta con se non è solo parola, ma esempio di vita donata a Dio e agli uomini, è quello che oggi potremmo definire un esempio di vita consacrata.Quello che mi piace notare nel brano d’oggi è come la preghiera sia importante sia per Gesù che la riceve dai malati e dai loro parenti, sia per chi prega, cominciando da Gesù stesso che s’isola (in un luogo deserto) e cerca così, attraverso la preghiera, il contatto con il Padre.Questo contatto è essenziale, perché nessuno più di Gesù ha incoraggiato la preghiera. I seguaci di Cristo ricevettero l'incoraggiamento a pregare e fu loro insegnato come farlo. Essi vedevano costantemente l'esempio posto davanti a loro e notavano il rapporto diretto, esistente, tra lo straordinario ministero di Gesù e la sua profonda vita di preghiera. Gesù considerava la preghiera più importante del cibo; la Bibbia dice che Gesù, ore prima del levarsi del sole, si recava in luoghi solitari per pregare (vedi Marco 1:35).Per il Figliuolo di Dio, la preghiera era molto più importante del radunarsi di grandi folle. La Bibbia dice: "Molte turbe si adunavano per udirlo ed esser guarite delle loro infermità. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava" (Luca 5:15-16). Le preziose ore di comunione con il Padre celeste avevano per Lui valore superiore al sonno. La Bibbia dice infatti: "Or avvenne in quei giorni ch'egli se n'andò sul monte a pregare, e passò la notte in orazione a Dio" (Luca 6:12).Egli pregava in occasione di funerali, ed i morti risuscitavano. Pregò sui cinque pani ed i due pesci, e moltitudini furono saziate con la colazione di un ragazzetto. Egli pregò invocando: "Non la mia volontà, ma la tua sia fatta", e si aprì così la strada che permetteva all'uomo peccatore di avvicinarsi ad un Dio santo. Quindi la preghiera non è un optional,un accessorio,ma è il perno della fede,attraverso di essa ci si mette in comunicazione con Dio. I demoni lasciano i corpi degli uomini per cui è chiesta la guarigione attraverso una preghiera sincera,perché ci si rivolge a Gesù come a colui che salva. Il suo compito non è circoscritto a poche persone ,e tutti coloro che accetteranno di essere guariti dalla loro incredulità,saranno salvati.Dobbiamo pregare nel Nome di Cristo. Gesù ha detto: "E quel che chiederete nel mio nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figliolo." (Giovanni 14:13).Non siamo degni di accostarci al santo trono di Dio se non per mezzo del nostro avvocato Gesù Cristo. La Bibbia dice infatti: "Avendo noi dunque un gran sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia." (Ebrei 4:14-16). Dio perdona i nostri peccati per amore di Cristo; per amore di Cristo provvede ai nostri bisogni e accoglie le nostre preghiere. Colui che viene fiducioso al trono della grazia ha potuto vedere che l'avvicinarsi a Dio gli era reso possibile a motivo di Gesù Cristo.

venerdì 26 agosto 2011

(Mt 25,14-30) Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.


VANGELO 
(Mt 25,14-30) Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone. 
+ Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Parola del Signore
LA MIA RIFLESSIONE 
PREGHIERA 
Venga il tuo Spirito, Signore, e ci trasformi interiormente con i suoi doni: crei in noi un cuore nuovo, affinché possiamo piacere a te e a conformarci alla tua Volontà. Per Cristo nostro signore. Amen. 
Vi sarà capitato di fare un regalo? Penso di si... come rimarreste se dopo tanto tempo vi accorgeste che la persona a cui l'avete fatto, non l'ha neanche aperto? O se invece dopo qualche anno, ve lo ricicla e ve lo restituisce? Un po' così in fondo, ha diritto il Signore di rimanere deluso e offeso da noi. Chiediamo sempre, in continuazione e neanche apprezziamo quello che ci da, a cominciare dal dono della vita, a seguire alla nostra intelligenza e alla casa, la terra, il mare, i loro prodotti di cui nutrirci...  Noi vogliamo sempre di più  e pensiamo addirittura che possiamo sostituirci a Dio, nel creare in laboratorio prodotti sempre più grandi e più belli a vedersi, peccato che non abbiano quasi più sapore, dimenticando che Dio ce li offre per soddisfare il palato, ma noi vogliamo soddisfare la vista... belli fuori e insipidi dentro.Noi non siamo che guastatori della bellezza del creato, perché non mettiamo la nostra intelligenza al servizio di Dio,  ma degli uomini, solo per soddisfare la nostra sete di denaro e di potere.Abbiamo invece tanti esempi di come si può ringraziare Dio di quello che ci ha dato, anche a livello spirituale, siamo in gradi di aprire ed apprezzare questi doni, o preferiamo lasciarli da una parte per paura di non esserne degni?Non ti chiedere se sei capace di aiutare ...fallo!Non ti porre dei limiti... fidati dello Spirito Santo!Ad ognuno di noi il Signore ha fatto dei doni, a volte non li percepiamo, perché non riusciamo a vivere in comunicazione con Lui, talmente abbiamo messo il nostro ego al primo posto ed il nostro giudizio al posto di quello divino. Crediamo di saper fare tante cose,ma non riusciamo a fare le più semplici.Quando siamo piccoli, ci fidiamo della nostra mamma, appena sentiamo fame, basta un versetto e puntuale arriva la poppata.....  non ci domandiamo niente, ci fidiamo e basta, perché non riusciamo a farlo con Dio?Ci aiuterà in tutto e per tutto appena glielo chiederemo, dobbiamo solo collaborare perché quel seme che ha seminato in noi possa fruttificare, possa crescere rigoglioso anche tra la zizzania che c'è nel nostro cuore... Chiedere a Gesù di estirpare da noi tutto il putridume che ci impedisce di essere liberi. Siamo stanchi e sfiduciati perché non ci rendiamo conto di essere noi gli artefici del nostro fallimento come uomini, anche se sembra che il male vinca sulla terra, non arrendiamoci; preghiamo e agiamo.Tutti noi,dal primo all'ultimo, siamo un esercito di anime, che ha armi potenti a disposizione, quelle che ci dà il Signore attraverso lo Spirito Santo, quindi, a meno che non scegliamo volontariamente di stare dalla parte del principe del male, proviamo a pregare ed invocare lo Spirito Santo per chiedere a Dio e alla sua Santissima Trinità:
INVOCAZIONE ALLO SPIRITO SANTO  
“Vieni o Spirito di Amore, e rinnova la faccia della terra; fa che torni tutto ad essere un nuovo giardino di grazie e di santità, di giustizia e di amore, di comunione e di pace, così che la Santissima Trinità possa ancora riflettersi compiaciuta e glorificata. Vieni, o Spirito di Amore, e rinnova tutta la Chiesa; portala alla perfezione della carità, dell’unità e della santità, perché diventi oggi la più grande luce che a tutti risplende nella grande tenebra che si è ovunque diffusa. Vieni, o Spirito di Sapienza e di intelligenza, ed apri la via dei cuori alla comprensione della verità tutta intera. Con la forza bruciante del tuo divino fuoco sradica ogni errore, spazza via ogni eresia, affinché risplenda a tutti nella sua integrità la luce della verità che Gesù ha rivelato. Vieni, o Spirito di Consiglio e di Fortezza, e rendici coraggiosi testimoni del Vangelo ricevuto. Sostieni chi è perseguitato; incoraggia chi è emarginato; dona forza a chi è imprigionato; concedi perseveranza a chi è calpestato e torturato; ottieni la palma della vittoria a chi, ancora oggi, viene condotto al martirio. Vieni, o Spirito di Scienza, di Pietà e di Timor di Dio, e rinnova, con la linfa del tuo divino Amore, la vita di tutti coloro che sono stati consacrati con il battesimo, segnati del tuo sigillo nella confermazione, di coloro che si sono offerti al servizio di Dio, dei Vescovi, dei Sacerdoti, dei Diaconi, perché possano tutti corrispondere al tuo disegno, che in questi tempi sta realizzando, nella seconda Pentecoste da tanto tempo invocata e attesa. Amen.

mercoledì 24 agosto 2011

(Mt 24,42-51) Tenetevi pronti.


VANGELO
 (Mt 24,42-51) Tenetevi pronti. 
+ Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. 
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Parola del Signore
LA MIA RIFLESSIONE 
PREGHIERA 
PREGHIERA ALLO SPIRITO SANTO Spirito Santo, Spirito di Conoscenza, Spirito d’Amore, Tu solo conosci la Verità, Tu solo puoi scrutare l’essenza e il vero significato di ogni realtà. Tu solo sai perfettamente ciò che è bene e ciò che è male per me. Spirito di Dio, io mi abbandono a Te. Non voglio sapere più di quello che devo sapere. Non voglio dire più di quello che devo dire. Non voglio nulla più di quello che hai deciso per me. Tu mi ami e conosci il mio bene. Spirito di Amore, effondi su di me tutto quello che ora posso ricevere da Te. Sia lode a Te. 
In questo brano Gesù mette in risalto quella, che in fondo, deve essere una delle doti principali dei fedeli, LA VIGILANZA! Spesso viviamo come se tutto ci spettasse di diritto, come se fossimo eterni, anche nelle situazioni più esplicite, come ad esempio la morte improvvisa di una persona.... La prima reazione è sconforto e rabbia... ci si chiede perché a noi, perché proprio a quella persona... e si trovano mille motivi per cui doveva succedere a tutti, ma non a quella persona. Sempre meno ci si ferma a pregare, sempre più si cerca di cancellare l'idea della morte dalla propria vita, convincendosi che vivere intensamente la allontanerà da noi. Quando qualcuno parla della morte per ricordare che prima o poi arriverà per tutti, non racconta assolutamente una bugia, ma subito è visto come un menagramo se non peggio; figuriamoci poi quando si prende questo discorso per chiedere di riflettere sulla salvezza dell'anima.... Gesù ne sa qualcosa, lo hanno addirittura condannato a morte per questo. Il discorso è scomodo, ma necessario, e sarebbe utile pensare per tempo alla salvezza dell'anima, senza rischiare di perderci la parte più bella della vita... perché vivere in comunione con il Signore, non è preoccuparci solo della nostra vita dopo la morte, ma vivere già da subito i frutti della redenzione. Non c'è niente che ci sembri insormontabile, niente che ci possa distruggere, perché la consapevolezza di non essere solo dei pupazzetti senz'anima è così forte che ci porta ben oltre la vita terrena. Non voglio dire che possiamo volare, ma la nostra anima può farlo; perché l'amore che entra in noi attraverso lo Spirito Santo, può veramente trasformare la nostra vita. Tutto quello che viviamo sulla terra per quanto bello, per quanto emozionante, ha il sapore di "provvisorio" amiamo i nostri figli in tantissimi modi diversi, i nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri amici... ma per tutti c'è un inizio, un cambio e una fine... ne abbiamo la prova nel Matrimonio, all'inizio tutto baci e coccole e poi quando subentra l'abitudine, dobbiamo inventare nuove forme di amore per mantenere vivo il sentimento.La fede invece ci porta a vivere ogni giorno più intensamente il rapporto con Dio, non svilisce, non sminuisce, non disillude... è qualcosa che ogni giorno ti dà qualcosa di più, che chiede la tua partecipazione attiva, ma ti da cento volte tanto... L'amore che ti da Dio è incondizionato, mano mano che te ne rendi conto capisci che il senso della vita è tutto quì, in questo mirabile connubio, che tutto quello che per anni abbiamo considerato più importante di Dio, diventa solo una foto sfocata che racconta il nostro passato. 
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martedì 23 agosto 2011

(Mt 23,23-26) Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.


VANGELO
 (Mt 23,23-26) Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. 
+ Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù parlò dicendo: 
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Parola del Signore
LA MIA RIFLESSIONE
PREGHIERA
Ti prego o Santo Spirito,di starmi vicino,di far si che solo il tuo volere entri nel mio cuore leggendo questo brano, perché non metta nulla del mio pensiero fuori dal tuo volere.
Gesù continua ad attaccare gli scribi e i farisei…sempre pronti a fare leggi e a trovare poi,per loro, le scappatoie per non rispettarle. Per loro qualsiasi prodotto naturale era soggetto alla legge (un’interpretazione più umana limitava l’obbligo al “grano, vino e olio”). I rabbini applicavano il precetto mosaico della decima da prelevare sui prodotti della terra ed erano molto lontani dal concetto di giustizia, di misericordia e di fedeltà, veri e fondamentali precetti.

L’ esempio del moscerino e del cammello sono significativi di come ci si può  perdere nei dettagli da dimenticare le cose veramente importanti e giuste da fare. Gesù mette in discussione la devozione legale farisaica, ai limiti del fanatismo perché la prassi ebraica si accontentava di lavare l’esterno dei recipienti ossia curava l’apparenza. I recipienti sono metafore e simboleggiano le persone, e il “guai” è diretto alla preoccupazione di una corretta osservanza esteriore a scapito di una disposizione interiore.
Le cose importanti,non sono le leggi e le leggine che loro imponevano, ma il senso di quello che Dio indicava importante per il suo popolo e che Gesù riassume su se stesso, fino alla croce, ama Dio e ama il prossimo tuo. Non ci si può mettere a dettar leggi,se non si comprende che il progetto di Dio è amore e non potere e sopraffazione.Il fatto stesso che ci lasci liberi di scegliere se aderire o no a questo progetto ,deve essere da noi preso in considerazione,in tutti i sensi,anche nel rispetto di chi sceglie diversamente da noi.
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domenica 21 agosto 2011

(Mt 23,13-22) Guai a voi, guide cieche.


VANGELO
 (Mt 23,13-22) Guai a voi, guide cieche. 
+ Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù parlò dicendo: 
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. 
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

Parola del Signore
La mia riflessione
 preghiera
A Te o Santo Spirito chiedo aiuto per capire, a Te per vivere a Te per seguire la parola di Dio.

Quale responsabilità hanno scribi e farisei, continuamente ripresi da Gesù per quello che dicono e non fanno, per gli orpelli di cui si abbelliscono e abbelliscono gli altari, per la superbia di eleggersi portieri del regno di Dio...e come loro molti di noi, pur nel nostro piccolo, credendo di sapere quello che è giusto, di interpretare le parole del Signore, compiamo dei veri e propri atti di superbia.
Questi sono momenti molto gravi e brutti per la chiesa e per il popolo di Dio, e spesso ci spingiamo anche a criticare la Chiesa e i suoi ministri, addirittura a giudicare il Papa... noi poveri stolti, crediamo di essere migliori degli altri, e stiamo a guardare ed a giudicare quello che secondo noi non è giusto.
C'è Gesù per questo, per giudicare ed ammonire, c'è lo spirito Santo per illuminare e guidare, noi dobbiamo limitarci a riconoscere chi seguire, a non guardare all’offerente, ma all'offerta che è sull'altare.
Gesù è colui che si è offerto come agnello immolato come olocausto permanente ed a Lui dobbiamo guardare, senza farci fuorviare da niente e da nessuno.
Spesso mi chiedono che vuol dire "ANARCHICA DI DIO" che ho scelto come sottotitolo al mio accaunt, non significa che non accetto la sovranità di Dio nella mia vita, anzi proprio il contrario, che accetto solo la sua sovranità, perché pur nel pieno rispetto della Chiesa e dei suoi ministri, credo di avere un cervello pensante, che riesce a distinguere quelli che a volte mi sembrano degli "orpelli degli uomini" e non mi interessa seguirli.
Ci si interroga in continuazione sulle apparizioni della Madonna, e questo spesso crea contrasto anche tra noi Cristiani, ma perché? Che cosa dice la Madre di Gesù di diverso da Gesù? Niente aggiunge e niente toglie, dice pregate e credete al vangelo, fate quello che Gesù vi ha detto di fare dalle sue pagine, tutto il resto...sono orpelli che noi non siamo né in grado di capire né di giudicare; i veggenti come gli apostoli, come noi fedeli hanno solo un compito, imparare da Gesù e Maria com’essere fedeli a Dio, come disporsi al suo cospetto.
C'è chi afferma che è stato un certo modernismo a rovinare la chiesa e la fede, ma io non sono d'accordo con questo metro di misura, credo che sia il cuore degli uomini che non si è ben disposto a Dio, e non per colpa di qualcuno, ma solo per colpa nostra.
Cerchiamo di adattare Dio ai nostri scopi, e non a rispettare i suoi insegnamenti.
Ci camuffiamo da fedeli, ma la fedeltà non sappiamo neanche dove sta di casa.
Adoriamo una croce che però non vogliamo portare.
Cerchiamo un Dio di verità al quale non sappiamo credere.
Adattiamo a noi la religione, non ci integriamo con essa.
Parliamo ai fratelli, ma non ci consideriamo fratelli di quelli che non ci piacciono.
Dobbiamo crescere nella fede, migliorare con l'aiuto del Signore, ma vogliamo fare tutto da soli.
Gesù, lo Spirito Santo e tutto quello che è aiuto da parte di Dio, come ad esempio la vita dei Santi e la loro intercessione per fare di noi dei buoni cristiani, sono considerati degli optional, convinti di essere già tanto bravi da soli, e di non aver bisogno di niente e di nessuno.... questa è superbia amici miei, e quello che è più brutto è che la camuffiamo da umiltà...quante volte abbiamo detto" non sono degno neanche di pregarti"....tutte scuse per non umiliarsi e non riconoscere che solo con il sacrificio di Cristo siamo degni di essere figli di Dio, non per la nostra bravura a fare meno peccati.

sabato 20 agosto 2011

Nella mia vita TAGORE

ho amato, cuore e anima,
luci ed ombre della terra.
Questo amore senza fine
ha fatto udire
la voce della speranza
nell'azzurro del cielo.
E rimarrà nella felicità
e nel dolore più profondo,
rimarrà in ogni gemma
e in ogni fiore,
nelle notti primaverili ed estive.
Ha messo l'anello di nozze
alla mano del futuro.

Vita della mia vita...TAGORE

Vita della mia vita,
sempre cercherò di conservare
puro il mio corpo,
sapendo che la tua carezza vivente
mi sfiora tutte le membra.

Sempre cercherò di allontanare
ogni falsità dai miei pensieri,
sapendo che tu sei la verità
che nella mente
mi ha acceso la luce della ragione.

Sempre cercherò di scacciare
ogni malvagità dal mio cuore,
e di farvi fiorire l'amore,
sapendo che hai la tua dimora
nel più profondo del cuore.

E sempre cercherò nelle mie azioni
di rivelare te,
sapendo che è il tuo potere
che mi dà la forza di agire.


amore infinito


Luce viva da quella croce
amore infinito che non sa desistere 
che non vuole lasciarci morire
e che lascia l'impronta di se stesso
in un piccolo pezzo di pane
sbriciolato per noi.
Seguendo quelle briciole
abbracceremo quel corpo
in un unico insieme.

CAPITOLO 3 Della gran confidenza che dobbiamo mettere nell'amore che ci ha dimostrato Gesù Cristo, ed in tutto quello che ha fatto per noi.

CAPITOLO III

Della gran confidenza
che dobbiamo mettere nell'amore
che ci ha dimostrato Gesù Cristo,
ed in tutto quello che ha fatto per noi.
1. Davide riponeva tutta la speranza della sua salute nel suo Redentore futuro, e diceva: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; redemisti me, Domine, Deus veritatis (Ps. XXX, 6). Or quanto più noi dobbiamo riporre la nostra fiducia in Gesù Cristo, dopo ch'egli è già venuto ed ha compita l'opera della redenzione? Onde con maggior fiducia dee dire e sempre replicare ognuno di noi: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; redemisti me, Domine, Deus veritatis.
2. Se abbiamo noi gran motivi di temere la morte eterna per causa delle offese fatte a Dio, abbiamo all'incontro motivi assai più grandi di sperare la vita eterna ne' meriti di Gesù Cristo, i quali sono di valore infinitamente maggiore a salvarci, di quel che vagliono i nostri peccati a farci perdere. Noi abbiam peccato e ci siamo meritato l'inferno; ma il Redentore è venuto a caricarsi di tutte le nostre colpe per soddisfarle co' suoi patimenti: Vere languores nostros ipse tulit, et dolores nostros ipse portavit (Is. LIII, 4).
3. Nello stesso punto infelice in cui peccammo, fu già contra di noi da Dio scritta la condanna di morte eterna; ma il nostro pietoso Redentore che ha fatto? Delens quod adversus nos erat chirographum decreti... et ipsum tulit de medio, affigens illud cruci (Coloss. II, 14). Egli cancellò col suo sangue il decreto della nostra condanna, e poi l'affisse alla croce, acciocchè noi, guardando la sentenza di nostra dannazione per li peccati commessi, guardassimo insieme la croce ove Gesù Cristo, morendo, l'ha cancellata col suo sangue, e così ripigliassimo la speranza del perdono e della salute eterna.
4. Oh quanto meglio parla per noi e ci ottiene la divina misericordia il sangue di Gesù Cristo, che non parlava contra Caino il sangue di Abele! Accessistis ad mediatorem Iesum, et sanguinis aspersionem melius loquentem quam Abel (Hebr. XII, 24). Come dicesse l'Apostolo: Peccatori, felici voi che dopo il peccato siete ricorsi a Gesù crocifisso il quale ha sparso tutto il sangue per rendersi con ciò mediatore di pace fra i peccatori e Dio, ed ottenere ad essi il perdono. Gridano contra di voi le vostre iniquità, ma perora a vostro favore il sangue del Redentore; ed alla voce di questo sangue non può non restar placata la divina giustizia.
5. È vero che di tutti i nostri peccati è rigoroso il conto che ne abbiamo da rendere all'eterno Giudice. Ma chi ha da essere il nostro giudice? Pater... omne iudicium dedit Filio (Io. V, 22). Consoliamoci, l'Eterno Padre ha commesso il giudizio di noi al medesimo nostro Redentore. Dunque ci fa coraggio San Paolo dicendo: Quis est qui condemnet? Christus Iesus qui mortuus est... qui etiam interpellat pro nobis (Rom. VIII, 34). Chi è il giudice che ha da condannarci? È quel medesimo Salvatore che, per non condannarci alla morte eterna, ha voluto condannare se stesso, ed è morto; e, di ciò non contento, ora in cielo seguita presso il suo padre a procurarci la salute. Quindi scrive S. Tommaso da Villanova e dice: Che temi, peccatore, se detesti il tuo peccato? come ti condannerà colui che muore per non condannarti? Come ti discaccerà, se ritorni a' suoi piedi, quegli ch'è venuto dal cielo a cercarti quando tu lo fuggivi? Quid times, peccator? Quomodo damnabit poenitentem, qui moritur ne damneris? Quomodo abiiciet redeuntem, qui de caelo venit quaerens te?
6. E se temiamo, per cagion della nostra debolezza, di cadere negli assalti de' nostri nemici contra i quali ci resta a combattere, ecco quel che abbiam da fare, come ci ammonisce l'Apostolo: Curramus ad propositum nobis certamen, aspicientes in auctorem fidei et consummatorem Iesum, qui, proposito sibi gaudio, sustinuit crucem, confusione contempta (Hebr. XII, 1 et 2). Andiamo con animo grande a combattere, mirando Gesù crocifisso che dalla sua croce ci offerisce il suo aiuto, la vittoria e la corona. Per lo passato siam caduti perchè abbiamo lasciato di mirar le piaghe e le ignominie sofferte dal nostro Redentore, e così non siamo ricorsi a lui per aiuto. Ma se per l'avvenire ci metteremo davanti gli occhi quanto egli ha patito per nostro amore e come sta pronto a soccorrerci se a lui ricorriamo, no che certamente non resteremo vinti da' nostri nemici. Dicea S. Teresa col suo spirito sì generoso: «Io non intendo certi tremori, demonio, demonio, dove possiamo dire, Dio, Dio, e farlo tremare». All'incontro diceva la santa che se non riponiamo tutta la nostra confidenza in Dio, poco o niente ci serviranno tutte le nostre diligenze: «Tutte le diligenze — sono le sue parole — giovano poco, se tolta via affatto la confidenza in noi, non la mettiamo in Dio».
7. Oh che due gran misteri di speranza e di amore sono per noi la Passione di Gesù Cristo e il Sagramento dell'altare! Misteri che, se la fede non ce ne accertasse, e chi mai potrebbe crederli? Un Dio onnipotente voler farsi uomo, spargere tutto il suo sangue e morir di dolore sovra d'un legno; e perchè? per pagare i nostri peccati e salvare noi vermi ribelli! E poi il medesimo suo corpo, un giorno sagrificato per noi sulla croce, volercelo dare in cibo per così unirsi tutto con noi! Oh Dio che questi due misteri dovrebbero incenerire d'amore tutti i cuori degli uomini. E qual peccatore, dissoluto che sia, potrà disperare del perdono, se si pente del male che ha fatto, vedendo un Dio così innamorato degli uomini ed inclinato a far loro bene? Quindi tutto fiducia dicea S. Bonaventura: Fiducialiter agam, immobiliter sperans nihil ad salutem necessarium ab eo negandum, qui tanta pro mea salute fecit et pertulit.Come, dicea, può negarmi le grazie necessarie alla salute colui che tanto ha fatto e sofferto per salvarmi?
8. Adeamus ergo — ci esorta l'Apostolo — cum fiducia ad thronum gratiae, ut misericordiam consequamur et gratiam inveniamus in auxilio opportuno(Hebr. IV, 16). Il trono della grazia è la croce ove Gesù siede come in suo trono per dispensar grazie e misericordie a chi vi ricorre. Ma bisogna ricorrervi presto, or che possiam trovare l'aiuto opportuno a salvarci, perchè poi verrà forse tempo che non potremo più trovarlo. Andiam dunque presto ad abbracciarci alla croce di Gesù Cristo, ed andiamoci con gran confidenza. Non ci sgomentino le nostre miserie: in Gesù crocifisso troveremo per noi ogni ricchezza, ogni grazia: In omnibus divites facti estis in illo... ita ut nihil vobis desit in ulla gratia (I Cor. I, 5 et 7). I meriti di Gesù Cristo ci han fatti ricchi di tutti i divini tesori, e ci han renduti capaci di ogni grazia che desideriamo.
9. Dice S. Leone che Gesù colla sua morte ci apportò maggior bene che non ci recò di danno il demonio col peccato: Ampliora adepti sumus per Christi gratiam, quam per diaboli amiseramus invidiam (Serm. 1 de Ascens.). E con ciò dichiarasi quel che disse prima S. Paolo, che il dono della Redenzione è stato maggiore che non fu il peccato: la grazia ha superato il delitto: Non sicut delictum, ita et donum; ubi abundavit delictum, superabundavit gratia(Rom. V, 15 et 20). Quindi il Salvatore ci animò a sperare ogni favore ne' suoi meriti, ed ogni grazia. Ed ecco come c'insegnò il modo per ottener quanto vogliamo dall'eterno suo Padre: Amen, amen dico vobis, si quid petieritis Patrem in nomine meo dabit vobis (Io. XVI, 25). Quanto, dice, voi desiderate, chiedetelo al mio Padre in mio nome, ed io vi prometto che sarete esauditi. Ma come il Padre potrà negarci alcuna grazia, se egli ci ha dato l'unigenito suo Figlio ch'egli ama quanto se stesso? Pro nobis omnibus tradidit illum, quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom. VIII, 32). Dice l'Apostolo omnia; dunque niuna grazia sta eccettuata, non il perdono, non la perseveranza, non il santo amore, non la perfezione, non il paradiso, omnia, omnia nobis donavit. Ma bisogna pregarlo: Iddio è tutto liberale con chi lo prega: Dives in omnes qui invocant illum (Rom. X, 12).
10. Voglio qui ancora soggiungere molti altri belli sentimenti che scrisse nelle sue lettere il Ven. Giovanni d'Avila, della gran confidenza che noi dobbiamo avere ne' meriti di Gesù Cristo.
11. «Non vi dimenticate, che tra il Padre Eterno e noi ci è mezzano Gesù Cristo, per cui siamo amati e stretti con tali forti legami d'amore che niuna cosa li può sciogliere se l'uomo non gli spezza con qualche colpa mortale. Il sangue di Gesù grida chiedendo per noi pietà, e grida in modo che il romore de' nostri peccati non è udito. La morte di Gesù Cristo ha fatto morire le nostre colpe: O mors, ero mors tua. Quei che si perdono, non si perdono per mancanza di soddisfazione, ma per non volersi approfittare, per mezzo de' sagramenti, della soddisfazione data da Gesù Cristo.
12. «Il negozio del nostro rimedio Gesù l'ha preso a suo carico come se fosse suo proprio; onde i peccati nostri, benchè non gli abbia egli commessi, gli ha chiamati suoi e per quelli ha cercato perdono; e con amore sviscerato ha pregato, come pregasse per sè, che tutti quei che vogliono accostarsi a lui fossero amati. E come l'ha cercato così l'ha ottenuto: poichè Iddio ha disposto che Gesù e noi siamo talmente uniti in uno, che o abbiamo ad essere amati egli e noi, o egli e noi odiati; e giacchè non è odiato Gesù nè può essere odiato, nello stesso modo, se noi siamo uniti con Gesù coll'amore, ancor noi siamo amati. Per essere egli amato da Dio siamo amati ancora noi, attesochè vale più Gesù Cristo a far che noi siamo amati, che non vagliamo noi a far che siamo odiati; mentre l'Eterno Padre più ama il Figlio, che non odia i peccatori.
13. «Gesù disse al Padre: Voglio, Padre, che dove sono io siano ancora quelli che mi avete dati: Pater, quos dedisti mihi, volo ut ubi sum ego et illi sint mecum (Io. XVII, 24). Vinse il maggior amore l'odio minore, e così noi siamo stati perdonati ed amati, sicuri di non essere mai abbandonati, dov'è un nodo sì forte d'amore. Dice il Signore per Isaia (IL, 15): Può scordarsi una madre del suo figlio? E se mai quella se ne scorderà, io non mi scorderò di te, perchè ti tengo scritto nelle mie mani. Egli ci ha scritti nelle sue mani col suo proprio sangue. Per tanto non dobbiamo turbarci per cosa alcuna, mentre tutto vien disposto da quelle mani che sono state inchiodate alla croce, in testimonianza dell'amore che ha per noi.
14. «Niuna cosa può tanto atterrirci, quanto Gesù Cristo può assicurarci. Mi circondino pure i peccati fatti, i timori del futuro mi accusino, i demoni mi tendano lacci, che con chieder misericordia a Gesù Cristo tutto benigno, mio amatore sino alla morte, io non posso diffidare; mentre mi veggo talmente prezzato che un Dio si è dato per me. — O Gesù mio, porto sicuro di coloro che stando in tempesta a te ricorrono, o pastor vigilante, s'inganna chi di te non si fida, purchè voglia emendarsi. Perciò dicesti: Io sono, non vogliate temere: io son quello che tribolo e consolo. Metto talvolta alcuni in desolazioni che sembrano un inferno, ma poi ne li cavo e gli sollevo. Io son vostro avvocato, che ho presa la vostra causa per mia. Io vostro mallevadore, che son venuto a pagare i vostri debiti. Io vostro Signore, che col mio sangue vi ho ricomprati non per abbandonarvi, ma per arricchirvi, avendovi riscattati a gran prezzo. Come fuggirò da chi mi va cercando, essendo andato incontro a coloro che mi cercavano per oltraggiarmi? Non ho voltata la faccia a chi mi percoteva, e la volterò a chi vuole adorarmi? Come possono i miei figli dubitare se io l'amo, vedendomi posto in mano de' miei nemici per loro amore? Chi mai ho disprezzato, che mi abbia amato? Chi mai ho abbandonato, che mi ha cercato aiuto? Io vado cercando ancora chi non mi cerca.
15. «Se credi che il Padre Eterno ti ha donato il suo Figlio, credi ancora che ti donerà il resto, che tutto è assai meno del Figlio. Non pensare che Gesù Cristo siasi scordato di te, mentre ti ha lasciato in memoria del suo amore il maggior pegno che avesse, quanto fu se medesimo nel Sagramento dell'altare».
Affetti e preghiere.
Ah Gesù mio, amor mio, e che belle speranze mi dà la vostra Passione! Come posso temere di non ricevere il perdono de' miei peccati, il paradiso e tutte le grazie che mi bisognano, da un Dio onnipotente che mi ha dato tutto il suo sangue?
Ah Gesù mio, speranza mia ed amore mio, voi per non perdere me avete voluto perder la vita.
Io v'amo sovra ogni bene, mio Redentore e Dio. Voi vi siete dato tutto a me, io vi dono tutta la mia volontà, e con questa ripeto ch'io v'amo, io v'amo, e voglio sempre replicarlo, io v'amo, io v'amo. Così voglio sempre dire in questa vita, e così voglio morire, spirando l'ultimo fiato con questa cara parola in bocca, mio Dio io v'amo, per cominciar da quel punto un amore verso di voi continuo, che durerà in eterno, senza cessar mai più d'amarvi.
Io v'amo dunque, e, perchè v'amo, mi pento sovra ogni male di avervi così offeso. Misero, per non perdere una breve soddisfazione, ho voluto tante volte perdere voi, bene infinito! Questo pensiero mi tormenta più d'ogni pena; ma mi consola il pensare che ho che fare con una bontà infinita che non sa disprezzare un cuore che l'ama. Oh potessi morire per voi che siete morto per me!
Caro mio Redentore, io spero certamente da voi la salute eterna nell'altra vita, ed in questa spero la santa perseveranza nell'amor vostro; perciò propongo di cercarvela sempre. E voi per li meriti della vostra morte datemi la perseveranza a pregarvi.
Questa ancora domando e spero da voi, regina mia Maria.

CAPITOLO 6 Caritas benigna est.Chi ama Gesù Cristo ama la dolcezza.


CAPITOLO VI
.Caritas benigna est

                                                         Chi ama Gesù Cristo ama la dolcezza.
1. Lo spirito di dolcezza è proprio di Dio: Spiritus enim meus super mel dulcis (Eccli. XXIV, 27). Quindi l'anima amante di Dio ama tutti coloro che sono amati da Dio, quali sono i nostri prossimi; onde volentieri va sempre cercando di soccorrer tutti, consolar tutti, e tutti contentar, per quanto l'è permesso. Dice S. Francesco di Sales che fu il maestro e l'esempio della santa dolcezza: «L'umile dolcezza è la virtù delle virtù che Dio tanto ci ha raccomandata; perciò bisogna praticarla sempre e da per tutto». Onde il santo ci dà poi questa regola: «Ciò che vedrete potersi far con amore, fatelo; e ciò che non può farsi senza contrasto, lasciatelo». S'intende sempre che può lasciarsi senza offesa di Dio, perchè l'offesa di Dio deve impedirsi sempre e subito  
da chi è tenuto ad impedirla.

2. Questa dolcezza dee specialmente praticarsi co' poveri, i quali ordinariamente, perchè son poveri, son trattati aspramente dagli uomini. Dee usarsi particolarmente ancora cogli infermi i quali si trovano afflitti dall'infermità, e per lo più sono poco assistiti dagli altri. Più particolarmente poi dee usarsi la dolcezza coi nemici. Vince in bono malum (Rom. XII, 21). Bisogna vincer l'odio coll'amore, e la persecuzione colla dolcezza; così han fatto i santi, e si han conciliato l'affetto de' loro più ostinati nemici.
3. «Non vi è cosa, dice S. Francesco di Sales, che tanto edifichi i prossimi, quanto la caritatevole benignità nel trattare». Il santo perciò ordinariamente facea vedersi colla bocca a riso e colla faccia che spirava benignità, accompagnata dalle parole e dai gesti. Onde dicea S. Vincenzo de' Paoli non aver egli conosciuto uomo più benigno. Dicea di più sembrargli che monsignor di Sales avesse l'immagine espressa della benignità di Gesù Cristo. Egli anche nel negare quel che non potea concedere senza offesa della coscienza, si dimostrava talmente benigno, che gli altri, benchè non avessero l'intento, ne partivano affezionati e contenti. Era egli benigno con tutti, co' superiori, co' suoi eguali e cogl'inferiori, in casa e fuor di casa. A differenza di coloro, come lo stesso santo dicea, che sembrano angeli fuori di casa e demoni in casa. Anche trattando co' servi, il santo non si lagnava mai de' loro mancamenti; appena qualche volta gli avvertiva, ma sempre con parole benigne. Cosa molto lodevole a tutti i superiori. Il superiore dee usare tutta la benignità co' suoi sudditi. Nell'imponere ciò che quelli hanno da eseguire, dee più presto pregare che comandare. Dicea S. Vincenzo de' Paoli: «Non v'è modo a' superiori di esser meglio ubbiditi da' sudditi, che la dolcezza». E parimente S. Giovanna di Chantal dicea: «Ho sperimentato più modi nel governo, ma non ho trovato migliore che il dolce e sofferente».
4. Anche nel riprendere i difetti, il superiore dee essere benigno. Altro è il riprendere con fortezza, altro il riprendere con asprezza; bisogna talvolta riprendere con fortezza, quando il difetto è grave, e specialmente quando è replicato, dopo che il suddito n'è stato già ammonito; ma guardiamoci di riprender mai con asprezza ed ira; chi riprende con ira fa più danno che profitto. Questo è quel zelo amaro riprovato da S. Giacomo. Taluni si vantano di tener la famiglia a registro col modo aspro che usano, e dicono che così bisogna governare; ma non dice così S. Giacomo: Quod si zelum amarum habetis,... nolite gloriari (Iac. III, 14). Se mai in qualche caso raro bisognasse dire qualche parola aspra per indurre il difettoso ad apprender la gravezza del suo difetto, sempre non però all'ultimo bisogna lasciarlo colla bocca dolce, con qualche parola benigna. Bisogna sanar le ferite, come fece il Samaritano del Vangelo, col vino e coll'olio. «Ma siccome l'olio, dicea S. Francesco di Sales, va sempre di sopra tutti i liquori, così bisogna che in tutte le nostre azioni vada sopra la benignità». E quando avviene che la persona la quale dee esser corretta sta disturbata, bisogna allora trattener la riprensione ed aspettare che cessi la sua collera, altrimenti più la provocheremo a sdegnarsi. Dicea S. Giovanni canonico regolare: «Quando la casa arde non bisogna aggiunger legna al fuoco».
5. Nescitis cuius spiritus estis (Luc. IX, 55). Così disse Gesù Cristo a' suoi discepoli Giacomo e Giovanni, allorchè essi voleano che fossero corretti con castighi i Samaritani, i quali gli aveano discacciati dal lor paese. Ah, disse loro il Signore, e quale spirito è questo? Questo non è lo spirito mio, il quale è tutto dolce e benigno; giacchè io non son venuto a perdere, ma a salvare le anime: Filius hominis non venit animas perdere sed salvare (Ibid. 56). E voi volete indurmi a perderle? Tacete, e non mi fate più simili domande, perchè non è questo lo spirito mio. — Ed in fatti con quanta dolcezza Gesù Cristo trattò l'adultera! Mulier, le disse, nemo te condemnavit? nec ego te condemnabo: Vade, et iam amplius noli peccare (Io. VIII, 10 et 11). Si contentò di solo ammonirla a non più peccare, e la mandò in pace. Con quanta benignità parimente cercò di convertire la Samaritana, e così già la convertì. Prima le domandò da bere; dipoi le disse: Oh sapessi tu chi è colui che ti cerca da bere! Indi le rivelò ch'egli era il Messia aspettato. In oltre con quanta dolcezza procurò di convertire l'empio Giuda, ammettendolo a mangiare nello stesso suo piatto, lavandogli i piedi, ed avvertendolo nell'atto stesso del suo tradimento: Giuda, così con un bacio mi tradisci? Iuda, osculo Filium hominis tradis? (Luc. XXII, 48). Come poi convertì Pietro, dopo che Pietro l'avea rinnegato? Eccolo: Conversus Dominus respexit Petrum (Ibid. 61). In uscir dalla casa del pontefice, senza rimproverargli il suo peccato, lo mirò con un tenero sguardo, e così lo convertì; e lo convertì in modo, che Pietro finchè visse non lasciò mai di piangere l'ingiuria fatta al suo maestro.
6. Oh quanto si guadagna più colla dolcezza che coll'amarezza! Dicea S. Francesco di Sales che non v'è cosa più amara della noce; ma se quella si confetta, diventa dolce ed amabile: così le correzioni, benchè sono in sè dispiacenti, nondimeno quando si fanno con amore e dolcezza, diventano gradevoli, e così riescono di maggior profitto. Narrava di sè S. Vincenzo de' Paoli che nel governo tenuto nella sua congregazione non aveva mai corretto alcuno con asprezza, se non tre volte credendo aver avuto ragione di farlo, ma che poi sempre se n'era pentito, perchè sempre gli era riuscito male; dove il correggere con dolcezza sempre gli era riuscito bene.
7. S. Francesco di Sales colla sua benignità ottenea dagli altri quanto voleva; e così gli riusciva di tirar a Dio anche i peccatori più ostinati. Lo stesso praticava S. Vincenzo de' Paoli, il quale insegnava a' suoi questa massima: «L'affabilità, dicea, l'amore e l'umiltà mirabilmente si guadagnano i cuori degli uomini, e gl'inducono ad abbracciare le cose più ripugnanti alla natura». Una volta egli consegnò ad un padre de' suoi un gran peccatore, affinchè l'avesse ridotto a penitenza; ma quel padre, per quanto avesse faticato, niente profittò; onde pregò il santo a dirgli esso qualche cosa. Allora gli parlò il santo e lo convertì. Quel peccatore disse poi che la singolar dolcezza e carità del P. Vincenzo gli aveano guadagnato il cuore. Quindi il santo non potea soffrire che i suoi missionari trattassero i penitenti con asprezza, e dicea loro che lo spirito infernale si serve del rigore di alcuni per maggiormente rovinare le anime.
8. Bisogna praticar la benignità con tutti, ed in ogni occasione, ed in ogni tempo. Avverte S. Bernardo che taluni sono mansueti finchè le cose avvengono a loro genio, ma appena poi che son toccati con qualche avversità o contraddizione, subito si accendono, e cominciano a fumare come il monte Vesuvio. Costoro posson dirsi carboni ardenti, ma nascosti sotto la cenere. Chi vuol farsi santo bisogna che in questa vita sia come un giglio tra le spine, che per quanto venga da quelle punto non lascia di esser giglio, cioè sempre egualmente soave e benigno. L'anima amante di Dio conserva sempre la pace nel cuore, e la dimostra anche nel volto, comparendo sempre eguale a se stessa negli eventi, così prosperi come avversi, siccome cantò il cardinal Petrucci:
Mira cangiarsi in variate forme
Fuori di sè le creature, e dentro
Il suo più cupo centro
Sempre unita al suo Dio vive uniforme.
9. Nelle cose avverse si conosce lo spirito di una persona. S. Francesco di Sales amava con tenerezza l'ordine della Visitazione che gli costava tante fatiche. Più volte egli lo vide in pericolo di perdersi per le persecuzioni che pativa, ma il santo non perdè mai la sua pace, sempre contento di vederlo anche distrutto, se così piaceva a Dio; ed allora fu che disse: «Da qualche tempo in qua le tante opposizioni e contraddizioni che mi sono venute mi recano una pace sì dolce che non ha pari, e mi presagiscono il prossimo stabilimento dell'anima mia in Dio ch'è l'unico mio desiderio».
10. Quando ci occorre di dover risponder a chi ci maltratta, stiamo attenti a rispondere sempre con dolcezza: Responsio mollis frangit iram (Prov. XV, 1): una risposta dolce basta a spegnere ogni fuoco di collera. E quando ci sentiamo sturbati, allora meglio è tacere, perchè allora ci sembra giusto di dir quel che ci viene in bocca; ma sedata poi la passione, vedremo che tutte le parole da noi proferite sono state difetti.
11. E quando accade che noi stessi commettiamo qualche difetto, bisogna che ancora con noi medesimi usiamo la dolcezza: l'adirarci con noi dopo il difetto commesso non è umiltà, ma è fina superbia, come se noi non fossimo quei deboli e miserabili che siamo. Dicea S. Teresa: «Umiltà che inquieta non viene mai da Dio, ma dal demonio». L'adirarci con noi stessi dopo il difetto è un difetto più grande del difetto fatto, il quale porterà seco la conseguenza di molti altri difetti: ci farà lasciare le nostre divozioni, l'orazione, la comunione; e se le faremo riusciranno poco ben fatte. Dicea S. Luigi Gonzaga che nell'acqua torbida più non si vede, ed ivi pesca il demonio. Quando l'anima sta disturbata poco conosce Dio e quel che dee fare. Bisogna dunque, allorchè cadiamo in qualche difetto, voltarsi a Dio con umiltà e confidenza, e, cercandogli perdono, dirgli come dicea S. Caterina di Genova: «Signore, queste sono l'erbe dell'orto mio». V'amo, con tutto il cuore, e mi pento di avervi dato questo disgusto. Non voglio farlo più, datemi il vostro aiuto.
Affetti e preghiere.
O beate catene che legate le anime con Dio, deh stringete me ancora, e stringetemi tanto che io non possa più sciogliermi dall'amore del mio Dio!Gesù mio, io vi amo; v'amo, o tesoro, o vita dell'anima mia; a voi mi stringo e vi dono tutto me stesso. No, che non voglio, amato mio Signore, lasciarvi più d'amare. Voi che per pagare i miei peccati avete sofferto d'esser legato qual reo, e così legato essere condotto per le vie di Gerusalemme alla morte, voi che voleste essere inchiodato alla croce, e non la lasciaste se non dopo avervi lasciata la vita, deh, per lo merito di tante pene, non permettete ch'io mai abbia a separarmi da voi!
Mi pento più d'ogni male di avervi un tempo voltate le spalle, e propongo colla grazia vostra di prima morire che darvi più disgusto nè grave nè leggiero.
O Gesù mio, in voi mi abbandono. Io v'amo con tutto il cuore, v'amo più di me stesso. Vi ho offeso per lo passato, ma ora me ne pento, e vorrei morirne di dolore. Deh tiratemi tutto a voi. Io rinunzio a tutte le consolazioni sensibili, voi solo voglio e niente più. Fate ch'io v'ami e poi fate di me quel che vi piace.
O Maria, speranza mia, ligatemi a Gesù; e fate ch'io sempre viva a lui ligato, e ligato muoia per venire un giorno al beato regno, dove non avrò più timore di vedermi sciolto del suo santo amore.

CAPITOLO 10 Caritas non est ambitiosa. Chi ama Gesù Cristo non ambisce altro che Gesù Cristo.

CAPITOLO X

Caritas non est ambitiosa.
Chi ama Gesù Cristo non ambisce altro
che Gesù Cristo.
1. Chi ama Dio non va cercando di essere stimato ed amato dagli uomini: l'unico suo desiderio è di esser ben voluto da Dio ch'è l'unico oggetto del suo amore. — Scrive S. Ilario che ogni onore che si riceve dal mondo è negozio del demonio: Omnis saeculi honor diaboli negotium est (S. Hilar., in Matth. 6). E così è, perchè il nemico negozia per l'inferno quando ingerisce nell'anima desideri di essere stimata; poichè, perdendo ella l'umiltà, si mette in pericolo di precipitare in ogni male. Scrive S. Giacomo che siccome Iddio nelle grazie allarga la mano cogli umili, così la stringe e resiste a' superbi: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (Iac. IV, 6). Dice superbis resistit, viene a dire che neppure ascolta le loro preghiere. E tra gli atti di superbia certamente uno è questo, l'ambire di essere stimato dagli uomini e l'invanirsi degli onori da essi ricevuti.
2. Troppo spaventevole fu in ciò l'esempio di Fra Giustino francescano, il quale era giunto ad un grado eminente di contemplazione, ma perchè forse, e senza forse, nudriva già dentro di sè un desiderio di essere stimato dal mondo, ecco quello che gli accadde. Un giorno mandò a chiamarlo il Papa Eugenio IV, e, per lo concetto che ne avea di santità, molto l'onorò, l'abbracciò e lo fe' sedere vicino a sè. Fra Giustino dopo tal favore s'invanì di se stesso; onde S. Gio. Capestrano gli disse: «Oh, Fra Giustino, sei andato angelo e sei tornato demonio!» Ed in fatti crescendo il misero da giorno in giorno in superbia, pretendendo d'esser trattato qual egli si stimava, giunse ad uccidere un frate con un coltello: indi apostatò e se ne fuggì in Napoli, ove fece altre scelleraggini: ed ivi finalmente morì apostata in una prigione. Quindi saggiamente diceva un gran Servo di Dio che quando noi udiamo o leggiamo la caduta di certi cedri del Libano, d'un Salomone, d'un Tertulliano, d'un Osio, che da tutti erano tenuti per santi, è segno che questi non si erano dati tutti a Dio, ed internamente nutrivano in sè qualche spirito di superbia, e perciò prevaricarono. Tremiamo dunque quando vediamo in noi insorgere qualche ambizione di comparire e di essere stimati dal mondo; e quando il mondo ci fa qualche onore, guardiamoci di averne compiacenza, la quale può esser causa della nostra ruina.
3. Guardiamoci specialmente dall'ambizione di superare i puntigli. Dicea S. Teresa: «Dove son puntigli di onore non vi sarà mai spirito». Molte persone professano vita spirituale, ma sono idolatre della propria stima. Dimostrano certe virtù apparenti, ma hanno l'ambizione di esser lodate in tutti i lor portamenti; e quando manca chi le loda, si lodano da se stesse; cercano in somma di comparir migliori degli altri, e se mai sentono toccarsi nella stima, perdono la pace, lasciano la comunione, lasciano tutte le loro divozioni, e non si quietano finchè non pare loro di aver acquistato il concetto perduto. Ma non fanno così i veri amanti di Dio. Non solo sfuggono di dir parola di stima propria, nè si compiacciono, ma più si attristano delle lodi che ricevono dagli altri, e si rallegrano di vedersi tenuti in mal concetto appresso gli uomini.
4. Troppo è vero quel che dicea S. Francesco d'Assisi: «Tanto io sono, quanto sono innanzi a Dio». Che giova l'essere stimati per grandi dal mondo, se davanti a Dio siamo vili e disprezzabili? All'incontro, che importa che il mondo ci disprezzi, se siamo cari e graditi agli occhi di Dio? Scrisse S. Agostino:Nec malam conscientiam sanat praeconium laudantis, nec bonam vulnerat conviciantis opprobrium (Lib. 3. contr. Petil.): siccome chi ci loda non ci libera dal castigo delle opere male, così chi ci vitupera non ci toglie il merito delle buone opere. «Che importa a noi, diceva S. Teresa, l'esser dalle creature incolpati e tenuti per vili, se avanti di voi siamo grandi e senza colpa?» — I santi non bramavano che di vivere sconosciuti ed abbietti nel cuore di tutti. Scrive San Francesco di Sales: «Ma che torto mai ci vien fatto quando si ha cattiva opinione di noi, dovendola noi stessi averla tale? Forse noi sappiamo che siam cattivi, e pretendiamo che gli altri ci tengano per buoni?»
5. Oh quanto è sicura la vita nascosta per coloro che vogliono amar di cuore Gesù Cristo! Gesù medesimo ce ne diè l'esempio col vivere nascosto e disprezzato per trent'anni in una bottega. E perciò i santi, affin di evitare la stima degli uomini, sono andati a vivere ne' deserti e nelle grotte. — Dicea S. Vincenzo de' Paoli che il gusto di comparire e che si parli di noi con onore, si lodi la nostra condotta, e si dica che riusciamo bene e facciamo maraviglie, è un male che facendoci scordare di Dio, infetta le nostre azioni più sante, ed è per noi il vizio più dannoso al progresso nella vita spirituale.
6. Chi dunque vuole avanzarsi nell'amor di Gesù Cristo, bisogna che affatto faccia morire in sè l'amore della propria stima. — Ma come si darà morte alla propria stima? Eccolo come ce lo insegna S. Maria Maddalena de' Pazzi: «La vita dell'appetito della propria stima è lo stare in buon concetto appresso tutti; dunque la morte della propria stima è l'occultarsi per non esser conosciuti da niuno. E finchè uno non giunge a morire in questo modo, non sarà mai vero servo di Dio».
7. Sicchè per renderci graditi agli occhi di Dio, bisogna che ci guardiamo dall'ambizione di comparire e d'esser graditi agli occhi degli uomini. E tanto maggiormente dobbiam guardarci dall'ambizione di dominar agli altri. S. Teresa desiderava che prima fosse andato a fuoco il suo monastero con tutte le monache, che vi fosse entrata questa maledetta ambizione. E pertanto volea che se mai si ritrovasse alcuna delle sue religiose che trattasse di esser fatta superiora, si fosse discacciata dal monastero o almeno tenuta per sempre carcerata. S. Maria Maddalena de' Pazzi diceva: «L'onore d'una persona spirituale sta nell'esser sottoposta a tutti, e nell'avere in orrore l'esser preferita ad altri». L'ambizione dunque di un'anima che ama Dio dee essere di superare tutti gli altri nell'umiltà, come parla S. Paolo, in humilitate superiores (Phil. II, 3). In somma chi ama Dio non dee ambire altro che Dio.
Affetti e preghiere.
Gesù mio, datemi voi l'ambizione di darvi gusto, e fatemi scordare di tutte le creature ed anche di me stesso. Che mi serve l'esser amato da tutto il mondo, se non sono amato da voi, unico amore dell'anima mia? Gesù mio, voi siete venuto in questa terra per guadagnarvi i nostri cuori; se io non so darvi il mio cuore, prendetevelo voi, e riempitelo del vostro amore, e non permettete ch'io mi separi mai più da voi. Per lo passato vi ho voltate le spalle, ma ora, vedendo il male che ho fatto, me ne dispiace con tutto il cuore, e non ho pena che più mi affligge che la memoria di tante offese che vi ho fatte. Mi consola il sapere che siete una bontà infinita, che non isdegnate di amare un peccatore che v'ama.
Amato mio Redentore, o dolce amore dell'anima mia, per lo passato vi ho disprezzato, ma ora v'amo più di me stesso. Vi offerisco me e tutte le cose mie: altro non desidero che amarvi e darvi gusto. Questa è la mia ambizione: ricevetela ed accrescetela voi, e distruggete in me ogni desiderio di beni mondani. Troppo voi siete degno d'essere amato, e troppo mi avete obbligato ad amarvi.
Eccomi, io voglio esser tutto vostro, e voglio soffrire quanto volete voi che per amor mio siete morto di dolore su d'una croce. Voi mi volete santo, voi mi potete far santo, in voi confido.
E confido ancora nella vostra protezione, o gran madre di Dio Maria.