domenica 12 luglio 2015

Eucherio di Lione Formule dell’intelligenza spirituale

Eucherio di Lione

Formule dell’intelligenza spirituale


a Veranio




Prefazione

Come segno di paterna sollecitudine, ho scritto e ora ti invio queste formule per comprendere secondo lo spirito i termini latini, affinché tu intenda nel modo più facile il senso di quanto si nasconde negli scritti divini. Infatti, poiché la lettera uccide mentre lo spirito vivifica (2Cor 3, 6), è più che mai necessario penetrare in quei discorsi spirituali con spirito vivificante. Che l’intera Scrittura vada intesa allegoricamente, ci ammonisce essa stessa nel Vecchio Testamento: Voglio aprire a sentenza la mia bocca, proferire gli enigmi dei tempi antichi (Sal 77, 2), oppure quanto è scritto nel Nuovo Testamento: Tutte queste cose diceva Gesù alla folla in parabole, e non parlava loro se non per parabole (Mr 4,33-34). Non fa dunque specie che la parola divina, rivelata dalla bocca di profeti e apostoli, si ritragga dal modo consueto di scrivere, e mostri in superficie solo le cose facili da comprendere, nascondendo nell’interiorità le eccelse; giustamente dunque si sono separate, sia per forma che per valore, le sacre parole di Dio dagli altri scritti, così che la dignità di quei celesti aromi non vada svelata ovunque e confusamente, esponendo ciò che è sacro ai cani e le perle ai porci (Mt 7, 6), e lasciando portare al volgo i vasi sacri e nascosti del tempio (Nm 4, 15-20). Al pari di quella colomba d’argento con la coda dorata (Sal 67, 14), il principio di qualsiasi scrittura divina rifulge come l’argento, ma le parti più occulte sono un oro sfolgorante. Fu dunque giusto nascondere agli occhi volgari la purezza di quegli scritti, coperta nel suo segreto come da un pudico velo: e sono gli stessi misteri celesti che per ordine divino proteggono quegli scritti, nello stesso modo in cui la divinità è celata dal suo medesimo segreto. Quando perciò troviamo scritto nei libri santi “gli occhi del Signore, la bocca del Signore, il grembo, la mano, i piedi del Signore” o anche “le armi del Signore”, non dobbiamo certo pensare che la fede cattolica della Chiesa voglia delimitare Dio con un corpo – lui che è invisibile, illimitato, immutabile e infinito; sembrò però necessario esporre tali cose per figure che vanno interpretate con l’assistenza dello Spirito Santo. Qui sta quell’interno del Tempio del Signore (Ez 40), qui il sancta sanctorum dei misteri, illuminati di enigmi. Come dice la tradizione, il corpo della Sacra Scrittura consiste della lettera o della storia; la sua anima del senso morale, detto metaforico [tropicus]; lo spirito dell’intelligenza superiore, detta anagogia. Questa triplice norma delle Scritture la osserviamo convenientemente nella confessione della Santa Trinità che ci santifica totalmente, affinché si conservino integri il nostro spirito, l’anima e il corpo senza sofferenza, fino al ritorno e al giudizio di Nostro Signore Gesù Cristo (1Ts 5, 23). Anche la scienza di questo mondo divide la sua filosofia in tre parti: fisica, etica e logica, cioè naturale, morale e razionale. La scienza naturale riguarda le cause di natura, contenute nell’universo; la morale considera i costumi; la razionale, che invece tratta delle cose più alte, ci rassicura che Dio è padre di tutto. Questa tripartizione della scienza non contrasta affatto con la distinzione della nostra dottrina, e i dotti hanno reputato che la filosofia celeste della Scrittura sia esposta secondo la storia, la tropologia e l’anagogia. La storia dunque pone nella nostra mente la verità dei fatti e la fiducia nella narrazione; la tropologia volge i mistici alla purificazione della vita e della mente; l’anagogia conduce ai misteri delle forme celesti. Alcuni pensano si debba considerare l’allegoria come quarto tipo di questa scienza, poiché secondo loro con essa conosciamo per tempo gli eventi e anticipiamo le ombre delle cose future. Possiamo indicare tutto ciò con esempi confacenti: quanto si considera secondo la narrazione storica è il cielo, secondo la tropologia è la vita celeste, secondo l’allegoria è l’acqua del battesimo, secondo l’anagogia sono gli angeli, in accordo con quanto è scritto: Lodino il Signore le acque sopra il cielo (Sal 148, 4).
Sappi inoltre che ogni insegnamento della nostra religione è sgorgato da quella fonte di duplice scienza, la prima parte della quale è detta pratica e la seconda teorica, vale a dire attiva e contemplativa. Per la prima si trascorre la vita attiva nella purificazione dei costumi, l’altra è volta alla contemplazione delle cose celesti e alla discussione delle Scritture divine. La scienza attiva si diffonde su diversi studi, mentre quella contemplativa si occupa solo di due: la discussione sulla narrazione storica e la spiegazione dell’intelligenza spirituale.
Abbandonando ora queste cose, ti propongo le formule che ti ho promesso per la conoscenza spirituale, esponendo i simboli che si presentano per i termini che appaiono nel testo divino. Preghiamo dunque il Signore che ci riveli le cose nascoste nelle sue Scritture, e presentiamo le più segrete così come sono percepite dall’intelletto, secondo quest’ordine:
  1. I nomi di Dio
  2. Quelle che sono dette le membra di Dio, e ciò che significano
  3. Le creature superne
  4. Le creature terrene
  5. Gli esseri animati
  6. Nomi di cose
  7. L’interno dell’uomo
  8. Strumenti e mezzi
  9. Il significato di vari verbi e parole
  10. Gerusalemme e le cose a lei contrarie
  11. I numeri e il loro significato allegorico

Spieghiamo dunque i significati dei termini e delle parole, interpretando al meglio le allegorie, così come ci suggerisce la grazia divina.


I. I nomi di Dio

Dio onnipotente è Padre, Figlio e Spirito Santo, uno e trino: uno per natura e trino nelle persone; unico ad essere invisibile, immenso e infinito – l’unico incircoscritto, immutabile, incorporeo, immortale – ovunque presente e nascosto, ovunque tutt’intero e immenso.
È invisibile, poiché non può certo esser visto nella sua essenza, come dice l’Apostolo: Poiché nessuno l’ha mai visto, né lo può vedere (1Tm 6, 16); e nel Vangelo: Nessuno mai vide Dio (Gv 1, 18).
È incorporeo, perché non consiste di un’unione di membra e fattezze. Così è detto veracemente nel Vangelo: Dio è Spirito, e quanti l’adorano devono adorarlo in spirito e verità (Gv 4, 24).
È immenso, perché la sua qualità e quantità non può essere misurata da alcuna creatura, onde Salomone pregò supplice: Se il cielo e la terra non ti contengono, tanto meno basterà questo tempio che ti ho edificato (3Re 8, 27).
È incircoscritto, perché non delimitabile.
È inlocale, perché non passa da un posto all’altro, né alcun luogo riesce a trattenerlo; tramite Isaia, dice di se stesso: Il cielo è il mio seggio, la terra lo sgabello dei miei piedi (Is 66, 1); e tramite Geremia: Non colmo forse il cielo e la terra? (Ger 23, 24). Della sua immensità parla il profeta nel salmo, confidando in Dio stesso: Se salissi in cielo, là tu sei; se scendessi nell’inferno, sei presente (Sal 138, 8); e ne parla anche il libro di Giobbe: È più alto del cielo, e che puoi fare? È più profondo dell’abisso, e che puoi saperne? È più lungo della terra e più largo del mare (Gb 11,8), poiché infatti riempie il cielo e la terra, e certo non v’è luogo privo della sua essenza. È sopra ogni cosa per reggere e governare, sotto ogni cosa per portare e sostenere – non con peso di lavoro, ma con infaticabile forza, perché nessuna sua creatura si sostiene da sola, senza essere da lui conservata. È fuori da tutto, ma non ne è escluso.
È immutabile, poiché ciò che è non può certo mutare, come egli stesso dice attraverso il profeta Malachia: Io sono il Signore, e non muto (Ml 3, 6). Perciò Dio è detto immutabile, perché la sua anima non è afflitta da ira, furore, pentimento, dimenticanza, ricordo o altre simili cose: è difatti semplice la sua natura, immutabile e imperturbata. Non ha e non è altro da se stessa, ma essa stessa è ciò che ha ed è.
È immortale, perché in nessun modo può morire, come attesta l’Apostolo: Lui solo possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile, che nessun uomo ha mai veduto, né può vedere (1Tm 6, 16).
Al contrario, sparsi per i divini libri, la Scrittura Sacra descrive in Dio i moti dell’anima e le membra umane, cioè il capo, i capelli, gli occhi, le palpebre, le orecchie e tutte le altre membra – o i moti dell’anima, cioè l’ira, il furore, la dimenticanza, il pentimento, il ricordo, e altro. Chi comprende queste cose rettamente secondo la narrazione, non deve intenderle in modo carnale, come fanno i Giudei e molti eruditi eretici, che pensano Dio come corporeo e insediato in un luogo – di lui ogni cosa va invece intesa e creduta spiritualmente. Se qualcuno crede che in Dio vi siano membra umane o moti dell’anima in senso umano, senza dubbio fabbrica idoli in cuor suo.
Dunque, come si diceva, leggiamo in senso figurato il capo di Dio, e dobbiamo intendervi la sua stessa essenza divina, che precede tutto, e a cui ogni cosa è soggetta (1Cor 11,3).
Interpretiamo i capelli del suo capo come i santi angeli, o i virtuosi eletti; di ciò è scritto nel libro di Daniele: Mentre stavo osservando, furono disposti dei troni e un Antico di giorni si assise. Il suo vestito era candido come neve e come lana pura erano i capelli della testa (Dn 7, 9): qui si vogliono infatti significare con la veste candida di Dio e coi capelli del suo capo gli angeli e i puri santi. Inoltre, i capelli sono paragonati alla lana pura perché Dio fosse inteso come l’Antico di giorni.
Si dice che Dio ha occhi, poiché egli vede tutto e nulla gli è nascosto. Dice infatti l’Apostolo: Nessuna cosa al mondo sfugge allo sguardo di Dio, ma tutto è chiaro e svelato ai suoi occhi (Eb 4, 13). Si possono altrimenti intendere come la considerazione della sua grazia; così è nel salmo: Gli occhi del Signore sono sopra i giusti (Sal 33,16). In secondo luogo, gli occhi del Signore sono i suoi precetti, con cui ci somministra il lume del sapere. Nel salmo: È chiaro il precetto del Signore e illumina gli occhi (Sal 18, 9).
Le palpebre del Signore sono i suoi giudizi nascosti e incomprensibili, oppure indicano nei divini libri il suo linguaggio spirituale; di questi sacramenti e giudizi nascosti e imperscrutabili dice il salmo: Le sue palpebre interrogano i figli degli uomini (Sal 10, 5), cioè li esaminano.
Si dice che Dio ha orecchie perché ode tutto e nulla per lui è celato nel silenzio; di ciò è scritto nel libro della Sapienza: L’orecchio del cielo ode tutto e non gli è nascosto nemmeno il sussurro delle mormorazioni (Sap 1, 10).
Le narici di Dio sono il suo soffio nel cuore dei fedeli, come si dice nel libro dei Re: Sale il fumo dalle sue nari (2Re 22, 9), cioè aspira il pentimento lacrimoso dei penitenti.
Il volto di Dio è la conoscenza da parte di tutti della sua divinità, e su questa conoscenza è scritto nei salmi: Mostraci il tuo volto e saremo salvi (Sal 79, 4), cioè, dacci la conoscenza di te, palesata agli uomini dal Figlio dell’uomo, come dice il Vangelo: Nessuno conosce il Padre, eccetto il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo (Mt 11, 27). Altrove il volto di Dio significa l’invisibile essenza della divinità del Figlio di Dio; di essa il Signore, rispondendo per mezzo di un angelo a Mosè, dice: Mi vedrai da tergo, ma la mia faccia non potrai vederla (Es 33, 23), come se dicesse: la mia divinità invece non la potrai vedere.
La bocca di Dio è il Figlio del Padre, cioè il Cristo Signore; perciò Isaia profeta annuncia ai Giudei: Perché provocammo la sua bocca all’ira (Is 1, 20). Altrimenti, la sua bocca può esser presa come la sua parola o il suo comando; annunciando la parola di Dio, i profeti dicono: La bocca di Dio così ha parlato.
La parola di Dio è il Figlio di Dio Padre, per mezzo del quale tutto fu fatto; dice il salmo: Dio creò i cieli con la sua parola (Sal 32, 6). Altrove: Inviò la sua parola a risanarli (Sal 106, 20); e nel Vangelo secondo Giovanni: In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio (Gv 1,1).
La lingua di Dio, in senso mistico, significa lo Spirito Santo, grazie al quale Dio Padre manifestò il suo segreto agli uomini; per cui nel salmo è detto: La mia lingua è la penna di uno scriba veloce (Sal 44,2).
Le labbra di Dio, in senso mistico, simbolizzano l’accordo dei due Testamenti; di essi è scritto nei Proverbi: Nel suo giudizio la sua bocca non erra (Sal 16, 10).
Per le braccia di Dio Padre si intendono il Figlio suo e lo Spirito Santo. Così parla in Isaia: E le mie braccia giudicheranno i popoli (Is 41, 5). Preso singolarmente, il braccio di Dio si riferisce al Figlio: Ebbene, tu Signore Iddio traesti il suo popolo dalla terra d’Egitto con mano forte e braccio teso (Ger 32, 21). Perciò il Figlio è detto braccio di Dio Padre, perché la creatura eletta gli è connessa.
La destra di Dio Padre è il Figlio unigenito, che nel salmo assume persona umana: La destra del Signore compì prodezze (Sal 117, 16). Altrimenti, la destra del Signore indica l’eterna felicità del Padre: nel salmo così il Padre dice al Figlio: Siedi alla mia destra (Sal 109, 1). È detta anche “destra di Dio” ogni creatura eletta in cielo e in terra, così come per la sua sinistra si intende ogni creatura falsa, cioè i | demoni e gli empi che, posti a sinistra [nel Giudizio], patiscono gli eterni supplizi (Mt 25, 33).
La mano di Dio Padre è il Figlio suo, a modo e mezzo del quale tutto fu fatto, come dice in Isaia: Tutto fece la mano mia, e ogni cosa fu fatta (Is 66, 2). In altro senso, la mano di Dio è intesa come il suo potere; così nel libro del profeta Geremia: Come l’argilla nella mano del vasaio, così voi siete in mano mia, casa d’Israele (Ger 18, 6). Parimenti, la mano indica la frusta, sul colpo della quale è scritto nel profeta Sofonia: Stenderò la mia mano sopra Giuda e sugli abitanti d’Israele, e disperderò da questo luogo i resti di Baal (Sof 1, 4), ecc.; ma Giobbe, colpito dal Signore, disse felice: La mano di Dio mi ha toccato (Gb 19,21).
Il dito di Dio vale particolarmente per lo Spirito Santo, perché da esso fu scritta la legge sulle due tavole del monte Sinai (Es 32,16). Egli scrisse quanto lo Spirito Santo gli dettava. Di esso il Signore dice nel Vangelo: Se io scaccio i demoni col dito di Dio (Lc 11, 20). Come infatti il dito con la mano e il braccio, e la mano col braccio e il corpo sono uno per natura, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone ma una sola sostanza divina.
Le dita di Dio in senso plurale significano i santi profeti, per mezzo dei quali lo Spirito Santo con la sua ispirazione traccia i libri della legge e della profezia; di ciò si parla nel salmo: Vedrò i cieli, opera delle tue dita (Sal 8, 4) – certo, come dicevamo, qui si intendono con i cieli i libri suddetti, e con le dita i santi profeti.
L’immagine di Dio Padre invisibile è il suo Figlio unigenito; su ciò l’Apostolo: Egli è l’immagine dell’invisibile Dio (Col 1, 15). Dio Padre generò la propria immagine nel Figlio suo non da altra cosa, ma da se stesso, cioè dalla sua sostanza, in modo che risultasse simile e identica in tutto. In altro senso, invece, quest’immagine è l’anima dell’uomo, che Dio non generò da se stesso, cioè dalla sua sostanza -come credono molti eretici – ma creò dal nulla. In altro modo ancora, possiamo intenderla l’immagine di qualsiasi re che genera da se stesso, nel proprio figlio, un simile, come l’uomo dall’uomo. Infine, è come l’immagine impressa da un anello nella cera, che non è tale per se stessa, poiché il figlio è per natura ciò che è il padre.
Per il cuore di Dio Padre si intende misticamente l’arcano della sapienza, dal quale la Parola – cioè suo Figlio – impassibilmente generò senza inizio, come Dio stesso dice tramite il profeta: Effuse il mio cuore una buona parola (Sal 44, 2).
Si dice che Dio ha le ali perché, quasi al modo di un uccello coi suoi pulcini, raduna gli eletti sotto di sé per nutrirli e proteggerli dalle insidie dei diavoli e dalla malvagità umana. Perciò il profeta dice: Proteggimi sotto l’ombra delle tue ali (Sal 16, 8).
Si dice che Dio ha le spalle, perché sorregge le parti deboli della Chiesa come sulle sue spalle. Di ciò parla il salmo: Ti sosterrà con le sue spalle (Sal 90, 4).
Il suo ventre si interpreta come l’origine segreta dell’esistenza; dice il salmo: Ti ho generato dal mio ventre prima dell’aurora (Sal 109,3). Oppure, il suo ventre allude in senso mistico ai suoi inafferrabili e imperscrutabili giudizi – di questo giudizio nascosto è scritto nel libro di Giobbe: Dal seno di chi è uscito il ghiaccio, e la brina del cielo chi l’ha generata? (Gb 38, 29).
Le terga rappresentano l’incarnazione del Figlio di Dio: di questa parte posteriore parlò il Figlio a Mosè sul Sinai, attraverso l’angelo: Vedrai le mie terga, ma la mia faccia non la puoi vedere (Es 33, 25).
I piedi di Dio sono l’appoggio della sua forza, poiché egli è ovunque e tutto gli è sottomesso, e così dice tramite Isaia: Il cielo è il mio seggio, ma la terra è lo sgabello dei miei piedi (Is 66, 1). In altro senso, i piedi intendono l’incarnazione del Figlio di Dio, che è sottomesso alla divinità come i piedi lo sono alla testa. Come il capo esprime la divinità, così i piedi rappresentano l’umanità, e di ciò è scritto nell’Esodo: Mosè, Aronne, Nadab, Abin e i settanta anziani d’Israele salirono. E videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come una lastra lavorata di zaffiro, simile in chiarezza al cielo stesso (Es 24, 10). Ma, come si volle mostrare chiaramente con la lastra di zaffiro le creature celesti, cioè i santi angeli, così il cielo sereno indica la santa Chiesa degli eletti, fondata a beneficio degli uomini, e sopra queste due cose create regna in perpetuo il Figlio di Dio fatto uomo, come dice il salmo: Tutto hai posto sotto i suoi piedi (Sal 8, 8). Altrimenti, i piedi di Dio (o di Gesù Cristo) simbolizzano i santi predicatori, di cui è scritto nel Deuteronomio: Chi si accosta ai suoi piedi, partecipa della sua scienza (Dt 33, 5).
La veste del Figlio di Dio talvolta figura la sua carne, che i libri sacri assimilano alla divinità; di questa veste profetizza Isaia: Chi è costui che arriva da Edom, da Bosra con le vesti tinte? (Is 63, 1). Oppure, le vesti del Signore valgono per la santa Chiesa, che gli è unita per fede e per amore; di ciò scrive il salmo: Il Signore regna e indossa la bellezza (Sal 92, 1). E in altro salmo, sempre sul Signore: Di maestà e bellezza ti rivesti, avvolto nella luce come in una veste (Sal 103, 2).
Il manto di Cristo è la Chiesa, su cui è scritto nel libro del Genesi: Lava nel vino la sua veste, cioè la sua carne nel sangue della passione, e nel sangue dell’uva il suo mantello (Gn 49, 1), cioè la Chiesa.
I calzari di Nostro Signore Gesù Cristo simbolizzano misticamente la sua incarnazione, poiché si è degnato di assumere la mortalità dell’umano genere. Dice nel salmo, tramite il profeta: Sull’Idumea porrò i miei calzari (Sal 59, 10), cioè manifesterò la mia incarnazione alla folla dei pagani.
Il passo è l’avvento del Figlio di Dio nel mondo, e il suo ritorno al Padre. Di ciò dice il salmo: Ecco, appare o Dio il tuo passo, il passo del mio Dio, il mio Re che è nel santuario (Sal 67, 25). Dal cielo scende nel grembo della Vergine, poi nasce ed è posto nella mangiatoia (Lc 2, 7). Quando ebbe compiuto tutto ciò per cui era stato mandato dal Padre, fu crocifisso; deposto che fu dalla croce (At 13, 29), fu sepolto secondo il corpo, ma l’anima scese all’inferno; infine, il terzo giorno resuscitò dal sepolcro con la forza della sua divinità, e quaranta giorni dopo la resurrezione, sotto lo sguardo degli apostoli ascese al cielo, dove siede alla destra del Padre (At 1,9; Mc 16, 19), cioè nella sua gloria; questi sono infatti i passi del Figlio di Dio, la sua discesa e ascesa, di cui leggiamo nelle Sacre Scritture.
Dio è detto ascendere quando il Figlio, rapita da noi la carne, l’ha condotta nel cielo come una preda (Sal 67, 19), perché, prendendola con sé in cielo, dove giammai prima era stata, ha trascinato quasi come prigioniera la natura umana, che prima invece era trattenuta dal diavolo nella prigione del mondo.
Si legge che Dio nasconde il volto (Dt 32, 20) quando nega la sua conoscenza ad alcune genti per le loro colpe, come è avvenuto ora al popolo giudeo, perché, avendo ricusato il Figlio di Dio, ha perso la cognizione del vero Dio, e così fu per tutte le genti che non hanno conosciuto il Signore.
Si dice che il Signore mostra il volto (Sal 79,4) quando, con la considerazione della propria grazia e segreta ispirazione, penetra nei cuori di chi lo vuole (certo in quello dei suoi eletti) e infonde la forza per amarlo.
Si dice che Dio siede, non certo in modo corporale come gli uomini, ma in potenza per governare con ragionevolezza le creature, come è nel salmo: Regna Iddio sulle genti e si asside sul santo suo trono (Sal 46, 9). Si dice anche che Dio siede sopra i Cherubini (Sal 98, 1), che significano la moltitudine e pienezza della sapienza – con ciò si intendono i santi angeli o le menti degli uomini spirituali, dove Dio presiede e regna invisibile. Infatti egli siede in coloro che sono pieni della sua sapienza e del suo amore. Nei Proverbi di Salomone sta scritto: La sua anima è la sede della sapienza [passim in Pro]; ma Cristo è la sapienza di Dio Padre (1Cor 1, 24), che si dice sieda nelle anime dei santi.
Si dice che Dio discende nel mondo, quando nella creatura umana opera qualcosa di nuovo che prima non c’era; così si dice che il Figlio di Dio è disceso, quando attraverso la Vergine Maria fece sua la carne per la nostra redenzione, e si degnò di divenire vero uomo, senza abbandonare ciò che era, ma acquisendo quanto non era. Di questa discesa, che è l’incarnazione, sta scritto nel salmo: E incurvò i cieli e discese, e gran buio era sotto i piedi suoi (Sal 17, 10). Ha incurvato i cieli, poiché, prima del suo avvento, mandò come messaggeri gli angeli e i profeti ad annunciare la sua venuta. Era gran buio sotto i suoi piedi, perché gli empi, per la loro malvagità, non poterono riconoscere la sua incarnazione, e nemmeno ora lo possono.
Si dice che Dio passa oltre, quando si allontana dal cuore di certi uomini, dove la fede è stata sostituita quasi d’improvviso dalla malafede e dalla colpa, e trapassa ad altri, come fece dai Giudei ad altre genti, dagli eretici ai cattolici, da chiunque non è religioso a chi lo è.
Si dice che Dio retrocede e passa ad altro, quando, in modo non certo locale e visibile, ma non visto è solito fare altra cosa con giudizio segreto e giusto.
Si dice che Dio cammina, non quando passa da un luogo ad un altro – poiché è empio credere ciò – ma quando diletta il cuore dei santi come se vi camminasse, com’è scritto: Abiterò in loro e camminerò, e sarò il loro Dio (2Cor 6, 16). In altro senso, il camminare di Dio significa quando i predicatori santi [con le loro parole] passano da un luogo all’altro [del discorso].
Il parlare di Dio, senza suono di voce o qualsivoglia rumore, significa l’ispirazione del retto intelletto e della sua volontà, nascostamente nelle menti dei santi; oppure la rivelazione del futuro ai santi profeti. Questo parlare di Dio si può intendere, come vogliono alcuni, in tre modi. Il primo modo è per mezzo di una creatura subordinata, come apparve a Mosè in un rovo (Es 3, 2); o come ad Abramo (Gn 18), a Giacobbe (Gn 32, 24) e ad altri santi, ai quali si degnò di apparire tramite gli angeli. Il secondo modo è nei sogni, come a Giacobbe (Gn 28, 12), a Zaccaria profeta (Zc 4, 1), a Giuseppe sposo di Maria (Mt 1,20) e altri santi, cui volle rivelare il suo segreto. Il terzo modo, infine, non è per il tramite di una creatura visibile o di un uomo, ma solo toccando invisibilmente e facendo parlare con una segreta ispirazione i cuori, come è scritto nei libri dei profeti, quando questi stessi esclamano, improvvisamente ispirati dallo spirito divino: Il Signore così ha parlato (Is 77).
Il guardare di Dio è approvare le buone azioni, com’è nel Genesi: Dio vide tutto quanto aveva fatto, ed ecco era molto buono (Gn 1,31), cioè indicò agli intelligenti le cose buone. In altro modo, il guardare di Dio è il suo biasimo quando scorge la malvagità umana; così in Isaia: Il Signore guardò e il male passò nei suoi occhi (Is 59, 15). In altro modo, il guardare di Dio significa rendere noi vedenti, com’è nel salmo: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore (Sal 138, 28), e poco dopo: E vedi se è in me la strada del male (ibid.). Un simile modo di esprimersi si trova anche nel libro di Giobbe, dove si parla della sapienza di Dio Padre col maggior numero possibile di cose notevoli. Di Dio Padre vien detto: Allora Egli la vide e la manifestò, la stabilì e tutta la scrutò (Gb 20, 28), cioè ci rende vedenti, capaci di indagare e predicare, e altri capaci di raccontare.
Il conoscere di Dio è il rendere edotti, come dice l’angelo ad Abramo: Ora conosco che tu temi il Signore (Gn 22, 12). Infatti, non conosce certo nel tempo chi sa tutto prima che avvenga, perciò si chiama il conoscere di Dio il rendere edotti, cosi come quanti prima erano sconosciuti a se stessi, tramite le sue prove e domande rendono sé manifesti a sé. In tal modo parla Iddio sulla legge data, tramite Mosè, al popolo d’Israele: Così li metterò alla prova per vedere se camminano nella legge o no (Es 16, 4).
L’ignorare di Dio è la disapprovazione di certe persone false, come nel Vangelo: Non so dove siete! Allontanatevi da me, voi tutti che avete commesso l’iniquità (Lc 13, 27).
Si parla dello zelo di Dio, quando egli non vuole che una sua creatura si perda, e spesso castiga, afferra e fustiga, e fustigando riconduce a sé. Si parla però anche dello zelo di Dio quando egli non vuol lasciare nessun peccatore impunito, poiché è giusto e detesta ogni ingiustizia.
Si parla dell’ira di Dio, non per un moto o una qualsiasi perturbazione d’animo – che a lui in nessun modo può accadere – ma perché colpisce con un giusto castigo le creature che sbagliano – cioè gli empi e i peccatori – e rende loro quanto meritano: questo castigo divino è perciò chiamato il suo furore (Sal 6, 1).
Si parla del pentimento di Dio, non certo perché in maniera umana si dispiaccia per le azioni passate – non può infatti pentirsi delle azioni commesse chi ne conobbe gli effetti prima che accadessero – ma perché si vuole intendere il suo mutare le cose stabilite, così che quanto prima era in un modo viene cambiato in altro modo; dal bene al male per il peso delle colpe – così ad esempio si legge che il Signore si pentì d’aver costituito re Saul (1Re 15, 11); o com’è avvenuto per i Giudei che, nonostante fossero il popolo di Dio, son divenuti per la loro empietà la sinagoga di Satana (Ap 2, 9). Viceversa, muta dal male al bene, come quando è avvenuto ai gentili, che prima non erano il popolo di Dio, e ora per sua grazia lo sono divenuti (Rom 9, 26). Fu certo così che, con segreto giudizio divino, il traditore Giuda, decaduto dal grado di apostolo (At 1, 18), fu precipitato nel baratro infernale. Invece il ladrone, che prima agiva secondo il vizio dell’avidità, fu trasportato dalla croce al paradiso (Lc 32,43). Possiamo chiamare pentimento di Dio i cambiamenti dal bene al meglio, dal bene al male, dal male al bene, ed essi avvengono o per la severità del suo giudizio, o per la sua misericordia, com’è scritto nel libro di Geremia (Ger 18, 8).
Si dice che Dio non si pente, quando le cose stabilite non mutano in alcun modo, com’è nel salmo: Giurato ha il Signore e non si pente (e dice il Padre al Figlio): Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedech (Sal 109, 4). Il Padre dice al Figlio di Dio di essere sacerdote, non secondo la divinità, ma secondo l’umanità, in quanto ha offerto a Dio Padre per noi un degno sacrificio con la sua passione e morte: essendo questo un sacrificio, egli è sacerdote.
Si parla del dimenticare di Dio, quando egli non usa compassione verso certi empi e peccatori, e questo non certo per crudeltà (che in Dio non esiste), ma per un suo giudizio segreto e giusto.
Si dice che Dio indurisce il cuore di certi malvagi – com’è scritto di Faraone, re d’Egitto (Es 7, 3) – non perché Dio onnipotente compia ciò con la propria forza (sarebbe empio il crederlo), ma, semplicemente, quanti stanno perpetrando questi mali non sono perseguitati dalle loro colpe e, per durezza di cuore, non decidono di cambiare: è come se egli, col suo giusto giudizio, permettesse loro di indurirsi.
Il dormire di Dio significa il Figlio del Padre che s’è degnato di morire per noi dopo essersi incarnato: e si predisse che la sua morte sarebbe stata un dolce sonno, come egli stesso aveva detto tramite il profeta Geremia: Perciò mi destai e vidi, e dolce mi fu quel sonno (Ger 31, 26). In altro modo, il dormire di Dio intende la sua fede che, [come sospesa] tra le fortune di questo mondo e i cuori dei fedeli, non rimane desta ma dorme [è cioè allo stato potenziale]. Lo stesso Gesù alluse a questo sonno, quando donni in mare aperto tra i flutti (Mr 4, 38). Oppure, il dormire di Dio è soccorrere più tardi gli inquieti, come nel salmo: Destati, perché dormi, o Signore? (Sal 43, 23), ecc.
Il vegliare di Dio è palesarsi chiaramente a difesa dei suoi eletti.

II. Quelle che son dette le membra di Dio, e ciò che significano

Gli occhi del Signore intendono l’esame divino. Nel salmo: Gli occhi del Signore sono sopra i giusti (Sal 33, 16). Le palpebre di Dio sono i suoi giudizi che scrutano i figli degli uomini: questi giudizi sono ininterrotti e mai intralciati dall’oscurità delle cose; sono confermati dalla conoscenza, anche se non [ancora] emessi. Le orecchie del Signore indicano quando si degna di esaudire; nel salmo: E porge l’orecchio alle loro suppliche (ibid.). La bocca del Signore è la sua Parola verso gli uomini. Nel profeta: La bocca del Signore ha detto (Is 1, 20). La parola del Signore è il Figlio. Nel salmo: Effonde il mio cuore una fausta parola (Sal 44, 2).
Il braccio o la mano del Signore sono il Figlio, attraverso il quale tutto fu fatto. Nel profeta: E il braccio del Signore a chi sarà rivelalo? (Is 53, 1). La destra del Signore è la stessa cosa, come nel salmo: La destra del Signore fece prodezze (Sal 117, 16). Il dito di Dio significa lo Spirito Santo, in quanto separa i buoni [dai malvagi] e dà ad ognuno il suo, sia esso uomo o angelo. Infatti, in nessun altro nostro membro oltre alle dita appare la separazione. Non stupirti per la diversità tra le varie parti del corpo, e considera invece il significato dell’unità del corpo. Il grembo del Signore è il segreto da cui promanò il Figlio. Nel salmo: Dal grembo, prima dell’aurora, li generai (Sal 109, 3). I piedi del Signore sono la fermezza dell’eternità. Nel salmo: Ed era buio sotto i suoi piedi (Sal 17, 10). Le orme del Signore sono i segni delle sue opere nascoste. Nel salmo: E non si vedono le tue orme (Sal 76,20). Il passo del Signore è la sua apparizione e venuta. Nel salmo: Vedranno il tuo ingresso, o Dio (Sal 67, 25).
Le armi del Signore sono il suo soccorso ai santi. Nel salmo: Impugna le armi e lo scudo (Sal 34, 2). Lo scudo è la protezione del Signore. Nel salmo: Signore, come uno scudo ci hai cinto della tua bontà (Sal 5,13). L’asta è la punizione divina degli empi. Nel salmo: Vibra l’asta e sbarra la via (Sal 34, 3). L’arco è la tensione delle minacce divine. Nel salmo: Tese il suo arco e lo preparò (Sal 7, 13). Le frecce sono i precetti divini, gli apostoli o i profeti. Nel salmo: Lanciò le sue frecce e li disperse (Sal 17,15). Oppure: Le frecce sono in mano al potente (Sal 126, 4; 119, 4). La spada è la vendetta, o la parola del Signore. Dice l’Apostolo: La parola di Dio è infatti viva ed efficace e più affilata di qualunque spada a due tagli (Eb 4, 12). Lo stesso vale per la spada a due tagli [romphea = rumpia].
La tromba del Signore è la manifestazione della sua voce. Nell’Apostolo: Al segnale dato con la voce dell’arcangelo e la tromba di Dio (1 Ts 4,15). Il carro di Dio è il suo seggio, cioè la natura tetramorfa dei Vangeli. Nel salmo: Il suo carro è più grande di diecimila (Sal 77, 18). La verga del Signore è l’annuncio del regno, o l’afferrare la disciplina. Nel salmo: La verga della giustizia, la verga del suo regno (Sal 44, 7).
La mano del Signore sono le sue minacce o punizioni. Il bastone del Signore è il sostegno della sua consolazione. Nel salmo: La verga e il tuo bastone stessi mi hanno consolato (Sal 22, 4). Oppure, il bastone del Signore indica la santa croce o la dottrina della santa Chiesa; o ancora, il bastone è un qualsiasi sostegno, come nel libro di Tobia: Il bastone della nostra vecchiaia (Tb 5, 23).

III. Le creature superne

I carboni sono il fuoco della carità, o degli esempi, o del pentimento. Nel salmo: Con carboni distruttivi (Sal 119, 4). Il fumo è l’inizio della compunzione futura, o la minaccia di Dio stesso. Nel salmo: Sale il fumo nella sua ira (Sal 17, 9). In altro senso, il fumo nocivo agli occhi è la vanità. Il fuoco è lo Spirito Santo. Negli Atti degli Apostoli: Apparvero quindi ad essi come delle lingue di fuoco separate e si posarono sopra ciascuno di loro, sicché tutti furono ripieni di Spirito Santo (At 2, 3).
Il cielo indica gli apostoli, o i santi, poiché il Signore dimora in loro. I cieli narrano la gloria di Dio (Sal 18, 2). Nella Sacra Scrittura, talvolta i cieli designano le sostanze superiori del mondo, separate da noi, che ignoriamo i loro limiti; di esse è difficile parlare, ma non impossibile a coloro che comprendono Dio, come fece l’Apostolo, rapito fino al terzo cielo (2Cor 12, 2); da ciò bisogna escludere i cieli materiali. Si dicono cieli del santo apostolo i predicatori della parola di verità – noi siamo come innaffiati dalla pioggia di questi cieli, affinché germogli in tutto il mondo la messe della Chiesa. I cieli sono inoltre le anime sante e giuste, dove Dio dimora come nel tempio della fede e della carità. In altro senso, il cielo è la Santa Scrittura, che riluce a noi col sole della sapienza, la luna della scienza, e le stelle degli esempi e delle virtù degli antichi padri: perché Il cielo si stende come una tenda (Sal 103,2), e discutono gli eruditi e quanti scrivono con un linguaggio non spirituale se esso si formi davanti alla nostra vista. Le nubi sono i profeti o i santi, che fanno piovere il verbo di Dio. In Isaia: Comanderò alle nubi di non lasciar più cadere pioggia su di essa (Is 5, 6). I tuoni sono i detti del Vangelo, che risuonano come tuono celeste, uscendo dalle parole di Dio. Nel salmo: La voce del tuo tuono nel turbine (Sal 76, 19), cioè nel tutto. I lampi sono gli splendori del Vangelo. Nel salmo: Rischiarano le lue folgori il mondo (ibid.). Le folgori sono le potenze o le parole di Gesù Cristo. Nel salmo: E moltiplicò le folgori, e scompigliò loro, cioè i nemici, o i Giudei.
Col nome degli angeli si allude nelle Sante Scritture al Signore, come attesta Isaia: E il suo nome sarà Angelo dell’eccelso consiglio. Talvolta ciò vale per lo stesso coro angelico, come dice Cristo a Pietro: Credi forse che io non possa pregare il Padre mio, e che non mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? (Mt 26, 53). Altre volte ancora si allude ai cittadini della Gerusalemme celeste, presi tra gli uomini, come dice il Signore nel Vangelo: Nella resurrezione, infatti, non si sposa né si è sposati, ma si è come angeli di Dio nel cielo (Mt 22, 30). Talora si vuol significare il popolo dei fedeli: Ha stabilito i confini dei popoli, secondo i numeri dei figli d’Israele (Dt 32, 8), cioè degli angeli di Dio. Con questo nome [di angelo] si designa anche un qualsiasi giusto, come fa il Signore a proposito di Giovanni Battista: Ecco, o mondo, davanti a te il mio angelo (Mt 11, 10). Talvolta si intendono anche i predicatori o sacerdoti, com’è scritto: Poiché le labbra del sacerdote devono custodire la scienza [divina] e si cerca dalla sua bocca la legge [di Dio], perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti (MI 2, 7). E l’Apostolo: La donna deve portare velato il suo capo in chiesa, per riguardo agli angeli (1 Cor 11, 10), cioè ai vescovi; e a qualsiasi fedele che predichi e viva il bene, si attribuisce il nome di angelo. Infine, il diavolo e i suoi rinnegati sono detti angeli del male perché, pur perdendo la dignità di angeli, non persero né la natura, né la sottigliezza angeliche; tramite questi angeli del male (Sal 77, 49) aumenteranno le avversità e le infermità, fino a dove e quando Dio lo permetterà. Coi Troni si intendono gli angeli, i santi o lo stesso potere di regnare. Nel salmo: Il tuo è trono di Dio nei secoli dei secoli (Sal 44, 7). O altrove, a proposito del diavolo: Porrò il mio trono a settentrione (Is 14, 13). La sedia è la stessa cosa, gli angeli o i santi su cui siede il Signore, deliberando per loro tramite i loro giudizi. Nel salmo: Dio siede sopra il suo seggio (Sal 46, 9).
Il sole è il Signore Gesù Cristo, che splende sulla terra. Secondo Salomone, alla fine [del mondo] i falsi diranno: Dunque il sole di giustizia non splenderà su noi (Sap 5,6). Altrimenti, significa la persecuzione: Col sorgere del sole, si disseccarono (Mt 13, 6). La luna è la Chiesa, perché in questo mondo splende come in una notte. Nel salmo: Hai fatto la luna per segnare il tempo (Sal 103,19). Si può anche intendere come la fragilità della carne perché, col decrescere dei suoi movimenti mensili, rappresenta il nostro venir meno nella morte. Le stelle sono i santi, o i dotti, o i sapienti nella giustizia. In Daniele: I dotti splenderanno come stelle (Dn 12, 3).
Le nebbie sono il velame dei misteri di Dio; talvolta rappresentano anche gli angeli di Dio. Nel profeta: E le nebbie sono la polvere dei suoi piedi (Ne 1, 3). In altro senso, sono la cancellazione dei peccati: Ho cancellato le tue colpe come nubi, e come nebbia i tuoi peccati (Is 44, 22). Le tenebre sono la copertura dei divini segreti. Nel salmo: E la tenebra è sotto i suoi piedi (Sal 17, 10). L’abisso è la profondità delle Scritture. Nel salmo: L’abisso chiama l’abisso (Sal 41,8). Oppure, si può intendere come abisso la profondità del Vecchio e del Nuovo Testamento, per cui l’abisso chiama l’abisso significa il Vecchio Testamento che annunzia il Nuovo. Ma un abisso è pure la mente umana, che non può comprendere se stessa, per cui il profeta disse: L’abisso dal profondo leva la sua voce (Abc 3, 10), che è il pensiero. Se la mente umana non penetra se stessa, a maggior ragione non basta per comprendere la forza della natura divina – lodi dunque l’uomo [il Signore] con accresciuta umiltà. In altro senso, certo l’abisso è i giudizi di Dio, per cui l’abisso chiama l’abisso (Sal 35, 7; 41, 8) significa anche quando per segreto giudizio divino il peccatore passa dai mali di questo mondo a quelli eterni, e dal fuoco delle passioni alle fiamme della Gehenna. La rugiada è la parola di Dio, e dunque ciò che inumidisce i cuori degli uomini: Mandate dall’alto, o cieli, la rugiada (Is 45, 8). E nel salmo: Come la rugiada dell’Ermon, che discende sul monte Sion (Sal 132, 3). La pioggia è i precetti o gli ordini del Signore, o le parole dei santi apostoli: essa infatti irriga la terra, cioè gli uomini. Nel salmo: Una pioggia spontanea versasti, o Dio, sul tuo retaggio (Sal 67, 10). La neve sta per il candore della giustizia e il battesimo. Nel salmo: Mi laverai e sarò più bianco della neve (Sal 50, 9). La grandine è le minacce del Signore che sferzano i superbi. Nel salmo: Grandine e carbone infuocalo (Sal 17, 13). O altrove: Con la grandine distrusse le loro vigne (Sal 77, 46). Si intende anche col freddo della neve e la durezza della grandine la vita dei perversi, che gelano per l’inerzia e si perdono per la durezza della malvagità. La brina è l’astinenza, perché con essa si rinfresca il calore del corpo. Nel salmo: Sono come un otre nella brina (Sal 118, 83). La tempesta è l’assalto delle persecuzioni e delle tribolazioni. Nel salmo: Poiché mi ha salvalo dalla meschinità d’animo e dalla tempesta (Sal 54, 9). Il ghiaccio è la durezza dei peccati. In Salomone: Come il ghiaccio al sereno, così si sciolgono i tuoi peccati (Ec 3,17). I venti sono le anime dei santi. Nel salmo: Trascorreva sulle ali dei venti (Sal 17, 11). Oppure, in senso negativo, in Matteo: Soffiarono i venti (Mt 7, 25). Il vento d’aquilone è il diavolo, o gli uomini sleali, o i mali, o il freddo dei peccati. Nel profeta: Dall’aquilone divampano i mali della terra. E altrove: Alzati, o aquilone (Cn 4, 16), cioè, ritirati. Il destro è la stessa cosa; in Salomone: L’aquilone è un vento inclemente (Pro 25, 23). Si chiama anche col nome di destro, perché il diavolo si arroga il nome di destro, come se fosse valente; o, se si vuole, perché il destro, a chi volta le spalle, diventa l’occidente, cioè il peccato. L’austro è il calore della fede. Nel salmo: Come un torrente nell’austro (Sal 125, 4). È anche lo Spirito Santo, come in quel luogo: Alzati, o aquilone, e vieni, o austro (Cn 4, 6); cioè, arretra, o diavolo, e vieni, o spirito di vita. L’aria è il parlare a vuoto. Nell’Apostolo: Combatto, ma non come uno che dà colpi nell’aria (1Cor 9, 26), cioè, tentando di colpire il vuoto.
Le stagioni sono la giusta ripartizione della volontà divina. Nel salmo: Fece la luna per la divisione del tempo (Sal 103, 19). La primavera è il rinnovarsi della vita, o tramite il battesimo, o grazie alla resurrezione. Nel salmo: Hai fatto l’estate e la primavera (Sal 73, 17). L’estate è la prefigurazione della futura letizia. L’inverno è la vita presente, la persecuzione e la tribolazione. Nel Vangelo: Pregate che la vostra fuga non debba venire d’inverno o di sabato (Mt 24, 20). Gli anni talvolta significano l’eternità: I tuoi anni non hanno fine (Sal 101, 28). Altre volte indicano la brevità di questa vita, come in questo caso: Gli anni nostri sono come una ragnatela (Sal 49, 9). I mesi, che raggruppano i giorni, indicano la raccolta delle anime o la perfezione dei santi, come qua: Sarà di mese in mese (Is 66, 23): vale a dire, nel riposo di quelli che sono già ora perfetti. Il giorno e la notte sono la giustizia e l’iniquità, la fede e la slealtà, le cose favorevoli e le avverse. Nel salmo: Il Signore manda di giorno la sua misericordia, e nella notte la manifesta (Sal 41, 9). Con i giorni si intende anche l’illuminazione della grazia divina attraverso i differenti doni della virtù. Oppure, il giorno indica l’angelo traditore, e infatti Giobbe così parla di lui: Lo maledicano quelli che maledicono il giorno (Gb 3, 8). Col nome di notte si intende anche l’errore e la cecità dell’ignoranza o anche l’asprezza della morte. La luce e le tenebre hanno principalmente gli stessi significati del giorno e della notte. Nella lettera di Giovanni: Chi ama il proprio fratello rimane nella luce; ma chi odia il proprio fratello è nelle tenebre (1Gv 2, 10). La luce anche simboleggia l’attenzione del cuore, e l’ombra la protezione divina. Nel salmo: Proteggimi sotto l’ombra delle lue ali (Sal 16, 8). Altrimenti, è la dimenticanza, o i peccati: Siedono nelle tenebre e nell’ombra della morte (Sal 106, 10). Talvolta l’ombra è il piacere dei peccati, come in Giobbe: Dorme nascosto nell’ombra (Gb 41, 16). Oppure, l’ombra può essere l’oblio della morte, o la morte carnale, o la contraffazione diabolica. La luce significa il Signore, o qualsiasi giusto, come nel Vangelo: Era la luce vera, che viene in questo mondo a illuminare tutti gli uomini (Gv 1, 9). E l’Apostolo: Eravate una volta nelle tenebre, ma ora siete luce nel Signore (Ef 5, 8). Sta anche per l’illuminazione della fede, e per la vita. L’ora vale (come crede qualcuno) per cinquecento anni, così come quando si indica col giorno l’intera durata di questo mondo; nella lettera di Giovanni: Figlioli miei, è l’ultima ora (1Gv2, 18).
L’oriente è il Salvatore, poiché da quella parte sorge la luce; in Luca: Ci ha visitati l’Oriente dall’alto (Lc 1, 78); e in Zaccaria: Ecco l’uomo, il cui nome è Oriente (Zc 6, 12). L’occidente è la mancanza di una vita migliore. Nel profeta: Tramonta per noi il sole a mezzogiorno. Il settentrione ha sempre significato negativo, come dice il profeta del diavolo: Porrò il mio seggio a settentrione ; e altrove: Dal settentrione si diffonderanno i mali (Ger 1, 14). Il mattino è la luce delle buone azioni, o il battesimo, o la resurrezione del Signore. Nel salmo: Al mattino starò in piedi davanti a te, e ti guarderò (Sal 5, 5); e altrove: Dalla veglia mattutina fino a notte Israele spera nel Signore (Sal 129, 6), cioè dalla resurrezione del Signore – nostra speranza – fino alla fine del tempo, cioè al giorno del giudizio. Con la mattina si intende anche la prosperità di questa vita, come in quel luogo: Guai a te, o terra, che per re hai un ragazzo, e i tuoi principi banchettano fino al mattino (Ec 10, 16); banchettano fino al mattino coloro che sono innalzati dalle fortune di questo mondo, e dovranno invece aspettare fino all’ultimo per godere dell’eternità. Il mezzogiorno è l’evidente chiarezza delle dottrine e dei fatti. In Salomone: Dove riposi al meriggio (Cn 1, 7). E, in senso negativo, nel Salmo: [Non temerai] il demone meridiano (Sal 90, 6), cioè manifesto. La sera è il termine della vita, o del tempo, o il castigo; nel salmo: Sarà pianto la sera, ma gioia il mattino (Sal 29, 6). L’aurora significa la mente dei giusti, che abbandona le tenebre del peccato, sorge alla luce, illuminata dal sole della giustizia (Cn 4, 9).
[La stella] Arturo, che brilla sull’asse del cielo con i raggi di sette stelle, rappresenta la Chiesa universale, raffigurata nell’Apocalisse tramite sette chiese e sette candelabri (Ap 1, 20). Orione, che sta ad oriente nel peso dell’inverno, incarna i santi martiri che, dovendo sopportare il peso dei persecutori e staccarsi dalle persone amate, giungono come d’inverno alla condizione celeste. Le Iadi – così chiamate dalla lettera greca ‘y’, che richiamano alla vista – portano pioggia quando sorgono, e indicano i santi predicatori che piovono parole per irrigare in modo salubre i cuori degli uomini: infatti sono dette yetòs in greco e imber in latino.

IV. Le creature terrene

La terra è l’uomo stesso. Nel Vangelo: Un altro cadde in terra buona (Mr 4, 8). Altrove: Terra sei, e terra ritornerai (Gn 3, 19). In senso negativo è il peccatore: Mangerai terra per tutti i giorni della tua vita (Gn 3, 14). In altro modo, si intende per “terra” quanti sono occupati con le cose terrene, e possono raggiungere la vita eterna solo diffondendosi in elemosine e lacrime, per cui nel salmo: Chiama i cieli dall’alto, e la terra a giudicare il popolo suo (Sal 49, 4). La terra asciutta [arida] è gli uomini improduttivi: Per coprire la terra di malizia e inganno (Ecli 37, 3). La polvere è i peccatori e la vanità della carne; nel salmo: Come polvere sparsa dal vento (Sal 1, 4). Il fango è la pania dei peccati, nel salmo: Traimi dal fango, ch’io non affondi (Sal 48,15). O, in altro senso, in Giovanni: Fece del fango e me lo spalmò sugli occhi (Gv 9, 11). I monti sono la Chiesa, gli apostoli o i santi, secondo l’altezza delle virtù; nel salmo: Che scende sul monte Sion (Sal 132, 3). O nel profeta: Il monte della casa del Signore sarà stabilito in cima ai monti (Is 2, 2). Così pure, in altro senso, il profeta: Prima che i vostri piedi urtino nei monti tenebrosi (Ger 13, 16), cioè gli eretici. I colli sono i santi di minor merito; nel salmo: I monti e tutti i colli (Sal 148, 9). Altrimenti, in altro senso, nel Vangelo: Ogni monte e colle sarà abbassato (Lc 3, 5). Le valli sono la contrizione del cuore umile; nel salmo: E le convalli abbonderanno di frumento (Sal 64, 14). Oppure, in altro senso, nel profeta: La valle dei figli di Ennon (Ger 19,2). La pietra è Cristo, per la sua stabilità; nell’Apostolo: E questa pietra era il Cristo (1Cor 10, 4). I sassi sono talvolta il Cristo, o i santi; nel salmo: Il sasso respinto dai costruttori (Sal 117, 22). Oppure: Si staccò senza opera della mano dal monte un sasso e riempì la terra intera (Dn 2, 35). Oppure: Costruitevi come pietre vive (1Pt 2, 5). In altro senso, sono gli stolti e gli uomini dal cuore duro: Anche da queste pietre Dio può suscitare dei figli ad Abramo (Mt 3, 9). E altrove: Toglierò il cuore di pietra dal cuore vostro (Ez 36, 26).
Il campo è questo mondo; nel Vangelo: Il campo è il mondo (Mt 13, 38). Altrimenti, il campo è la disciplina degli studi celesti, dove è nascosto un tesoro (ibid., 41), cioè il desiderio del cielo. Le campagne sono i santi, o le Sacre Scritture, perché sono il pascolo delle anime; nel salmo: Tra i pascoli mi pose (Sal 22,2). La coltivazione è i santi, che sono coltivati da Dio; nell’Apostolo: Voi siete il campo di Dio (1Cor 3, 8). L’agricoltore è Dio; nel Vangelo: Io sono la vera vite, e il Padre mio è l’agricoltore (Gv 15, 1). I solchi sono i cuori dei santi; nel salmo; Ne abbeveri i solchi (Sal 64, 11). Il seme è la predicazione divina; nel Vangelo: Il seminatore uscì per seminare il suo seme (Lc 8, 5). La messe è l’abbondanza, o la ricchezza di fedeli; nel Vangelo: Alzate gli occhi e guardate i campi che biondeggiano di messi (Gv 4, 35); e altrove: La mietitura è la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli (Mt 13, 39). I covoni sono i frutti della giustizia; nel salmo: Nel portare i loro covoni (Sal 125, 6). La stoppia è gli aridi verso la fede, o i fatui; nell’Apostolo: Legno, fieno e stoppia (1Cor 3, 13); e nel profeta: Me sventurato, che sono diventato come uno spigolatore (Mic 7, 1), cioè: non trovai frutti di opere buone. E altrove: La riunione dei peccatori è come stoppia accumulata (Ecli 21, 10). L’aia è la Chiesa; nel Vangelo: Pulirà bene la sua aia (Mt 3, 12). Il vaglio è l’esame della giustizia divina: Egli ha in mano il vaglio (ibid.). Il frumento è la parola di Dio, o i santi, o i suoi eletti; nel Vangelo: Radunerà il suo frumento nel granaio (ibid.). L’orzo è la lettera della legge; nel Vangelo: C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo (Gv 6,9), cioè la lettera, i cinque libri di Mosè. La paglia è i peccatori; nel Vangelo: Ma brucerà la paglia con fuoco inestinguibile (Mt 3,12); e Geremia: Che ha in comune la paglia col grano? – dice il Signore (Ger 23, 28). La zizzania è gli scandali e i mal viventi; nel Vangelo: Venne il nemico, e seminò la zizzania in mezzo al grano (Mt 13, 25).
La vigna è la Chiesa, o il popolo d’Israele; nel salmo: Una vigna svellesti dall’Egitto (Sal 79, 9). O in senso negativo: Poiché la loro vite vien dalle vigne di Sodoma (Dt 32, 32). La vite è il Cristo; nel Vangelo: Io sono la vera vite (Gv 15, 1). O, in altro senso, come nel Cantico del Deuteronomio, vedi sopra. I tralci sono gli apostoli, o i santi; nel Vangelo: Io sono la vera vite, e voi i tralci. In senso negativo, come sopra, nel Deuteronomio: E i loro tralci da Gomorra. I grappoli sono i frutti della giustizia; in Isaia: Aspettavo che producesse il grappolo (Is 5,4). O in senso negativo: E la loro uva è uva di fiele (Dt 32,32). Il grappolo è la Chiesa o il corpo del Signore; nei Numeri: E per quel grappolo d’uva, portato dai figli d’Israele (Nm 13, 24). La vendemmia è la fine del mondo, o la punizione del popolo; nel salmo: E la vendemmiano tutti i passanti (Sal 79,13); e Gioele: Lasciate le falci e vendemmiate le vigne della terra, perché le loro uve sono mature (GÌ 3, 13). Il torchio è l’altare, poiché a questo si portano le offerte come al primo i frutti; così in Isaia: E vi scavò un tino (Is 5, 2). Altrimenti, il torchio è la pressione delle tribolazioni all’interno della santa Chiesa, con cui si esaminano i fedeli. Nel titolo del salmo: Sempre per i torchi (Sal 8, 1).
Il fieno è il popolo, la carne o la vanagloria. In Isaia: Ogni carne è come il fieno, e tutta la sua gloria è come il fiore del fieno (Is 40, 6). L’erba è la letizia, o i primi tentativi di miglioramento dell’anima. Nel Genesi: Produce la terra l’erba verde (Gn 1, 11). O, in senso negativo: Al mattino è come l’erba che germoglia, [alla sera inaridisce e muore] (Sal 89, 6). I fiori sono Cristo, o il segno della giustizia, o l’inizio del fare il bene; come dice nel Cantico lo sposo: Ristoratemi coi fiori (Cn 2, 5). Il giglio è Cristo, o gli angeli, per il candore della giustizia. In Salomone: Sono un fiore dei campi e un giglio delle valli (ibid. 2, 1). Le rose sono i martiri, per il rosso del sangue; in Salomone: Come la rosa fiorisce sulle umide correnti. Le viole sono i confessori, per la somiglianza con le loro vesti scure; nel Cantico dei Cantici: I fiori sono apparsi sulla terra (Cn 2, 12). Le selve sono le genti; nel salmo: La trovammo nelle radure della selva (Sal 131, 6). Da queste selve uscirono due orsi agli ordini di Eliseo (4Re 2, 24), ed essi sono allegoricamente Vespasiano e Tito, re dei Romani, che dopo 42 anni dall’ascensione al cielo [di Cristo] sbranarono dei fanciulli giudei [con le persecuzioni]. I boschi sono le ombre e le oscurità della Scrittura divina; nel salmo: [Il Signore] spoglia le foreste (Sal 28,9). La legna è il peccatore destinato al fuoco. O, in senso buono: E sarà come un albero piantato (Sal 1, 3). Il legno è anche il nome della santa Croce, come nel profeta: Gettiamo il legno nel suo pane (Ger 11, 19), cioè: appendiamo Cristo alla croce della carne. Altrove: Stavo raccattando un po’ di legna (3Re 17, 12). Oppure, il legno significa i giusti e i peccatori, come in Salomone: E se un albero cade ad austro o ad aquilone, là dove cade rimane (Ec 11, 3): perché nel giorno della morte il giusto cade ad austro e il peccatore ad aquilone, essendo il giusto condotto alla letizia dal suo ardore spirituale, mentre il peccatore, per la sua freddezza di cuore, è respinto all’angelo traditore. La radice è l’origine; nell’Apostolo: Se la radice è santa, lo sono anche i rami (Rm 11, 16); e, in senso negativo, nel salmo: Svellerà la radice tua dalla terra dei vivi (Sal 51,7). L’albero è anche Cristo nella sua resurrezione, così come era stato il seme nella sua morte. Il ramo è l’eredità: nell’Apostolo: Se la radice è santa, lo sono anche i suoi rami (Rm 11, 16). O, in altro punto, in Daniele: Tagliate i suoi rami (Dn 4, 11). Oppure, i rami sono le sentenze dei santi Padri; nel Vangelo: Altri tagliavano rami dagli alberi (Mt 21, 8). La foglia è la parola della dottrina; nel salmo: E la sua foglia non cade a terra (Sal 1,3). Altrimenti, la foglia ò la veste e l’ornamento con cui la grazia divina dona protezione. In senso negativo: Non trovò altro che foglie senza frutti (Mt 21, 19), cioè parole senza frutto; perciò l’Apostolo ammonisce affinché amiamo non solo a parole e con la lingua, ma coi fatti e la verità (1Gv 3, 18). L’uomo è anche paragonato alla foglia che cadde dall’albero in paradiso. I pomi sono i frutti della virtù dei santi; nel Cantico: E mangi i suoi frutti (Cn 5, 1). La palma è il compimento o la vittoria; nel salmo: Il giusto fiorisce come la palma (Sal 91, 13). La palma infatti cresce lentamente, ma rimane a lungo verde: così la santa Chiesa giunge a una prospera fede con gran difficoltà, ma ha speranza di restarvi grazie alla gran copia di fedeli. La palma nella parte inferiore è stretta dagli avvolgimenti della sua corteccia, ma si espande nella parte superiore con il suo bel verde: così qui in basso la vita degli eletti è spregevole, ma là in alto è bella. V’è qualche altra cosa per cui la palma differisce da tutti gli alberi: infatti ogni altro tipo di pianta, che cresce ampia per la sua forza e secondo il terreno, si fa più piccola verso l’alto, e più s’innalza e più s’assottiglia; la palma invece è stretta verso il basso, ed espande la forza dei rami e dei frutti in alto, aumentando sempre più verso la cima. Gli altri alberi sono simili alle anime volte alle cose terrene, ampie quaggiù, ma strette verso l’alto, perché senza dubbio i piaceri mondani si rinforzano nelle cose terrene, ma sono deboli in quelle celesti: non temono di affaticarsi a morte per la gloria temporale, ma non fanno il minimo sforzo per la speranza dell’eternità – sopportano qualsiasi oltraggio per un guadagno terreno, ma non vogliono patire per il celeste profitto nemmeno il lieve insulto di una sola parola. E se stanno tutto il giorno in piedi accanto al giudice terreno, sono pieni di vigore; ma se stanno in preghiera davanti a Dio anche solo per un’ora, sono subito stanchi. Al contrario, con la regolarità della palma si indica la vita profittevole dei giusti, che non sono abili né negli studi terreni, né in quelli celesti, ma sopravanzano tutti gli studiosi nell’offrirsi a Dio, e saranno ricordati alla consumazione del mondo. Perciò fu scritto quel veridico ammonimento: Il giusto fiorisce come la palma, ecc. I cedri sono gli uomini di forza eccelsa; nel salmo: Come cedro del Libano si espande (Sal 91, 15); e, in senso negativo, indicano i superbi e gli orgogliosi, come nel salmo: Il Signore infrange i cedri del Libano (Sal 28, 5). L’ulivo è il santo che abbonda dei frutti della misericordia divina; nel salmo: Sono come un ulivo fruttifero nella casa del Signore (Sal 51, 10). L’oleastro è l’uomo che non produce frutti, o il pagano: Se tu sei stato tagliato in un oleastro e innestato contrariamente alla tua natura (Rm 11,24). Il fico è talvolta la sinagoga; nel Vangelo: E subito il fico si seccò (Mt 21, 19); e in Abacuc: Il fico non porta frutto (Abc 3, 17). Il fico può essere considerato in senso positivo e negativo, come in Geremia: E mi mostrò deifichi buonissimi e altri pessimi (Ger 24, 3); e il Signore a Natanaele: Sotto il fico (cioè sotto il peccato originale) ti ho visto (pronto per la redenzione: Gv 1, 48). Per “fico” si intende anche la natura umana o la sinagoga priva di fede, che, per quanto in posizione favorevole, cadde da sola senza mostrare il frutto del precetto divino o delle buone azioni, per cui il Signore per tre anni cercò in lei il frutto senza trovarlo, visitandola e ammonendola tre volte (Lc 13, 7), cioè prima della legge, durante la legge e nel tempo della grazia. Prima della legge la sostenne con la tolleranza; nel tempo della grazia si è reso palese con la presenza della sua incarnazione; durante la legge ammonì e insegnò. Ciò nonostante, essa durante questi tre tempi rimase infruttuosa e disseccò dalle radici. Il sicomoro è detto fico insipido: su di esso salì Zaccheo, poiché era piccolo di statura (Lc 19, 4), e il Signore lo vide: perché chi estirpa con umiltà la sapienza del mondo, ammirerà intimamente la sapienza di Dio. Saliamo dunque prudenti sul sicomoro, e manteniamo quella lodevole e saggia stoltezza, se il cielo avrà voluto donarcela. Non sono infatti considerati stolti in questo mondo quanti non cercano le cose perdute, ma regalano ciò che possiedono, liberano i ladri, non ricambiano le ingiustizie subite e, secondo i precetti del Signore, si dimostrano pazienti in ogni cosa?
L’issopo è un’erba bassa che nasce sulla pietra, e si dice che le sue radici penetrino i sassi; cura soprattutto i polmoni. Nei polmoni viene simboleggiata la superbia, poiché in essi dimora il rigonfiamento e l’affanno. Così [curandoli], l’issopo indica l’umiltà e la pazienza. Il biancospino, le ortiche, i cardi, i rovi, la marruca e tutte le piante spinose significano le persone crudeli, fraudolente, superbe e tutti i malvagi, mai toccati dalla mansuetudine e dalla bontà e che possono essere corrette solo col dolore. Le stesse piante significano anche i vizi e il tormento delle tentazioni, come nel Genesi: [La terra] ti produrrà spine e triboli (Gn 3, 18). I melograni sono la Chiesa, composta di molte genti e differenti grazie; nel Cantico: La tua guancia è uno spicchio di melograno (Cn 4, 3). In altro senso, le mele sono i frutti delle buone azioni, ben olenti, cioè provvisti di buona reputazione e dei risultati dei buoni costumi. La canna è il peccatore, e colui che è fiacco nella fede e debole nella tentazione; nel Vangelo: Non spezzerà la canna rolla (Mt 12,20). La canna è anche l’aiuto degli infermi; in Isaia: Ecco, li fidi dell’Egitto, quel pezzo di canna rotta, che punge e ferisce la mano di chi vi si appoggia (Is 36, 6). Il rovo, secondo alcuni, prefigura la Vergine Maria, perché il Salvatore nacque come una rosa dal roveto del corpo umano, e perché essa sostenne la forza della folgore divina senza contatto virile. Nell’Esodo: Gli apparve il Signore in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto, e vide che il roveto bruciava, ma senza consumarsi (Es 3, 2). In altro senso, il roveto ardente che non si consuma rappresenta il popolo giudaico che, pur ottenendo per primo le fiamme della legge divina, in nessun modo riuscì ad evitare la punizione del peccato. Le spine sono talvolta i dannosi affanni per le ricchezze e le preoccupazioni mondane, che soffocano l’animo; nel Vangelo: Una parte cadde tra le spine (Lc 8, 6); e oltre: [Quelli caduti tra le spine] sono coloro che hanno ascoltato, ma poi a poco a poco si lasciano sopraffare dalle ricchezze e dai piaceri della vita (ibid. 14). Il tribolo simbolizza gli aculei dei vizi e delle tentazioni; nel Genesi: [La terra] ti produrrà spine e triboli (Gn 3, 18).
Le fonti sono il battesimo: Come il cervo agogna alla fonte delle acque (Sal 41, 2). La fonte infatti è Cristo, come nel salmo: L’anima mia ha sete di Dio, fonte vivente (ibid.); e Zaccaria: In quel giorno zampillerà una fonte dalla casa di Davide (Zc 13, 1), ecc. Oppure, in senso negativo, come dice l’Apostolo: Fonti senz’acqua (2Pt 2, 17). Le acque sono le tentazioni; nel salmo: Forse saremo inghiottiti dalle acque (Sal 23,4). Così pure: Le acque entrarono fino all’anima mia (Sal 68, 2). Oppure, in senso buono, in Geremia: Hanno abbandonalo me, fonte d’acqua viva (Ger 2, 13); e in Isaia: Voi assetati, venite tutti all’acqua (Is 55, 1), cioè alla dottrina. Talvolta con “acqua” si intende nella Sacra Scrittura lo Spirito Santo e la sua infusione, come nel Vangelo: Dal ventre di chi crede in me sgorgheranno fiumi d’acqua viva (Gv 7, 38). Oppure si esprime con l’acqua il coro degli angeli; così nel salmo: E le acque sopra il cielo lodino il nome del Signore (Sal 148, 4). Oppure, la scienza sacra, come nel libro della Sapienza: Li abbevererà l’acqua della sapienza (Ecli 15, 3). E altrove: Acque profonde sgorgano dalla bocca d’un uomo (Pro 18, 4). Anche la scienza malvagia è indicata con l’acqua; così in Salomone la donna che incarna l’eresia, blandisce con queste astute parole: Le acque rubate sono più dolci (Pro 9, 17). L’acqua significa pure la prosperità di questo mondo, come nel salmo: Abbiamo attraversato il fuoco e l’acqua, e ci hai condotto al refrigerio (Sal 55, 12). Il fuoco e l’acqua sono entrambi pericolosi, come nel Vangelo: L’ha gettato sovente nel fuoco e nell’acqua, per farlo perire (Mr 9, 21). Quando in questo mondo si vive nelle difficoltà e nella sfortuna, è come essere nel fuoco; quando invece si nuota nell’abbondanza e nella prosperità, è come essere nell’acqua. Con le acque si indicano anche i popoli: Le acque sono le moltitudini e i popoli (Ap 17, 15). Esse però non significano solo il vagabondare delle genti, ma anche le anime dei buoni che seguono i precetti della fede; così è in Isaia: Beati voi che seminerete presso le acque (Is 32,20). L’acqua indica anche il battesimo, come dice Giovanni Evangelista: Tre sono che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue (1Gv 5, 8). Infatti lo Spirito ci ha resi figli adottivi di Dio, l’onda della fonte sacra ci ha lavati e il sangue del Signore ci ha redenti.
Il torrente è l’irruenza della persecuzione, o il trascorrere della morte. Nel salmo: Berrà dal torrente per via (Sal 109, 7). Oppure: Un torrente attraversò l’anima nostra (Sal 123, 5). In senso positivo: E li inebrierai con un torrente di delizie (Sal 35, 9). Si chiamano torrenti anche i santi predicatori, perché, come i torrenti confluiscono adunando le acque durante l’inverno, mentre poi si prosciugano col sopraggiungere del sole estivo, così i santi predicatori ci inondano in questa vita col verbo divino, ma, quando sfavillerà la luce della patria eterna, essi cesseranno di predicare. I fiumi sono i popoli dei miscredenti: Sopra i fiumi di Babilonia (Sal 136, 1). O altrove, in senso buono: Dal suo intimo scaturiscono fiumi d’acqua viva (Gv 7, 38), cioè lo spirito di molteplici grazie; così nel salmo: L’impeto del fiume rallegra la città di Dio (Sal 45, 5). Il lago è l’inferno; nel salmo: Mi hai calato nel lago profondo (Sal 87,7), cioè, in quel luogo infernale dove i peccatori stanno in solitudine a scontare le loro pene. Il mare è il mondo secolare, o i popoli; nel salmo: Questo mare grande e spazioso (Sal 102, 25). Per “mare” si intendono anche le Sacre Scritture, come in Ezechiele: Le ruote e la loro struttura sembravano il mare (Ez 1, 16). Giustamente infatti si paragonano le Scritture all’immagine del mare, perché il contenuto delle loro parole è confermato dall’acqua del battesimo. I pesci sono i santi, o talvolta i peccatori; nel Vangelo: Tirarono una rete piena di grossi pesci (Gv 21, 11). Oppure, in senso negativo: Buttarono via i [pesci] cattivi (Mt 13, 48). D’altra parte, i pesci possono anche significare una fede autentica: allo stesso modo infatti in cui un pesce nasce, vive e cresce sotto la superficie dell’acqua, cosi la fede in Dio genera nel cuore, attraverso i pianti di questa vita e i gemiti incessanti, le gioie dell’altra vita; lo spirito si consacra alla grazia invisibile tramite l’acqua del battesimo, e la divina protezione nutre con aiuto invisibile, perché non perisca e stia in buona salute, ben agendo e considerando la ricompensa, anch’essa invisibile. Di ciò parla l’Apostolo: Poiché le cose visibili sono nel tempo, ma le invisibili sono eterne (2Cor 4, 18). Invece il pesce secco indica la passione, e i flutti sono le tentazioni; nel salmo: Tutte le onde e i tuoi flutti sono passati su di me (Sal 41,8).
I flutti indicano anche il timore di Dio, come nel libro di Giobbe: Ho sempre temuto il Signore, come fosse una rigonfia procella su di me (Gb 31, 25). Le onde hanno lo stesso significato: Rimase immobile l’onda fluente (Es 15, 8). Le isole sono le anime, o la Chiesa di Dio, che sono colpite dai flutti di molteplici tentazioni; nel salmo: Si rallegrino tutte le isole (Sal 96, 1). La spiaggia è la fine del mondo; nel Vangelo: Quando [la rete] è piena, i pescatori la tirano a riva, poi seduli mettono i [pesci] buoni nei canestri (Mt 13, 48). La sabbia del mare è la innumerevole moltitudine delle genti; nel Genesi: E moltiplicherò il tuo seme, che sarà come le stelle del cielo (cioè i santi), oppure come la sabbia che è sul lido del mare (i peccatori) (Gn 22, 17).

V. Gli animali

Gli uccelli sono i santi, che si sollevano col cuore verso le cose superiori; nel Vangelo: E fa rami sì grandi, che gli uccelli del cielo possono mettersi al riparo della sua ombra (Mr 4,32). Si intendono anche con gli uccelli i pensieri superflui, indicati dai rapaci che disturbavano il sacrificio di Abramo, e Abramo li scacciava (Gn 15, 11). Se infatti nel sacrificio dell’orazione insorgono e si intromettono dei pensieri molesti, essi insozzano i cuori dei giusti – vanno perciò subito scacciati con la mano garbata del discernimento, affinché la tenebra della tentazione non occulti il volto del cuore e non lo tocchi con piaceri illeciti. Il volo è l’estasi dei santi in Dio, o nella comprensione delle Scritture; nel salmo: Ch’io m’involi e abbia pace (Sal 54, 7). Per tutti i volatili vale quanto dicemmo per gli uccelli. In senso negativo designano i demoni superbi, come nel Vangelo: Parte del seme cadde lungo la strada, e i volatili del cielo lo mangiarono (Lc 8, 5); perché gli spiriti maligni che assediano le menti umane, mentre infliggono i pensieri nocivi, sradicano la parola di vita dalla memoria. Le ali sono i due Testamenti; in Ezechiele: Ciascuno [dei quattro viventi] velava il proprio corpo con due ali (Ez 1, 23). Le ali sono anche le virtù dei santi, con cui si sollevano alla contemplazione o al cielo – oppure sono la protezione divina. Le penne sono le Scritture; nel salmo: Le penne della colomba argentea (Sal 67, 14). Il nido è la Chiesa, oppure il riposo elevato dei santi; nel salmo: E la tortora trova il nido ove porre i suoi pulcini (Sal 83, 4). Altrimenti, il nido è la buona coscienza, dove viene covata la prole dei buoni pensieri, poi partoriti con gran travaglio come fossero figli. Nel salmo: I figli tuoi sono come rampolli d’ulivo attorno alla tua mensa (Sal 127, 3).
I pulcini sono i santi; nel salmo, come sopra, o nel libro di Giobbe: I suoi pulcini lambiscono il sangue (Gb 39, 30): ciò si dice dei figli della santa Chiesa, che bevono il sangue di Cristo. E, in senso negativo, in Salomone: Lo divorino i pulcini dell’aquila (Pro 30, 17). Le aquile sono i santi; nel Vangelo: Dovunque vi sarà il cadavere, qui si raduneranno le aquile (Mt 24, 28): perché le sante anime, quando escono dal corpo, si riuniscono a Cristo, che morendo si fece cadavere per loro. L’aquila significa anche Cristo, come in Salomone: Il levarsi dell’aquila in cielo (Pro 30, 19), cioè, l’ascensione di Cristo. E, in senso negativo: Lo divorino i pulcini dell’aquila (vedi sopra). Così è in Geremia, riguardo agli spiriti maligni: Agili erano i nostri inseguitori, più che le aquile in cielo (Lam 4, 19). Con le aquile si indicano anche le sciagure terrene. Lo struzzo indica un qualsivoglia eretico o filosofo o ipocrita che, seppur rivestito con le penne della sapienza, pur tuttavia non vola. In Isaia: Sarà dimora degli sciacalli e soggiorno degli struzzi (Is 34, 13). Lo struzzo, inoltre, depone le uova ma non cura i pulcini – così l’ipocrita va dicendo ogni cosa rettamente, e tuttavia non genera discendenza tramite l’esempio di una buona vita, come nel libro di Giobbe: Lo struzzo abbandona in terra le sue uova, e dimentica che qualcuno può calpestarle (Gb 39, 14). Il pellicano è Cristo, Signore nella Passione, o un santo eremita. Nel salmo: Somiglio a un pellicano nel deserto (Sal 101, 7). Il corvo è la nerezza dei peccati, o i demoni; in Salomone: Sia cavato dai corvi del torrente e delle rupi (Pro 30, 17). O, in senso positivo, nel Cantico dei Cantici, circa lo sposo: I suoi capelli sono neri come il corvo (Cn 5, 11). La pernice è il diavolo; nel profeta: La pernice fa schiudere le uova non sue (Ger 17, 11). La colomba è lo Spirito Santo; nel Vangelo: Ho veduto lo Spirito scendere dal cielo a guisa di colomba (Gv 1, 32). Oppure, in senso negativo, come nel profeta: Ed Efraim fu come una colomba immota e senza cuore (Ez 7, 16). La tortora è lo Spirito Santo, o un uomo santo, o l’intelligenza spirituale; nel Cantico: Già si sente la voce della tortora sulla nostra terra (Cn 2, 12). La colomba, inoltre, indica la Scrittura sacra quando parla apertamente, mentre la tortora significa lo Spirito Santo che si manifesta nella Scrittura con alti e oscuri misteri. La colomba è anche la semplicità, e la tortora la castità, poiché se perde il primo compagno non ne cerca un altro. Lo sparviero significa, credo, la persona avida e superba, come nel salmo secondo gli Ebrei: L’abete è la casa dello sparviero. Il falco rappresenta talvolta il santo che ghermisce il regno di Dio: come quello, infatti, cambia le penne e abbandona il gusto radicato per l’inganno, decidendo d’un sol colpo di cambiare in bene la propria vita. In Giobbe: Forse che nella tua sapienza si copre di piume il falco? Il gufo è Cristo, o un santo disprezzato dai miscredenti; nel salmo: Sono come un gufo in mezzo alle macerie (Sal 101, 7). Il passero è talvolta il Signore, o l’uomo santo; nel salmo: Anche il passero trova una casa (Sal 87, 4). Altrimenti, può anche significare un cristiano che, al pari degli eretici, pensa di aver solo per sé il Cristo, chiamato “monte” nella Scrittura: Trasvola sul monte come un passero (Sal 10, 2). Il gallo è il Signore, o un santo; in Salomone: Il gallo passeggia giocondo tra le galline (Pro 30, 31). E in Giobbe: Chi ha dato intelligenza al gallo (Gb 38, 36). O altrove: Ti spazzerà via come un gallo di pollaio (Is 22, 17). Con il termine di gallo si intendono anche i santi predicatori che, nelle tenebre della nostra vita attuale, si dedicano ad annunciare, quasi come cantassero, la luce della vita che verrà; dicono infatti: “La notte è finita e il giorno si avvicina”. È scritto che il gallo si muove come avesse I vestiti tirati su alle reni (Pro 30, 31); così i predicatori, che annunciano tra le tenebre di questa notte il vero mattino, limitano i flussi della lussuria nelle loro membra, seguendo ciò che dice il Signore: Abbiate sempre i fianchi cinti (Lc 12, 35). Si ascrive anche al gallo l’intelligenza che scende dall’alto, la forza data per dono del cielo al saggio, affinché discerna la verità e ne conosca il quando e il come, il cosa e il perché; e non una sola esortazione va bene per tutte queste cose, poiché diverse sono le loro nature. La gallina è la sapienza, o la Chiesa, o l’anima; nel Vangelo: Come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali (Mt 23, 37). I pipistrelli sono le persone nefande, perdute nelle tenebre dell’idolatria; nel profeta: Per adorare le talpe e i pipistrelli (Is 2, 20): essi indicano infatti i pensieri immondi che vengono introdotti dai demoni.
Lo scarabeo è il profeta: E lo scarabeo gridò dal legno, come si ritiene [da quello della croce] abbia fatto il Signore. Le locuste sono i popoli; nel Vangelo: Si nutriva di locuste (Mt 3,4). Si intende talvolta col termine di locuste il popolo giudeo, talaltra i pagani convertiti, o la lingua degli adulatori, o per similitudine [col volo] la resurrezione del Signore, o la vita dei predicatori. Le api sono un’immagine della verginità o della sapienza; in Salomone: Guarda l’ape e come lavora (Pro 6, 6). E, in senso negativo, nel profeta: E l’ape dalla terra d’Assur (Is 7, 18). M’hanno circondato come api (Sal 117, 12), cioè i malvagi e gli iracondi. Poiché le api hanno il miele in bocca e il pungiglione nascosto nella coda, col loro nome si intendono anche coloro che lusingano con la lingua, ma feriscono con nascosta malignità; parlando, nutrono infatti con un dolce miele, e in pari tempo feriscono col pungiglione. Lo stesso nome [delle api] può contrassegnare i detti dei prudenti, com’è scritto: Un favo di miele sono le parole del buono (Pro 16, 14). La mosca è il diavolo, o un suo ministro, o la lordura dell’idolatria; in Salomone: Una mosca morta guasta una coppa d’unguento profumato (Ec 10, 1).
Le bestie sono il diavolo, o gli uomini crudeli; nel salmo: Non abbandonare alle bestie l’anima che confida in te (Sal 73, 19). Il leone è il Signore, o l’Apostolo. Ha vinto il leone della tribù di Giuda (Ap 5, 5). Oppure, in senso negativo: Il diavolo, nostro avversario, si aggira come un leone (1Pt 5, 8). La leonessa simbolizza i superbi o gli sconsiderati. Il leopardo è il diavolo o il peccatore variamente corrotto; nel profeta: È forse possibile che l’Etiope muti la sua pelle, e il leopardo il mantello chiazzato? (Ger 13, 27). L’elefante rappresenta il grande peccatore; nei Re si portano innanzi a Salomone scimmie ed elefanti (3Re 10,22). L’orso è il diavolo, o i principi spietati, o gli insidiatori. Nei Re: E uscirono due orsi che li divorarono (4Re 2, 24): con essi si indicano gli imperatori romano Tito e Vespasiano, che annientarono gli Ebrei. Il cervo è Cristo, o i santi; nel salmo: Come anela il cervo alle fonti dell’acqua (Sal 41, 2). E in altro salmo: I monti eccelsi sono per i cervi, le rocce son di dimora ai ricci (Sal 103, 18), significando questi ultimi quanti si dedicano alla vita contemplativa. Il lupo è il diavolo, o un eretico; nel Vangelo: Dentro son lupi rapaci (Mt 7, 15). O, in senso positivo: Beniamino è un lupo rapace (Gn 49, 27), con cui si intende l’apostolo Paolo. Il cinghiale è il diavolo; nel salmo: La va brucando il cinghiale (Sal 79, 14). La tigre è talvolta la boria femminile; nel libro di Giobbe: La tigre vien meno, per mancanza di preda (Gb 4, 11). L’unicorno è citato nel salmo: È caro come il figlio dell’unicorno (Sal 28, 6); si riferisce a una forza eccezionale, o ai santi che sostengono la parola unica di Dio. E altrove: È salva ma inerme dai corni degli unicorni (Sal 21, 22). In senso negativo sta per
qualsiasi superbo o violento, o per chi ha fede in uno solo dei due Testamenti; per questo il salmista, parlando a nome di Nostro Signore sofferente, dice: Liberami dai corni degli unicorni. Il rinoceronte indica una persona forte, sia in senso negativo che positivo; nel libro di Giobbe: Consentirà il rinoceronte a servirti? (Gb 39, 9). L’onagro è l’eremita, o quanti stanno lontani dal volgo; in Giobbe: Chi ha dato la libertà all’onagro? (Gb 39, 5). L’onagro può anche significare il popolo giudeo, com’è detto in seguito nello stesso libro: E chi lo sciolse dai vincoli?; cioè, i vincoli dei precetti. Il cerbiatto è Cristo, o i santi, per la varietà delle grazie; in Salomone: Somigli, mio diletto, a una gazzella, o a un cerbiatto (Cn 2, 9). La gazzella ha lo stesso significato. La lepre è il timorato di Dio; nel salmo: La roccia è il rifugio delle lepri e dei ricci. Del riccio si è già detto sopra: i ricci sono una debole progenie, che si rifugia tra le rocce. La volpe è l’eretico, o il diavolo, o il peccatore astuto; nel Vangelo: andate a dire a quella volpe (Lc 13,32). L’animale è l’uomo carnale. Il giumento è chi manca d’intelligenza e di parola, o talvolta i mansueti; nel salmo: E stava presso a te come giumento (Sal 72, 22); talvolta si intendono i lussuriosi, come nel luogo seguente: Si sono putrefatti i giumenti nel loro sterco (Gl 1, 17). Il cavallo è l’uomo santo; in Abacuc: Poiché tu sali sopra i tuoi cavalli (Abc 3, 8). E, in senso negativo: Inutile è il destriero alla vittoria (Sal 32, 17), indicando la persona irragionevole. Nel salmo: Non essere come un destriero, o un mulo senza intendimento (Sal 31, 9). L’asino indica il corpo umano, o il popolo pagano; nel Vangelo: Condussero a Gesù l’asina e il puledro, misero loro addosso i mantelli, e ve lo fecero sedere sopra (Mt 21, 7). Con gli asini si vuole anche significare la pigrizia degli stolti, di cui parla Mosè: Non arare con un bove e un asino aggiogati insieme (Dt 22, 10), cioè, non predicare insieme al prudente e allo sciocco: [con il passo sopra citato si vuole indicare] la semplicità dei fedeli, che sono condotti con la guida di Cristo a Gerusalemme, cioè alla visione della pace. Perciò è detto: L’asino conosce la greppia del suo padrone (Is 1, 3). Al contrario, l’asino può designare la smodata lussuria degli sfrontati, come dice il profeta: La loro carne è come quella degli asini (Ez 23, 20). L’asina è la carne, o la plebe che non conosce Dio: vedi la citazione evangelica sopra. Il cammello simbolizza i ricchi carichi di beni temporali, o di costumi guasti; nel Vangelo: È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli (Mt 19, 24). Ma il termine di cammello può anche indicare lo stesso Signore: Scolate la zanzara e inghiottite il cammello (Mt 23, 24): s’intende qui con chiarezza il Signore che, umiliatosi spontaneamente, ha sopportato con la sua dolorosa passione il peso della nostra debolezza, l’ago della sofferenza pungente, e delle penose ferite. La zanzara ferisce ronzando, il cammello invece si piega volontariamente per prendere su di sé i pesi: dunque i Giudei scolarono la zanzara, perché chiesero che fosse rilasciato un bandito turbolento, e inghiottirono il cammello perché con alte grida han preteso che si togliesse la vita a Colui che era disceso [dal cielo] per prendere su di sé il fardello della nostra mortalità. I tori indicano i capi dei popoli; nel salmo: Grossi tori mi stringono attorno (Sal 21, 13). I buoi sono gli apostoli, che sotto il giogo di Cristo arano il mondo col vomere del Vangelo; nel salmo: T’involerò bovi e capretti (Sal 65, 15). I buoi significano anche la follia degli sciocchi, come giustamente dice Salomone: Ed egli turbato la segue, come un bue condotto al macello (Pro 7, 22); il termine di bue indica anche chi si dedica alla vita attiva, come in Mosè: Non legare il bue che sta trebbiando (Dt 25, 4); e dice il Signore: L’operaio merita il suo nutrimento (Mt 10, 10). Le vacche indicano quanti sono carichi di vizi carnali; nel salmo: Tra le vacche dei popoli (Sal 67,31): le vacche simbolizzano pure tutti i fedeli raccolti nella Chiesa, mentre accolgono i precetti della sacra parola, come se portassero su di sé l’arca del signore: la maggior parte di loro ha dei pubblici legami carnali, ma non deviano dalla retta via, perché hanno in mente l’arca del Signore (1Re 6, 12). Il vitello è Cristo, o i santi; nel salmo: Torneranno sul tuo altare i vitelli (Sal 50, 21). E in altro senso: Molli vitelli mi stringono d’attorno (Sal 21, 13), cioè i dissoluti. I maiali sono i peccatori immondi; nella lettera di Pietro: La scrofa, lavata, torna a rivoltolarsi nel brago (2Pt 2, 22). Gli arieti sono gli apostoli, o i principi della Chiesa; nel salmo: Date al Signore i figli degli arieti (Sal 28, 1). Le pecore sono i fedeli del popolo; nel Vangelo: Le mie pecore ascoltano la mia voce (Gv 10, 27); le pecore indicano pure le persone molto semplici, poco portate ai ragionamenti sottili. In Salomone: Pasci le anime delle tue pecore (Pro 27,23). I capri sono i peccatori, o i pagani; in Daniele: Ecco venire dall’occidente un capro, che percorse tutta la terra senza toccare il suolo (Dn 8, 5). O, in senso positivo: Ti offrirò buoi e capri (Sal 65,15). Le capre sono i giusti che talvolta compaiono tra le nazioni; in Salomone: I tuoi riccioli sono greggi di capre, ondulanti sulle pendici di Galaad (Cn 6, 4). Allo stesso modo in cui le capre cercano il loro posto sulle vette, così i santi puri cercano il posto celeste col battesimo e la penitenza; perciò l’Apostolo dice: La nostra dimora è nei cieli (Fil 3, 20). Le capre selvatiche sono le anime inselvatichite dalle vane dottrine dei filosofi, ma poi entrate nella Chiesa grazie al santo Vangelo. Gli agnelli sono Cristo, o gli apostoli o i santi; nel Vangelo: Pasci i miei agnelli (Gv 21, 15). I capretti sono i peccatori, o i moti della carne; nel Vangelo: I capretti alla sinistra (Mt 25, 33). Le talpe sono gli idoli o gli eretici che non vedono la verità; in Isaia: Per adorare le talpe e i pipistrelli (Is 2, 20). Il cane è il diavolo o un giudeo o un pagano; nel salmo: [Scampa] dalla zampa del cane la vita mia (Sal 20, 21). E in altro senso, nell’Ecclesiaste: Meglio un cane vivo che un leone morto (Ec 9, 4). Qui col leone si intende il diavolo e con il cane il peccatore, perché questo può venire alla fede o al pentimento, ma l’altro no. Il cane indica anche i predicatori pigri: Cani muti che non sanno abbaiare (Is 46, 10).
Le rane sono i demoni; nell’Apocalisse: Poi vide uscire dalla bocca del dragone tre spiriti immondi, simili a rane. Essi sono spiriti di demoni (Ap 16, 13). Le rane sono anche gli eretici che indugiano nella mota di pensieri vilissimi, e gracidano senza cessa con inutile loquacità. La formica è la persona previdente e lavoratrice; in Salomone: Vai a veder la formica, o pigro! (Pro 6, 6). Il verme indica Cristo, che ha assunto la figura umana per umiltà; nel salmo: Ma io sono un verme e non un uomo (Sal 21, 7). O, in altro senso, in Isaia: Il loro verme non morrà (Is 66,24), intendendo il verme la coscienza del peccato, o il turbamento dei cattivi pensieri. La ragnatela simbolizza la fragilità umana; nel salmo: E hai dissolto la mia anima come una ragnatela (Sal 38, 12). Le tele del ragno sono il lavoro della concupiscenza terrena, tanto sottile e inconsistente che il vento della morte lo spazza via. Il serpente è il diavolo, o gli uomini malvagi; nel Vangelo: Serpenti, razza di vipere (Mt 23, 33). In altro senso, nel Vangelo: Come Mosè innalzò nel deserto il serpente
(Gv 3,14); il serpente significa anche i prudenti: Siate prudenti come i serpenti (Mt 10, 16). Il drago è il diavolo, o un persecutore manifesto; nel salmo: Tu sfracellasti la testa del drago e la desti in pasto agli Etiopi (Sal 73, 14). Lo scorpione è il diavolo o un suo ministro; nel Vangelo: Vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni (Lc 10, 19). La vipera indica le stesse cose; nel Vangelo: Razza di vipere (Lc 3, 7).

VI. Su vari termini

L’essere umano [homo] indica l’integrità umana o la mente; nel Genesi: Dio fece l’uomo a propria immagine e somiglianza (Gn 1, 26). E in senso negativo, nel salmo: Sorgi o Signore, non prevalga l’uomo (Sal 9, 20), cioè la carne, o il diavolo. Può essere anche nominato per indicare il biasimo, come nell’Apostolo: Infatti, dal momento che ci sono tra noi contese e gelosie, non siete voi forse carnali e non camminate secondo l’uomo? (1Cor 3, 4); e altrove: Un uomo nemico ha fatto ciò (Mt 13, 28), intendendo il diavolo. Inoltre, l’Apostolo dice uomo del peccato e figlio della perdizione (2Ts 2, 3), intendendo l’Anticristo; ma l’uomo è chiamato anche carne: E ogni carne vedrà la salvezza di Dio (Lc 3, 6). Si intende con anima sia quella degli uomini sia quella degli animali, come in Giobbe: In suo potere è l’anima di ogni vivente e lo spirito di ogni carne [umana] (Gb 12, 10). Egli eleva l’anima razionale degli uomini fino alla comprensione spirituale, mentre vivifica nei sensi corporei l’anima degli esseri irrazionali.
L’uomo maschio [vir] è lo spirito, cioè la mente; nell’Apostolo: L’uomo è capo della donna (1Cor 11, 3). L’uomo può anche essere inteso in senso negativo; nel Genesi: Era una vergine di bell’aspetto e nessun uomo l’aveva conosciuta (Gn 14,16), cioè il diavolo, che corrompe la maggior parte della mente col pensiero. La donna è l’anima, o la carne umana. Essa può significare il sesso: Mandò suo Figlio, fatto da una donna e nato sotto la Legge (Gal 4,4). Può anche significare la debolezza, come nel Saggio: Meglio malizia d’uomo che bontà di donna (Ecli 42, 14). La vergine è la Chiesa, o le anime sante; nell’Apostolo: Vi ho fidanzati a un solo sposo, per presentami a Cristo, come a una vergine pura (2Cor 11, 12). E in senso negativo: Scendi, mettiti a sedere nella polvere, vergine, figlia di Babilonia! (Is 47, 1), cioè anima sterile alla bontà, figlia ipocrita e malvagia del disordine. Il re è il Signore; nell’Apostolo: Re dei re, Signore dei signori ( 1 Tm 6,15). In senso negativo, è il diavolo: È il re di tutti i figli della superbia (Gb 41,25). La regina è la Chiesa; nel salmo: La regina è alla tua destra (Sal 44, 10). La regina simbolizza anche l’anima che governa il corpo. Il padre è il Signore; nel profeta: Sarò per voi come un padre, e voi sarete per me come figli e figlie, dice il Signore onnipotente (Ger 31, 9); e nel Vangelo: Uno infatti è il Padre vostro, che è nei cieli (Mt 23, 9). Altrove, circa il diavolo: Perché menzognero è il loro padre; padre della menzogna e di tutto quanto è estraneo alla verità. La madre è la Chiesa, o la Gerusalemme celeste; nell’Apostolo: La Gerusalemme celeste è invece libera, e questa è la nostra madre (Gal 4,26). Si intende anche chi con buone parole genera ed educa a Cristo dei fedeli: in tal senso, come afferma lo stesso Cristo, esistono madri di entrambi i sessi. Il fratello è Cristo, o il prossimo; nel salmo: Io narrerò il tuo nome ai miei fratelli (Sal 21, 23); il Signore stesso disse: Andate e annunziate ai miei fratelli (Mt 28, 10). La sorella è la Chiesa, la Sinagoga, o l’anima di Cristo; nel Cantico: Sorella, mia sposa (Cn 4, 9). Marito e moglie sono Cristo e la Chiesa, la comprensione spirituale e la narrazione delle Scritture; nell’Apostolo: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo amò la Chiesa (Ef 5, 25). Lo sposo è Cristo, poiché fu promesso dal Padre fin dal principio; nel salmo: Egli n’esce qual sposo dall’alcova (Sal 18, 6). E nel Vangelo: È sposo chi ha la sposa (Gv 3, 29). La sposa è la Chiesa, che era stata promessa solennemente da Dio; nel Cantico: Vieni dal Libano, o sposa, vieni dal Libarlo (Cn 4, 8). Il figlio è il popolo dei credenti; nell’Apostolo: Sicché non sei più servo, ma figlio, e se sei figlio, sei anche erede per la grazia di Dio (Gal 4,7); figlio è anche il Signore: Se dunque il Figlio vi avrà liberato (Gv 8, 26). La figlia è l’anima fedele, o la Chiesa; nel salmo: Odi, o figlia, e guarda (Sal 44, 11); e in senso negativo: Vigila sulla figlia indocile (Ecli 42,11), cioè sulla volubilità dell’anima. I parenti sono i prossimi alla fede, e quanti usano misericordia al debole; in Salomone: Venite, mangiate, bevete e inebriatevi, o parenti (Cn 5, 1). Gli amici indicano coloro che sono in accordo con Dio; nel Vangelo: Voi siete miei amici (Gv 15, 24). L’anziano significa il compimento della giustizia; nel Genesi: Abramo morì anziano e pieno di giorni (Gn 25, 8). In Salomone: La sapienza costituisce la veneranda canizie dell’uomo, e l’età senile è la vita immacolata (Sap 4, 9). In senso negativo, su Salomone: Divenuto vecchio, il suo cuore fu sviato (3 Re 11,4). I giovani indicano coloro che sono ardenti di Dio; nella lettera di Giovanni: Scrissi a voi, o giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno (1 Gv 2, 14). In senso negativo, nei libri dei Re su Roboamo: Non avendo ascoltato il consiglio degli anziani, per seguire quello dei giovani (3Re 12, 14). O anche: Guai a te, o terra, che per re hai un ragazzo (Ec 10, 16). Il fanciullo indica la mente umile e semplice; nel Vangelo: Hai nascosto queste cose ai saggi e ai prudenti e le hai rivelate ai fanciulli. Sempre nel Vangelo: Se non vi convertite e non diventate come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 3). E l’Apostolo: Nella malizia fatevi bambini, e uomini maturi nel giudicare (1Cor 14, 20). O in altro senso, sempre nell’Apostolo: Quand’ero fanciullo, parlavo come un fanciullo (1Cor 13, 11). Il fanciullo indica anche il Cristo, che si umiliò fino a morire (Fil 2, 8). La meretrice è l’anima peccatrice, che ha abbandonato il proprio marito celeste, cioè il Cristo, e ha concepito col diavolo i parti adulterini dell’iniquità; in Geremia: La tua fronte è diventata come quella di una meretrice (Ger 3, 3). I lavoratori sono gli apostoli, o i predicatori del Vangelo; nel Vangelo: La messe è grande, ma gli operai sono pochi (Mt 9, 27). Il pastore è il Signore: Io sono il buon pastore (Gv 10, 11). Il pastore indica anche l’apostolo; nel Vangelo: Pasci le mie pecore (Gv 21, 17); e in senso negativo: Andò a fare il pastore di porci (Lc 15, 15), cioè dei pensieri immondi. I mercenari sono coloro che servono il Signore non tanto per amor suo, quanto per un guadagno terreno; nel Vangelo: Quanti mercenari di mio padre hanno pani in abbondanza? (Lc 15, 17). I pescatori sono gli apostoli, o i dotti; nel Vangelo: Vi farò pescatori di uomini (Mt 4, 15). Il medico è Cristo, o un dotto; in Salomone: Medico è un uomo mansueto di cuore. Oppure: Non han bisogno del medico i sani, ma gli ammalati. Il ricco è un fedele ricolmo di beni spirituali; nell’Apostolo: Perché in lui voi siete stati ricolmi di ogni ricchezza, in ogni scienza e parola (1Cor 1, 5); il ricco è anche il Cristo: Ricco verso tutti coloro che l’invocano (Rm 10, 10). E in altro senso, nel Vangelo: Guai a voi, o ricchi (Lc 6, 24). Il povero è l’umile; nel Vangelo: Vi era un povero chiamato Lazzaro (Lc 16, 24). E anche: Beati i poveri di spirito (Mt 5, 3); Il povero è anche Cristo, o l’apostolo: Cristo si è fatto povero, perché noi fossimo ricchi (2Cor 8, 9). E in senso negativo, nel salmo: Che troppo siamo fatti miseri (Sal 78, 8).
L’abito simbolizza chi possiede l’integrità del battesimo, o, della fede, o la veste della giustizia; nel Vangelo: Scorse un uomo che non era in abito da nozze (Mt 22, 11); e l’Apostolo: Perché quanti siete stati battezzati in Cristo, siete pure rivestiti di Cristo (Gal 3, 27). Il nudo è chi manca del sacramento del battesimo, di un aiuto divino, o di buone opere; nell’Apocalisse: Tu sei misero e nudo (Ap 3, 17). E, in senso positivo, nel Vangelo: Ma lui, lasciato il lenzuolo, scappò via nudo (Mr 14, 52), cioè nudo di beni terreni. I vivi sono i giusti; nel salmo: Sarò gradito al Signore e starò nella regione dei vivi (Sal 114, 9). E in altro senso, in Salomone: Felici i morti più dei vivi (Ec 4, 2). I morti sono i peccatori, o i miscredenti; nel Vangelo: Lasciale che i morti seppelliscano i loro morti (Mt 8, 22). E in senso positivo: Beati i morti che muoiono nel Signore (Ap 14, 13). Anche: Voi infatti siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 3). I cadaveri sono i corpi dei miscredenti; nel profeta: E riempio la valle di Giosafat coi cadaveri dei morti. O in altro senso: Hanno deposto i cadaveri dei tuoi servi (Sal 78, 2). O altrimenti: Vedranno gettare i cadaveri di quanti mi furono ribelli (Is 66, 24). Il sepolcro è il corpo del peccatore, che trattiene in sé un’anima morta per i vizi; nel Vangelo: Siete simili a sepolcri imbiancati che, visti di fuori paiono splendidi, ma dentro son pieni d’ossa di morti (Mt 23, 27). In modo diverso parla però il profeta circa il sepolcro del Signore: E il suo sepolcro sarà glorioso (Is 11, 10).

VII. All’interno dell’uomo

L’interno dell’uomo significa l’anima razionale; nell’Apostolo: All’interno dell’uomo e nei vostri cuori abita Cristo, per la fede (Ef 3, 16). La testa è Cristo; nell’Apostolo: Il capo dell’uomo è Cristo (1Cor 11,3). La sommità del capo è il vertice della giustizia; in Salomone: Ti porrà sulla cima del capo una corona di grazia (Pro 4, 9). O in altro senso: La cima nella chioma a chi va attorno coi suoi misfatti (Sal 67, 22), cioè la più alta nequizia. I capelli sono la bellezza della giustizia, o il pensiero; nel Vangelo: I capelli del vostro capo sono numerati (Mt 10, 30). Il collo è la santa Scrittura, come nel Cantico: Il tuo collo è come la torre di Davide, da cui pendono mille scudi, tutti armatura di prodi (Cn 4, 4), cioè testimonianza della Sacra Scrittura. In altro senso il collo è la superbia: Poiché le figlie di Sion camminano a testa alta (Is 3, 16). La nuca è la superbia: Duri di cervice (At 7, 51). Gli occhi sono l’intelletto fedele e semplice; nel Vangelo: Beati i vostri occhi, perché vedono (Mt 15, 16); e altrove: Il saggio ha gli occhi nella testa (Ec 2, 14), cioè l’intelletto nel cuore. In senso negativo, nel Vangelo: Ma se l’occhio tuo è guasto (Mt 6, 23). Le orecchie sono l’obbedienza del fedele: E i nostri orecchi perché sentono (Mt 13, 16). Il naso è il soffio della fede, del bene e della virtù; in Giobbe: E il soffio di Dio nelle mie narici (Gb 27, 3). Oppure: Il tuo naso è qual torre del Libano (Cn 7, 4). E in senso negativo: Dalle narici esce fumo (Gb 41, 11), cioè il diavolo. Le fauci sono il giudizio dell’intelligenza; nel libro di Giobbe: E le mie fauci non si esercitano forse sulla sapienza? E in senso negativo: Ho le fauci rauche (Sal 68, 4). La bocca è la parola stessa; nel salmo: Il giusto ha sempre in bocca cose savie (Sal 36, 30). La lingua ha lo stesso significato; nel salmo: E la sua lingua parla rettamente (ibid.). Simbolizza anche la Scrittura: La mia lingua è un calamo di scriba veloce (Sal 44, 2). I denti sono i santi predicatori, che fanno pregustare giustamente la vita di cui parlano: così, a proposito della sposa, è detto: I tuoi denti sono come un gregge di pecore tosate che salgon dal bagno: ciascuna ha due gemelli, e tutte son feconde (Cn 4, 2). In senso interiore, dice Geremia: Mi ha straziato gran copia di denti (Lam 3, 16); i denti sono infatti quanti pensano separatamente gli uni dagli altri, come se mangiassero, masticassero e trasmettessero i loro pensieri al ventre della memoria.
Le ascelle, che sono l’inizio delle braccia, significano il principio delle buone opere: perciò esse non sono mosse dal pigro, come dice la Scrittura: Il pigro nasconde la mano sotto l’ascella (Pro 19, 24). Le spalle sono la forza di chi sostiene; dice il profeta a proposito del Signore, destinato a portare la croce: La forza è sulle sue spalle (Is 9, 6). La mano è il lavoro; nel salmo: Nell’innocenza ho monde le mani (Sal 25, 6); e significa anche la potenza: Mi hanno fatto le lue mani (Sal 118, 73). La destra è le opere buone; nel Vangelo: Non sappia la sinistra ciò che fa la destra (Mt 6, 3). La sinistra sono le opere malvagie – oppure, la destra è la vita eterna, la sinistra quella temporale, così: La sinistra sua è sotto il mio capo, e la destra mi stringe nell’amplesso (Cn 2, 6).
Il petto è il segreto dell’intelligenza; nel Vangelo: Il discepolo prediletto da Gesù stava appoggiato sopra il suo petto (Gv 13, 23). Il ventre è la capacità della ragione; in Abacuc: Il mio ventre è commosso (Abc 3, 16). Il ventre significa anche la mente, come in Geremia: Il ventre mi duole (Ger 4, 19); essa è il ventre del corpo spirituale, non di quello fisico, e infatti il profeta aggiunge: Il mio cuore è turbato (ibid.). E il Signore dice nel Vangelo: Dal ventre di chi crede in me scaturiranno fiumi d’acqua viva (Gv 7,38). I reni sono i sentimenti più intimi; nel salmo: Tutta la notte m’hanno sconvolto i miei reni (Sal 15, 7). Nell’uomo, nulla è più celato del cuore e dei reni, perciò la Scrittura dice: Dio scruta i cuori e i reni (Sal 7, 10). I lombi sono la forza d’animo; nell’Apostolo: Cingete i lombi delle vostre menti (Ef 6, 14); indicano anche la lussuria, come nel Vangelo: Abbiate sempre i fianchi cinti (Lc 12, 35), e in Giobbe: Cingi qual prode i tuoi lombi (Gb 38, 3). L’ombelico è l’appetito della concupiscenza; in Giobbe: Qual potenza sotto l’ombelico del suo ventre! (Gb 40, 11); con l’ombelico si allude ai genitali femminili, così come i lombi si riferiscono a quelli maschili. L’adipe è la floridezza della grazia divina, o l’abbondanza della sapienza superna. In senso negativo, l’adipe è la grossolanità della malvagità; nel salmo: Hanno chiuso il loro adipe (Sal 16, 10).
Le ossa sono la fermezza d’animo; nel salmo: Tutte le mie ossa dicono: Signore, chi li è simile? (Sal 34, 10) E in senso negativo, in Giobbe: Le loro ossa sono come una canna piena d’aria (Gb 40, 13). Altrimenti, sono i consigli fraudolenti dei ministri dell’Anticristo, come nel salmo: Dio disperse le ossa degli assedianti (Sal 52, 6). Il midollo è l’infusione della carità e delle altre virtù, come nel salmo: Ti offrirò olocausti ricchi di midollo (Sal 65, 15). Le viscere sono il sentimento della pietà e della misericordia; nell’Apostolo: Se avete nei visceri pietà per me (Fil 2, 1). E in altro senso, si dice di Giuda negli Atti degli Apostoli: Sicché si sparsero tutte le sue viscere (At 1,18). La pelle indica coloro che sono attenti solo all’esteriorità, ma sono marci dentro. I peli rappresentano i pensieri della vita già trascorsa, e che vanno tagliati via; perciò Mosè ammonisce: Radano i Leviti tutti i peli del loro corpo (Nm 8, 7). Il sangue è l’atto carnale; nel salmo: Dal sangue mi salva, o Dio, mia salvezza (Sal 50, 16). E altrove: la carne né il sangue possono ereditare il regno di Dio (1Cor 15, 50). E Osea: Il sangue provoca sangue (Os 4, 2). Oppure, in senso positivo, nell’Apostolo: E il sangue di Gesù Cristo ci purifica da ogni peccato (Eb 9, 14) La carne è l’uomo esteriore; nell’Apostolo: La carne ha desideri contrari a quelli dello spirito, e lo spirito li ha opposti a quelli della carne (Gal 5, 17). La carne è la conformità alla natura: Questa è ossa delle mie ossa e carne della mia carne (Gn 2, 23); e altrove: Il Verbo si fece carne (Gv 1, 14). E l’Apostolo: Ora voi non siete nella carne, ma nello spirito (Rm 8, 9). La carne indica anche la conformità alla colpa: Il mio spirito non permarrà per sempre negli uomini, perché essi sono carne (Gn 6, 3). Le ginocchia rappresentano il riconoscimento dell’umiltà; negli Efesini: E ora piego le ginocchia del mio cuore (Ef 3, 14), e nel salmo: Le mie ginocchia sono indebolite dal digiuno (Sal 108, 24). Talvolta sono le virtù della fede; nel profeta: Risparmierò settemila uomini che non hanno piegato le ginocchia dinanzi a Baal (3Re 19,18). I piedi sono il corso della vita, la stabilità della mente o la fede; nel salmo: E posano ormai i nostri piedi (Sal 121, 2). E in senso negativo: Lesti sono i loro piedi per spargere il sangue (Sal 13,3). Il calcagno è l’inganno dei vizi; nel Genesi: Ella ti schiaccerà il capo e tu l’insidierai al calcagno (Gn 3, 15). Oppure, è la fine dell’azione, come nel salmo: Essi osservano i miei calcagni (Sal 55,7). Il passo è il successo nelle opere; nel salmo: Nei tuoi sentieri il mio passo non vacilla (Sal 16, 5). Le piante dei piedi sono i segni delle virtù; nel salmo: Affinché non si muovano le piante dei miei piedi. E in altro senso, in Salomone: La vita degli empi è come un’impronta nel mare.
La stola è la veste del battesimo o della fede; nel Vangelo: Portate subito la stola più bella (Lc 15, 22). Il cilicio è la testimonianza del pentimento; nel Vangelo: Già da gran tempo avrebbero fatto penitenza cinti di cilicio e ricoperti di cenere (Mt 11, 21). La cintura è chi è cinto dall’azione dello spirito; nel salmo: Mi hai cinto di gioia (Sal 29, 12). La fascia è la purezza di cuore; dice l’Apostolo: Cinti al petto d’una fascia d’oro (Ap 15, 6). Le scarpe sono la preparazione della pace; nell’Apostolo: Calzate i vostri piedi per preparare la pace del Vangelo (Ef 6, 15). Le armi sono l’interiorità dell’uomo; nello stesso luogo: Rivestitevi della corazza della giustizia, dello scudo della fede, dell’elmo della salvezza e della spada dello spirito, che è la parola di Dio (ibid.).

VIII. Cibi, oggetti e strumenti

II pane è Cristo, o la parola di Dio; nel Vangelo: Io sono il pane vivo (Gv 6, 41); e altrove: Mettiamo legno nel suo pane (Ger 11,19), cioè il suo corpo in croce. Il pane può anche significare un cattivo insegnamento: Il pane mangiato di nascosto è più gustoso (Pro 9, 17). Il vino ha lo stesso significato: Bevete il vino che ho preparalo per voi (Pro 9, 5). Il vino è anche la sicurezza della rettitudine: Versandovi olio e vino (Lc 10,34), perché col vino si inaspriscono le ferite, e con l’olio si curano. L’olio è la misericordia, o lo Spirito Santo; nel salmo: Con l’olio sacro lo unsi (Sal 88, 21). In altro senso: L’olio del peccatore non unge il mio capo (Sal 140, 5), intendendosi l’adulazione. La carne di maiale indica i peccati; nel salmo: Sono sazio di cane di porco. Il pane azzimo è il cuore sincero, senza il fermento della malizia; nell’Apostolo: Negli azzimi di purità e verità ( 1 Cor 5, 8). L’uovo è la speranza consapevole dei fedeli. O, in senso negativo: Chi mangia le loro uova muore (Is 49, 5), cioè dei disonesti ed esperti nel male. Il fior di farina è la purezza della mente e la forza della carità; nel Levitico: Chi vorrà fare un’offerta al Signore, offra fior di farina (Lv 2, 1). La focaccia è l’offerta dell’umiltà; nel Genesi: Svelta, prendi tre misure di farina, impastala e fanne delle focacce (Gn 18, 6). E in senso negativo: Efraim è come una focaccia non rivoltata (Os 7, 8). Il latte è l’integrità della mente; nella lettera di Pietro: Desiderate il latte spirituale epuro (1Pt 2,2). In altro senso, si intendono gli inesperti nella Chiesa: Vi dovetti dare del latte e non del cibo solido, perché non lo potevate ricevere (1Cor 3,2); qui il latte significa la pochezza dell’intendimento. Il latte cagliato significa il condensarsi dei vizi; nel salmo: Il loro cuore è come latte cagliato (Sal 118, 70). Il sale è il condimento della saggezza; nel Vangelo: Voi siete il sale della terra (Mt 5, 13) e: Abbiate sale in voi (Mr 9, 48). Il miele è la dolcezza dei precetti divini; nel salmo: Son dolci al palato i tuoi precetti, più che il miele alla bocca! (Sal 118, 103) Oppure, in Salomone: Trovando del miele, mangiane solo quanto li basta, non riempirtene per poi vomitarlo (Pro 25, 16), cioè: Non interrogarti su ciò che ti è inaccessibile (Ecli 3, 22). Il fiele è l’amarezza della cattiveria; nel salmo: Mi han dato per cibo del fiele (Sal 68, 22). L’aceto è l’asprezza della mente corrotta; nel salmo: Alla mia sete han dato da bere aceto (Sal 68, 22). L’aceto è anche il biasimo dei dotti, come in Salomone: Cantar canzoni a un cuore afflitto è come spargere aceto sopra una piaga (Pro 25, 20).
La pece è la nera sozzura dei delitti; in Salomone: Chi tocca la pece, ne rimane sporcato (Ec 13, 1). La sicera è il compimento di qualche malvagità o astuzia; nel Vangelo: Non berrà né vino né sicera (Lc 1, 15). Il calice è la passione del Signore; nel salmo: Prendi il calice della salvezza (Sal 115, 13).
E il Signore medesimo: Padre, allontana da me questo calice (Mr 14,36). Oppure, in senso negativo: Il calice d’oro di Babilonia (Ger 51,7). Il vino puro è la purezza di giudizio e della verità, o il calore della fede; nel salmo: Piena di puro vino (Sal 74, 9). La feccia è l’ultimo giudizio; nel salmo: E ne bevono pur le fecce (ibid.). Oppure, significa quanti riposano sicuri nel peccato; onde, nel profeta: Riposava nella sua feccia (Ger 48,11). Il cibo è la parola o la volontà del Signore; nel Vangelo: Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 4, 34). La bevanda è la stessa cosa; nel salmo: L’inebri del tuo fiume di delizie (Sal 35, 9), cioè dello Spirito santo. E il salmista: Nella compunzione mescolo la mia bevanda col pianto (Sal 101, 10). O in altro senso: Il Regno dei cieli non è cibo e bevanda (Rm 14, 17).
Le dispense sono i ricettacoli; nel Cantico del Deuteronomio: Nelle loro dispense è il terrore. La bisaccia è la preoccupazione per il nutrimento e gli ostacoli di questo mondo; nel Vangelo: Non prendete bisaccia da viaggio (Mt 10, 9). La borsa è il tesaurizzare in Dio; nel Vangelo: Fatevi borse che non si consumino (Lc 12, 33). E in altro senso: Non ci sarà che una borsa per tutti (Pro 1, 14), cioè l’avarizia. Il denaro è le parole divine; nel Vangelo: Tu dovevi dunque mettere il mio denaro in mano ai banchieri (Mt 25, 27). È anche la sapienza, per cui in Salomone: La sapienza nascosta e il tesoro occulto di quale utilità possono essere? (Ecli 20,30). Il vello è il popolo; nel salmo: E scende come la pioggia sul vello (Sal 71, 6). Il lino è la forza spirituale, o il candore, o la sottigliezza delle Scritture; nell’Esodo: Poi farai delle tuniche di lino per i figli di Aronne (Es 28,40). O in senso negativo: Non indossare vesti di lana e lino tessuti insieme (Dt 22, 11). Gli otri sono i vasi del corpo umano; nel Vangelo: Devi mettere il vino nuovo in otri nuovi (Lc 5, 38). La farina è l’opera buona, o la scienza; nel Vangelo: Una donna ha nascosto [il lievito] in tre misure di farina (Lc 13, 21). O, in senso negativo, è i vani pensieri, come nel profeta: Prendi la mola e macina la farina (Is 47, 2). La macina è il volgersi della vita; nel Vangelo: Due donne che saranno a macinare alla macina (Mt 24, 41). Le due pietre della macina possono anche significare i due Testamenti, e col lavoro degli studiosi si muta il frumento del Vecchio Testamento nella farina del Vangelo.
Tutti questi termini che occorrono nel testo della lezione sacra, siano o no presi in senso più o meno scoperto, possono significare in diversi modi sia persone sia tempi o luoghi, oppure incarnare immagini adatte all’argomento grazie all’interpretazione allegorica. Infatti per abisso si può intendere, come abbiamo detto sopra, sia la profondità delle Scritture che l’immensità delle acque: Irruppero tutte le fonti del grande abisso (Gn 7, 11). L’abisso è anche gli ineffabili giudizi di Dio; nel salmo: Sono un profondo abisso i tuoi giudizi (Sal 35,7). L’abisso è, parimenti, l’inferno: Chi scenderà nell’abisso? per far cioè risalire Cristo dai morti? (Rm 10,7). L’abisso è pure i cuori degli uomini tenebrosi per i misfatti: L’abisso disse: “Non è in me” (Gb 28, 14), cioè la sapienza. Il fuoco, come abbiamo ricordato sopra, può significare lo Spirito Santo, come dice Paolo: Il nostro Dio è un fuoco che consuma (Eb 12, 29). Inoltre, il fuoco è la carità circondata dalle proprie fiamme. Il fuoco è anche la tribolazione; nel Salterio: Come l’argento ci passasti al fuoco (Sal 65, 10). Oppure: Passammo attraverso il fuoco e l’acqua (ibid. 12). Il fuoco è l’ira: Ch’io li consumi nel fuoco della mia ira, dice il Signore. Il fuoco è la voluttà: I loro cuori si disfano come in un fuoco. Il fuoco è anche il pensiero cattivo: Allora il fuoco consumerà i ribelli (Eb 10, 27). È inoltre la virtù della carità: Il carro di Dio è fiamma, e le sue ruote un fuoco ardente (Dn 7, 9). Come abbiamo già detto, l’ombra è la protezione divina, ma talvolta indica anche i peccati: Siedono nelle tenebre e nell’ombra della morte (Sal 108, 10). Altrove è il castigo; in Giobbe: L’ombra della morte e il disordine (Gb 10, 22). E come l’ombra non è lontana da ciò di cui è ombra, così la morte non è lontana dal castigo apportatore di morte. Talvolta l’ombra è il piacere dei peccati; in Giobbe sul diavolo: Riposa nell’ombra, nel segreto del canneto e della palude (Gb 40,21).
Al contrario, una cosa può essere simbolizzata da diverse altre. Ricordiamo come le due pietre da macina possono significare i due Testamenti, ma questi possono anche essere rappresentati da due cherubini, come nell’Esodo (Es 25, 20); da due animali, in Abacuc; due pietre, nell’Esodo (Es 17,6) e nel Cantico dei Cantici (Cn 2, 14), dove il velo protegge sia la sposa sia Mosè; i due monti di bronzo in Zaccaria, abbondanti di mirteti, dalla cui ombra escono quadrighe con cavalli rossi, neri, bianchi e pezzati (Zc 6, 1). Ma non ci è sembrato possibile proseguire nell’elenco dei molteplici significati dei singoli nomi, a causa della vastità di un simile lavoro; torniamo perciò a quel modo e tipo d’interpretazione che poco sopra abbiamo abbandonato per le necessità del discorso.
Le ceste [cophini] sono gli apostoli; nel Vangelo: E degli avanzi se ne raccolsero dodici ceste piene (Mt 14,20). O altrove: Le sue mani si sono occupate della cesta (Sal 80, 7), cioè sono state legate dalla servitù e tribolazione portata dagli Egizi. La sedia [cathedra] è la dottrina: Sia lodato nel consesso [in cathedra] degli anziani (Sal 106,32). O in altro senso: E non si insedia sulla cattedra della pestilenza (Sal 1,1), cioè sulla dottrina degli eretici. Lo sgabello è l’assoggettamento; nel salmo: Finché avrò posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi (Sal 109, 1). Oppure, è l’umanità di Cristo, come nel salmo: Prostratevi dinnanzi allo sgabello dei suoi piedi (Sal 98,5). La bilancia è l’equità, o la potenza del governo di Dio; in Isaia: Pesò i monti con la stadera e i colli con la bilancia (Is 40, 12). La cenere è la futilità della fragilità umana; in Salomone: Perché si insuperbisce, chi non è che terra e cenere? (Ecli 10, 9). La pentola è la stirpe; nel salmo: Moab è la pentola della mia speranza (Sal 59, 10), perché la stirpe di Cristo secondo la carne è discesa da Ruth di Moab. In altro senso, la pentola è la cottura della tribolazione; nel profeta: Vedo una pentola che bolle e che viene da settentrione (Ger 1, 13). Le lampade sono le anime risplendenti di giustizia; nel Vangelo: E prepararono le loro lampade (Mt 25, 7). Oppure, sono la chiarezza dei miracoli, o le parole dei predicatori, che sprezzano gli sciocchi, com’è in Giobbe: Lampada che sprezza i pensieri degli sciocchi (Gb 12, 5). Le tenebre sono i piaceri o le dottrine erronee, come nel salmo: Faceva della tenebra un velame (Sal 17, 12). Oppure è il castigo o l’ostilità, come in Isaia: Io formo la luce e creo le tenebre (Is 45, 7). La lucerna è la Chiesa, o l’anima; nel Vangelo: Siano cinti sempre i vostri fianchi e le lucerne accese (Lc 12, 35). Altre volte, le lucerne sono le opere buone: Così risplenda la vostra luce, affinché si vedano le vostre opere buone (Mt 5, 16). Il moggio è il corpo umano, o la lettera della legge, o il popolo dei Giudei; nel Vangelo: Non si accende la lucerna per porla sotto il moggio (Mt 5,15). Oppure, è il giusto giudizio o l’equilibrio della mente nel rapportarsi al prossimo e a Dio; perciò dice Mosè: Giusto sia il tuo moggio (Lv 19, 36). Il candelabro è la Chiesa, o il corpo del Signore, o la santa Scrittura; nel profeta: E vidi a destra dell’altare due candelabri accesi (Zc 4, 2). La mensa significa l’altare, o il nutrimento spirituale; nel salmo: Tu prepari innanzi a me la mensa (Sal 22, 5).
La chiave è l’apertura della scienza spirituale; in Luca: Guai a voi, dottori della Legge, perché vi siete presa la chiave della scienza, ma voi non siete entrati e avete impedito quelli che volevano entrare (Lc 11, 52). Le chiavi sono anche le virtù della giustizia, della misericordia e della pietà; nel Vangelo: Ti darò le chiavi del Regno dei cieli (Mt 16, 19). I chiodi sono il timor di Dio, come nel salmo: Conficca il timore di Te nelle mie carni (Sal 118, 20). Oppure, sono i dotti nella nobile scienza, come in Salomone: Le parole dei sapienti sono come pungoli e chiodi piantati in alto (Ec 12, 11). Le spranghe sono le barriere contro i sacrileghi nei confronti dei precetti divini; nel salmo: Perché ha rafforzato le spranghe alle tue porte (Sal 147, 12). L’ascia e la mannaia sono la persecuzione dei malvagi; nel salmo: L’han frantumata con ascia e bipenne (Sal 73,6). La scure bipenne è il duplice tormento, come nel salmo precedente. La lancia è l’anima del giusto, che si spande scagliata come una lancia. Oppure è la morte, come nel salmo: Scampa la mia anima dalla lancia, o Dio (Sal 21, 21). La spada [gladius] è la parola di Dio, come nell’Apostolo: La spada dello spirito, cioè la parola di Dio (Ef 6, 17). Oppure è la lingua del falso testimone, come nel salmo: Le loro zanne sono come lance e frecce, spada acuta la lingua (Sal 56, 5). La nave è la Chiesa; nel Vangelo: La barca, intanto, in mezzo al mare veniva sbattuta dai flutti (Mt 14, 24). L’uomo è sovente paragonato anche a una piccola nave, perché come il navigatore governa la barca, così l’uomo deve prestare attenzione a governare i suoi pensieri. Le reti sono la predicazione; nel Vangelo: Gettate le reti per la pesca (Lc 5,4). Le travi sono il peccato più grave; nel Vangelo: Leva prima la trave dal tuo occhio (Mt 7, 5). La pagliuzza è il peccato più lieve; nel Vangelo: E poi potrai vedere per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello (ibid.). La rete è l’inganno; nel salmo: Una rete hanno teso ai miei piedi (Sal 56, 7). Le funi sono la sorte o l’eredità; nel salmo: Caddero per me le funi in buon terreno (Sal 15, 6). Oppure, le funi sono i peccati: Guai a coloro che attirano a sé i peccati come una lunga fune (Is 5, 18). E altrove: Le funi dei peccatori mi hanno avvinto (Sal 118, 61). La ruota è la terra, o la vita umana; nel salmo: La tua voce è un tuono nella ruota (Sal 76, 19). Altrimenti: Dio mio, fa che siano come in una ruota (Sal 82, 14), cioè rendili incostanti e instabili nella loro malvagità. Oppure, significa entrambi i Testamenti, come in Ezechiele (Ez 1,16). La spugna è la vuota mancanza di fede dei Giudei; nel Vangelo: Inzuppata una spugna nell’aceto, la posero in cima ad una canna d’issopo, e gliel’accostarono alla bocca (Gv 19, 29). La scala è il progresso dei santi; nel Genesi: E vide in sogno una scala che, appoggiata sopra la terra, con la cima arrivava al cielo, e per essa gli angeli di Dio salivano a scendevano (Gn 28, 12). La scopa è la cura della superstizione tramite la vana gloria; nel Vangelo: E tornando la trovò pulita con la scopa (Lc 11,25). Le stoppie sono la folla dei malevoli per vizi e peccati, come nel profeta: La riunione dei peccatori è come stoppa accumulata (Ecli 21,9). La perla è la dottrina del Vangelo, o la speranza nel Regno dei cieli; nel Vangelo: Trovata una perla preziosa, va, vende quanto ha e la compra (Mt 13, 46). L’anello è il segno della fede; nel Vangelo: E mettetegli un anello nella mano (Lc 15, 22). Ciò è inteso anche nel salmo: È come un segno su di noi il lume del tuo volto, o Signore (Sal 4, 7). I mantelli [chlamides] sono l’ornamento del valore; in Salomone: Ha fatto mantelli per suo marito (Pro 31, 22): qui si intende un vestito confezionato con due colori (cioè i due Testamenti).
L’oro è la comprensione interiore delle Scritture; nel salmo: Le piume del suo dorso sono d’oro (Sal 67, 14). Oppure, è la divinità di Cristo, com’è detto dello sposo nel Cantico: La testa sua è oro puro (Cn 5, 11); altrimenti, è lo splendore della Gerusalemme celeste, come testimonia di aver visto Giovanni: La città è d’oro puro (Ap 21, 18). O è la sapienza; Salomone dice che nella bocca del sapiente v’è un tesoro indimenticabile. O ancora, è lo splendore della santità, il cui improvviso mutamento è lamentato da Geremia: Ah, come s’è offuscato l’oro, s’è alterato l’oro più fino (Lam 4, 1). L’argento è le Sacre Scritture, o la comprensione della lettera o narrazione; nel salmo: Le parole di Dio sono parole pure, argento sette volte purgato nel fuoco (Sal 11, 7). O in senso negativo: Il loro oro e il loro argento si sono arrugginiti (Gc 5, 3): i peccatori, quando raggiungono la fornace della Gehenna, sono come la schiuma e la ruggine che nella fucina l’argento deposita dal gocciolatoio. Le pietre preziose sono gli apostoli, o i santi, o le stesse azioni virtuose; nell’Apocalisse: I basamenti del muro della città sono ornati d’ogni sorta di pietre preziose (Ap 21,19). Il bronzo indica una fede simulata e vana; nell’Apostolo: Sarei come un bronzo che suona (1Cor 13, 1). O in altro senso: Hai fatto delle mie braccia un arco di bronzo – cioè le hai rese forti e salde. Il ferro è la tribolazione, o l’uomo stesso: Un ferro ha trapassato l’anima sua (Sal 104, 18). Il piombo è il peso dei peccati. Il vaso di terracotta è la fragilità della carne; nell’Apostolo: Abbiamo questo tesoro in vasi di terracotta (2Cor 4, 7).

IX. Il significato di alcuni verbi

Edificare significa compiere opere buone, o insegnare bene; nell’Apostolo: Se qualcuno edifica su questo fondamento con oro, argento o pietre preziose (1Cor 3, 12), cioè con le azioni di diverse virtù. Distruggere significa compiere il male o insegnarlo; in Salomone: Uno edifica e l’altro distrugge (Ecli 34,23). Mondare è spurgare dai vizi; nel Vangelo: Gesù lo toccò, dicendo: «Sii mondato: lo voglio». E subito fu mondato dalla sua lebbra (Mt 8, 3). Stare in piedi significa sussistere nella fede; nell’Apostolo: State ritti e saldi nella fede (1Cor 16, 13). Camminare è tendere a Dio; nel salmo: E me ne andrò per un ampio cammino (Sal 118,45). Stare seduti è riposare umilmente in Dio; nel Vangelo: Sedete qui in città (Lc 24, 49). Giacere indica soccombere ai vizi e alle tentazioni; nel Vangelo: E la trovò che giaceva a letto (Mt 7, 30). Correre è affrettarsi verso il bene; nell’Apostolo: Correte per ottenerlo (1Cor 9,24). Vegliare significa sorvegliare il proprio cuore, o rinascere in Dio; nel salmo: Dalla veglia mattutina fino alla notte (Sal 129, 6). E l’Apostolo: Siate giustamente zelanti e non peccate (1Cor 15, 34). O altrove: Vigilate, mantenetevi costanti nella fede, operate virilmente (1Cor 16, 13). Dormire è riposare presso Dio dopo il trapasso; nel salmo: Chi dorme non si risolleverà? (Sal 40, 9). Altrimenti, dormire significa essere intorpiditi dal sopore dei peccati; nell’Apostolo: Destati, tu che dormi (Ef 5,14). Arrossire di vergogna per il male è ottimo, per il bene è pessimo; perciò è detto: C’è una vergogna che è peccato e una che è onore (Ecli 4,25). Salire indica il progresso verso Dio: L’ascensione è nel suo cuore (Sal 83, 6). Scendere è allontanarsi da Dio; nel Vangelo: Un certo uomo discendeva da Gerusalemme a Gerico (Lc 10, 30).
La via è Cristo; nel Vangelo: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Altrimenti, la via è la vita dell’uomo; nel salmo: Ti ho esposto le mie vie e mi hai esaudito (Sal 118, 26). E in Salomone: Mangino il frutto delle loro vie (Pro 1, 31). La via spaziosa è cosparsa di allettamenti peccaminosi; nel Vangelo: Ampia è la porta e spaziosa la via che porta alla perdizione (Mt 7, 13); stretta, angusta e ricca di tribolazioni è la via che porta alla vita ; nel Vangelo: Stretta è la porta e angusta la via che porta alla vita (ibid.). La via diritta è quella ordinata dai precetti divini; in Isaia: Appianate i suoi sentieri (Is 40, 3); la via contorta è quella che allontana dai precetti di Dio; in Isaia: E le vie contorte saranno mutate in diritte, quelle aspre saranno appianate (ibid.). La via piana è quella livellata dall’obbedienza ai precetti; in Isaia, come sopra. L’aspra è quella resa orribile dalla disobbedienza. Volta a destra è la via giusta, a sinistra quella che si volge all’ingiustizia; nel Vangelo: E metterà le pecore a destra e i capri a sinistra (Mt 25, 33), cioè verso la parte dell’ingiustizia. La fossa è l’inganno o la caduta nella morte; nel salmo: Innanzi a me scavata hanno una fossa (Sal 56, 7). Il pozzo è il diavolo, o l’inferno; nel salmo: E non chiuda su di me il pozzo la sua bocca (Sal 68, 16). E, in senso positivo, nel Genesi: Al pozzo del giuramento (Gn 46, 1), cioè all’acqua della fede. Oppure, è l’inizio della fede, come nel Cantico: Fontana di giardini, zampillo d’acqua viva (Cn 4, 15). La fonte è Cristo, come nel salmo; La mia anima ha sete di Dio, fonte viva (Sal 41, 3). Oppure, è i doni di Dio, come nel salmo: E apparvero le fonti delle acque (Sal 17, 16). Altrimenti, in senso negativo, sono i maestri delle dottrine pervertite e che agiscono ingiustamente, come in Pietro: Costoro sono come fonti senz’acqua (2Pt 2, 17). Il torrente è la forza delle tentazioni che percuote la mente, come nel salmo: Un torrente è passato sopra la nostra anima (Sal 123,5). Altrimenti, è la freddezza dei peccati, per essere liberato dalla quale Davide dice: Rivolgi, Signore, la nostra prigionia, come i torrenti nella terra australe (Sal 125,6). La sanità è l’integrità della mente; nel salmo: Ti ho chiamato e mi hai sanato (Sal 29, 3). La debolezza [languor] è la malattia dei vizi; nel salmo: Egli davvero si è addossato le nostre debolezze (Is 53,4). La lebbra è la contaminazione dei peccati; nel Vangelo: E subito fu mondato dalla sua lebbra (Mt 8, 3).

X. Gerusalemme e le cose a lei contrarie

Gerusalemme è la Chiesa, o l’anima; nel salmo: Loda, o Gerusalemme (Sal 147, 12). Bisogna notare che tutto quanto s’adatta alla Chiesa, altrettanto si può riferire all’anima. Sion è la stessa cosa; nel salmo: Loda il tuo Dio, o Sion (ibid.). I figli di Sion sono i figli della Chiesa; nel salmo: Esultino i figli di Sion nel loro re (Sal 149, 2). Le figlie di Gerusalemme sono la stessa cosa, cioè le anime dedite alla vita celeste; in altro senso, le figlie sono le anime inferiori, come nel libro della Sapienza: Se hai delle figlie, custodiscile (Ecli 7, 26). La tenda [tabernaculum] è il corpo del Signore, o la Chiesa; nel salmo: Nel sole ha posto la sua tenda (Sal 18, 6). Altrimenti è la patria celeste, come nel salmo: Perché entrerò nel luogo della tenda (Sal 41,5). L’arca è la carne del Signore, o i cuori dei santi, pieni di Dio; nel salmo: Tu e l’arca della tua santificazione (Sal 131, 8). Oppure, l’arca è la Chiesa, che racchiude quanti si salveranno; nel Genesi: Non scampò che Noè, con quelli che erano con lui nell’arca (Gn 7, 23). Le due tavole di pietra credo che significhino i due testamenti, o i due precetti dell’amore verso Dio e verso il prossimo; nell’Esodo: E disse il Signore a Mosè: «Tagliati due tavole» (Es 34, 1). La legge significa i precetti divini; nel salmo: La legge del Signore è perfetta (Sal 18, 8). Lo scritto è il contratto del peccatore col diavolo, redatto dalla mano dell’iniquità; nell’Apostolo: Lo scritto del peccato che era contro di noi (Col 2, 14). Il patto è l’accordo della grazia divina con l’uomo; nel salmo: Ho visto quelli che non mantenevano il patto. L’alleanza [testamentum] è il consolidamento della volontà divina; nel profeta: e confermerò la mia alleanza col regno di Giuda (Eb 8, 8), con scalpello di ferro (Gb 19, 24), cioè l’ardente volontà del verbo divino.
Il prepuzio è la vita pagana; nell’Apostolo: È stato chiamato un incirconciso? Non sia circonciso ( 1 Cor 7,18), cioè, anche chi viene dal popolo pagano alla fede di Cristo, non sia circonciso. La circoncisione è lo spogliarsi dei vizi; nell’Apostolo: Siete stati circoncisi non da mano d’uomo, ma nello spogliarvi del corpo di carne (Col 2, 11). Il corno è la forza, o il regno; nel Primo dei Re: E diede potenza al corno del suo unto (1Re 2, 10). La porpora è il martirio cruento; nell’Esodo: Ognuno di cuor generoso porli un’offerta al Signore: oro, argento e bronzo, giacinto, porpora, scarlatto e bisso (Es 35, 5). I fili sono le parole della fede conservate con diligenza, come nel salmo: Splendida avanza la figlia del re, nel manto dai fili d’oro (Sal 44, 14). Lo scarlatto ha lo stesso significato della porpora, oppure può simbolizzare l’ardore di carità, o il ricordo della croce; nell’Esodo, vedi sopra. Il bisso è la castità, o il candore della continenza; nell’Esodo, vedi sopra. Il giacinto è il colore scuro dei confessori; nell’Esodo, vedi sopra.
Il paramento omerale significa le opere che si compiono col braccio; nell’Esodo: Fecero il paramento omerale con oro, giacinto, porpora, scarlatto e bisso ritorto (Es 39, 2). Il pettorale significa le dottrine, o la dichiarazione della ragione che viene dal petto; nell’Esodo: E fecero il pettorale, lavorato a ricamo come il paramento omerale (Es 39, 8). La veste talare è la dottrina più segreta e perfetta; nell’Esodo: E fecero la veste talare tutta di tessuto color giacinto, da mettere sotto l’umbone (Es 39, 20). La lamina aurea frontale è una prefigurazione della croce; nell’Esodo: Fecero pure una lamina aurea, e vi iscrissero le lettere col segno della santità del Signore (Es 39, 29), cioè il nome di Dio o Tetragrammaton. Il tempio è il corpo del Signore, o di un santo; nell’Apostolo: Voi infatti siete il tempio del Dio vivente (2Cor 6,16). E il Signore dice: Disfate voi questo tempio (Gv 2,19). L’altare è l’altezza della fede; nel salmo: E torneranno sul tuo altare i vitelli (Sal 50,21). Il sacrificio è il dono della giustizia; nel salmo: Sacrificale il sacrificio della giustizia (Sal 4, 6). Oppure è la lode a Dio, come nel salmo: Il sacrificio di lode è mia gloria (Sal 49, 23). L’olocausto rappresenta colui che è tutto acceso dalla fede; nel salmo: Offrirò a te pingui olocausti (Sal 65, 15). L’ostia è Cristo, o l’anima dedita a Dio; nell’Apostolo: Oblazione e ostia di soave odore a Dio (Ef 5,2). La mirra è la prova del destino mortale; nel salmo: Son mirra, aloe, cassia tutte le tue vesti (Sal 44,9). L’incenso è la forza della preghiera, come nel salmo: A te levo la mia preghiera come incenso (Sal 140,2). Il profumo è la grazia diffusa del nome di Cristo; in Salomone: Un profumo diffuso è il tuo nome (Cn 1,3). Il sancta sanctorum è tutti i misteri più nascosti del Signore, o il Regno dei cieli; nella lettera agli Ebrei: Cristo infatti non entrò in un santuario fatto da mano d’uomo, che fosse soltanto immagine del vero, ma entrò nel cielo stesso per presentarsi addirittura davanti a Dio e intercedere per noi (Eb 9, 24).
Il sabato è il riposo spirituale; nel Genesi: Il Signore si riposò da tutte le sue opere (Gn 2, 2). Oppure, in Isaia: Se ti asterrai dal profanare il sabato (Is 58, 12). Altrimenti, in senso negativo: La videro i suoi nemici e derisero il suo sabato (Lam 1, 7), ecc. La Quaresima è un’immagine della travagliata vita presente; nel Vangelo: Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti (Mt 4,2). La Pasqua è il preannunzio del trapasso del Signore: Prima della festa di Pasqua, sapendo Gesù che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre (Gv 13, 1). La Pentecoste è la manifestazione della beatitudine futura, o la remissione; nel Levitico: contate sette settimane complete, fino al giorno successivo (Lv 25, 10). La città di Dio è la Chiesa, o l’anima; nel salmo: Nella città del nostro Dio (Sal 48,2). Il cittadino è il fedele; nell’Apostolo: Ma siete diventati concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio (Ef 2, 19). Le mura significano i baluardi della Sacra Scrittura, o i profeti, o i santi; nel salmo: Siano rialzate le mura di Gerusalemme (Sal 50, 20); o in altro senso: Per il mio Dio travalico le mura (Sal 17, 30). Le torri sono gli apostoli, o tutti i perfetti; nel salmo: E prosperità
entro le tue torri (Sal 121,7). Le porte sono le Sacre Scritture, o la giustizia, o gli apostoli, o gli angeli; nel salmo: Innalzatevi, o porte eternali (Sal 23, 7). Altrimenti, in altro senso: Perché larga è la porta e ampia la via che porta alla morte (Mt 7, 13). Le piazze sono l’estesa beatitudine dei santi; nell’Apocalisse: Le piazze della città sono d’oro puro, trasparente come cristallo (Ap 21, 21). Le fondamenta sono Cristo, o la fede; nell’Apostolo: Nessuno può infatti gettare altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Gesù Cristo (1Cor 3,11). La muraglia a secco [maceria] è la legge, o la custodia degli angeli; nel Cantico d’Isaia: E la circondò d’una muraglia, vi infisse delle pertiche e piantò dei vitigni (Is 5, 2). La casa è l’anima dove abita Cristo, o la Chiesa; nel Salmo: Andiamo nella casa del Signore (Sal 121, 1). La sala da pranzo [coenaculum] è i meriti elevati, o l’altezza della scienza; nel Vangelo: E vi mostrerà un grande cenacolo al piano superiore (Lc 22, 12). L’entrata [ostium] è l’apertura della fede; nell’Apostolo: Mi si è offerta un’occasione [ostium] grande e promettente (1Cor 16, 9). Il portiere è Cristo che dice: Chi per me passerà, sarà salvo (Cn 2, 9). La colonna è il firmamento, o la stabilità dello spirito; nell’Apostolo: Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati come colonne (Gal 2,9). La parete significa talvolta la costruzione delle buone opere; nel Cantico: Eccolo, è qui dietro la parete e guarda attraverso le finestre (Cn 2, 9). Le finestre sono la vista, l’udito e gli altri sensi, come sopra nel Cantico; oppure in senso negativo: La morte è entrata dalle finestre (Ger 9, 12). Il gradino è l’ascesa spirituale; nel titolo dei salmi: Cantico dei gradini. Procedono sempre più forti (Sal 83, 8). Il pavimento è l’umiliazione, o l’afflizione dell’anima o, se si vuole, il chinarsi a terra; nel salmo: L’anima mia è prostrata sul pavimento (Sal 118,25).
Il salterio indica le opere buone; nel salmo: Col salterio soave e con la cetra (Sal 80, 3). La cetra rappresenta il petto dei devoti nel quale, per così dire, stanno come corde le virtù, cioè i beni spirituali; nel salmo: Alzati, salterio con la cetra, cioè le opere [buone] assieme alla fede; oppure, se si preferisce riferire ciò al Signore stesso, la resurrezione della carne assieme alla forza divina. Il decacordo simboleggia i dieci comandamenti, oppure i cinque sensi dell’uomo esteriore più quelli dell’uomo interiore; nel salmo: Sul decacordo, col canto e con la cetra (Sal 91,4). L’organo è l’uomo, o chi è stato accolto dal Signore; nel salmo: Lodatelo con le corde e l’organo (Sal 150, 4). Il timpano è il corpo indebolito dal digiuno; nel salterio: Lodatelo col timpano e il coro (ibid.). Il coro è la concordia; vedi il salmo precedente. La tromba indica il levare la voce nella predicazione di Dio; nel profeta: Risuona la tua voce come una tromba (Is 58, 1). I cimbali sono le labbra che confidano nel Signore, o l’amore verso Dio e il prossimo; nel salmo: Lodatelo sui cimbali sonori (Sal 150, 5). Il giubilo è il grido più fervido dello spirito; nel salmo: Lodatelo coi cembali giubilanti (ibid.).
L’Egitto è questo mondo, o il popolo pagano; nel salmo: Ricchi doni vengon dall’Egitto (Sal 67, 32). L’Etiopia è la Chiesa formata da quanti furono pagani; nel salmo: Accorre l’Etiopia e alza le mani a Dio (ibid.); o in altro senso: L’hai data in pasto al popolo etiope (Sal 73, 14). Babilonia è il mondo, oppure Roma; nell’Apocalisse: E la grande Babilonia fu ricordata davanti a Dio, perché le fosse dato il calice del vino della sua ardente indignazione (Ap 16, 19). I nemici sono il diavolo, o i vizi; nel salmo: Non sia turbato nel parlare ai nemici sulla porta (Sal 126, 5). I ladri figurano gli eretici e i falsi profeti; nel Vangelo: Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e assassini (Gv 10, 8). I popoli [gentes] sono i vizi; nel Pentateuco: Quando il Signore Iddio tuo t’avrà introdotto nel paese, al quale sei diretto per prenderne possesso, numerosi popoli cadranno davanti a te (Dt 7, 1). O in altro senso: Popoli tutti, battete le mani (Sal 46, 2). I combattimenti sono la lotta contro la negligenza spirituale e la contesa dei vizi; nell’Apostolo: Egli stesso è infatti la nostra pace (Ef 2,14). La vittoria simbolizza il trionfo sul diavolo o sugli ostacoli; nell’Apostolo: Ma sia ringraziato Dio, che ci dà la vittoria mediante il Signor Nostro Gesù Cristo (1Cor 15, 17). Il premio indica la ricompensa dei meriti acquisiti; nell’Apostolo: Corro verso la meta, per conseguire il premio della superna vocazione in Dio (Fil 3, 14). La corona significa la mercede dell’eterna gloria mediante la giustizia; nell’Apostolo: Ormai non mi resta che ricevere la corona di giustizia (2Tm 4, 8). Poiché il compimento del profitto spirituale porta alla corona, con essa termina anche l’interpretazione spirituale di tutti questi termini, che con grande difficoltà abbiamo riunito, senza poi contare quanti sono provvisti di un duplice senso.

XI. I numeri

Dopo esserci occupati dei nomi, trattiamo infine brevemente dei numeri, poiché si conoscono molti casi di calcolo mistico inerente le cose sacre.
Uno – Questo numero riconduce all’unità divina; nel Pentateuco: Ascolta, Israele: il Signore, Iddio tuo, è l’unico Dio (Dt 6,4). E l’Apostolo: Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo (Ef 4, 5). E l’arca di Noè, che rappresenta la Chiesa, misura un cubito [per quanto concerne le finestre] (Gn 6, 16), perché la quiete eterna si compie nella contemplazione dell’unico Dio.
Due – Si riferisce ai due Testamenti della Legge divina; nei Re: E nel Santuario fece due cherubini di legno d’ulivo, alti dieci cubiti ciascuno (3Re 6, 23). Due sono anche i precetti della carità, l’amore verso Dio e quello verso il prossimo. Due nel campo, due alla macina, due a letto (Lc 17,34) si legge nel santo Vangelo.
Tre – La Trinità; nella lettera di Giovanni: Tre danno testimonianza in cielo, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e tre danno testimonianza in terra, lo spirito, l’acqua e il sangue (1Gv 5,7). E nel Genesi: Tre tralci (Gn 40, 10).
Quattro – I quattro Vangeli; in Ezechiele: E nel mezzo apparve la figura di quattro viventi (Ez 1, 5); come anche i quattro fiumi del Paradiso (Gn 2, 10). Il nome del Tetragrammaton si scrive con quattro lettere ebraiche. La croce si espande in quattro raggi, come dice Abacuc: I raggi stanno nelle sue mani (Abc 3,4).
Cinque -1 cinque libri di Mosè, i cinque portici (Gv 5, 2), i cinque pani (Gv 6, 9), le cinque piaghe (Gv 20, 35) nel corpo del Signore. L’Apostolo: In chiesa preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza (1Cor 14, 19).
Sei – Il sesto giorno [della Creazione] in cui il Signore fece l’uomo e tutti gli animali terrestri; nel Genesi: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza (Gn 1,26). E poco oltre: E si fece sera e mattina, il sesto giorno (ibid. 31). Il numero sei racchiude la perfezione: perciò si racconta che Dio portò a compimento il mondo in sei giorni, e ai cinque [i libri di Mosè] si aggiunse l’uno, cosicché la legge è completata grazie al Vangelo. Sei sono le età del mondo: cinque già trascorsero, e la sesta va da Giovanni Battista e dall’incarnazione di Cristo fino alla fine del mondo; perciò Dio creò nel sesto giorno l’uomo a sua immagine, così come in questa sesta età si è mostrata, per mezzo del Vangelo e secondo l’immagine di chi ci ha creato, la riforma della nostra anima. Le sei età significano anche le sei idrie che il Signore comandò di riempire d’acqua, e in esse l’acqua fu mutata in vino (Gv 2, 6); in ciò dobbiamo intendere la manifestazione di Cristo secondo la Legge e i profeti, poiché questi sei tempi sono distinti e separati secondo una serie, quasi come vasi vuoti destinati ad essere riempiti dal Cristo. I tempi senz’altro sarebbero trascorsi vuotamente se in essi il Signore Gesù Cristo non avesse predicato: e dunque invece le idrie sono colme, cioè le profezie sono adempiute.
Sette – Nel settimo giorno, quando tutto fu compiuto, il Signore si riposò; nel Genesi: E il settimo giorno il Signore si riposò da tutte le opere compiute (Gn 2, 2). Questo numero, a motivo della sua composizione aritmetica, rappresenta per la natura umana la massima perfezione: esso infatti consta del primo pari e del primo dispari, cioè del primo numero divisibile e del primo indivisibile; perciò il giubileo, che rappresenta la pace perfetta, si compone di sette settimane. Da ciò anche i sette spiriti che stanno innanzi al trono di Dio (Ap 1, 4); e i sette pani con cui Cristo saziò quattromila persone (Mt 15, 34) significano la settiforme grazia dello Spirito Santo.
Otto – Il giorno della resurrezione del Signore; nel titolo del salmo: Alla fine sull’ottava (Sal 6, 1).
Nove – Il mistero dell’ora nona, in cui il Signore spirò; nel Vangelo: E verso l’ora nona Gesù gridò a gran voce (Mt 27,46). Sono anche nove i nomi delle pietre preziose, e nove le gerarchie angeliche.
Dieci – Il decalogo, cioè le dieci parole che furono scritte sulle due tavole; nel salmo: T’inneggerò sull’arpa decacorde (Sal 143, 9).
Undici – Gli apostoli; nel Vangelo: Gli undici discepoli andarono in Galilea (Mt 28, 16). Il numero undici, poiché supera il dieci per un’unità, può anche essere preso a significazione della trasgressione e del suo biasimo; per questo l’apostolo Pietro non permise che il numero degli apostoli rimanesse fermo a undici [dopo l’esclusione di Giuda Iscariota], ed elesse Mattia (At 1, 26), che divenne il dodicesimo della serie. Perciò la vecchia legge comanda di fare undici teli dipelo di capra (Es 26, 7), che significano gli atti di penitenza per purgarsi dai propri peccati. L’undicesima ora (Mt 20,6) è anche detta dai Pagani “età decrepita”.
Dodici – Gli apostoli; nel Vangelo: Questi sono i nomi dei dodici apostoli (Mt 10, 2). Questo numero indica anche la moltitudine di quanti giudicheranno tutto [assieme al Signore] (Mt 19, 28), poiché le due parti del settenario (il quale spesso è preso a significare il mondo), cioè il tre e il quattro, se moltiplicate l’una per l’altra compongono il dodici.
Quattordici – Il mistero delle generazioni del Signore; nel Vangelo: Da Abramo a Davide sono quattordici generazioni (Mt 1, 17).
Quindici – I quindici gradini del tempio di Salomone; in base a questo numero furono scritti i cosiddetti quindici salmi graduali, dal salmo Ad Dominum cum tribularer (119) fino al salmo Laudate nomen Domini (133).
Sedici – Il numero dei profeti.
Ventidue – Il mistero dei libri divini, secondo la Scrittura degli Ebrei.
Ventiquattro – Il mistero del numero degli anziani; nell’Apocalisse: E sui troni ventiquattro anziani (Ap 4, 4). Anche le ventiquattro classi in cui il re Davide divise i sacerdoti addetti al ministero del Tempio, estraendoli poi a sorte (1 Par, 24, 7 segg.).
Trenta – Il frutto dei coniugi fedeli [a Cristo]; nel Vangelo: E una parte fruttò cento volte, un’altra sessanta e un’altra trenta (Mt 13, 8) – questa si riferisce ai coniugi, le sessanta volte alle vedove e le cento volte alle vergini.
Trentatré – Il mistero degli anni in cui trascorse l’incarnazione di Cristo; ciò è adombrato dall’Apostolo, quando dice: Finché tutti insieme arriviamo all’unità della fede, alla piena conoscenza del figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (Ef 4, 13).
Quaranta – Il mistero della Quaresima; nel Vangelo: E fu condotto dallo spirito nel deserto per quaranta giorni (Lc 4, 2). E la virtù del Decalogo è moltiplicata dai quattro libri del Vangelo: così compiamo i comandi del Decalogo se badiamo alla perfezione ai quattro santi libri del Vangelo; così, con la moderazione, le veglie, le orazioni e le altre cose che l’Apostolo ricorda come armi della giustizia (2Cor 6, 7), raggiungiamo i premi della vita immortale.
Quarantadue – Il numero delle tappe nel deserto, o delle generazioni succedutesi da Abramo fino al Signore Gesù Cristo (Mt, 1).
Quarantasei – Quarantasei anni sono occorsi per fabbricare il Tempio (Gv 2, 20), cioè per la sua riedificazione dopo Salomone, al tempo del ritorno degli Ebrei dopo l’esilio [babilonese]. Il numero di questi anni si confà molto armoniosamente alla perfezione del corpo del Signore.
Cinquanta – La Pentecoste; negli Atti degli Apostoli: Venuto dunque il giorno della Pentecoste (At2, 1).
Sessanta – Il frutto dovuto alle vedove e alle persone sobrie; nel Vangelo: E alcuni fruttarono sessanta volte (Mt 13,8).
Settantadue – Il numero degli anziani eletti da Mosè (Nm 11,24), o dei discepoli scelti dal Signore; nel Vangelo: Dopo questo, il Signore ne designò ancora altri settantadue e li inviò a due a due innanzi a sé, in ogni città (Lc 10, 1).
Cento – Il frutto dei martiri e delle vergini; nel Vangelo: Altri fruttarono cento volte (Mt 13, 8). Questo numero significa la perfezione assoluta; perciò è detto degli eletti: Chiunque avrà lasciato casa, fratelli, sorelle — e tutto quel che segue – riceverà il centuplo e avrà in eredità la vita eterna (Mt 19,29). Cento indica anche la misura del tempo, come in Isaia: Chi morirà a cent’anni, morirà giovane, ecc. (Is 65, 20). È anche, nel Vangelo, la centesima pecora (Lc 15, 4) che Cristo pose sulle sue sacre braccia e riportò verso la patria celeste.
Mille – Il numero mille rappresenta la perfezione di tutti i numeri e il completamento di tutte le opere buone; così dice Pietro nella lettera: Una cosa, o carissimi, non dovete ignorare, ed è che un giorno davanti al Signore è come mille anni (2Pt 3, 8). Infatti nella cognizione di Dio il passato, il presente e il futuro sono tutti un solo presente, e ciò che nello scorrere del tempo a noi pare breve o lungo è per lui uguale.

Abbiamo esposto questi noti numeri sacri solo a titolo di esempio: ve ne sono invero molti altri, e tutti santi: le loro modalità le troverai tu stesso, considerando con attenzione il testo sacro.


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