giovedì 6 marzo 2014

SANTI é BEATI :

 
Beato Giuseppe Olallo Valdes Religioso Fatebenefratelli
7 marzo
L'Avana, Cuba, 12 febbraio 1820 – Camagueym, Cuba, 7 marzo 1889
Fra Jose' Olallo Valdés, religioso dell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli, nacque a L'Avana nell’isola di Cuba il 12 febbraio 1820 e morì a Camaguey il 7 marzo 1889. E’ il secondo beato per la Chiesa cubana ed il primo ad essere beatificato a Cuba il 29 novembre 2008 nella città ove il religioso morì. Il 15 marzo 2008 è infatti stato riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione. Era “venerabile” dal 16 dicembre 2006.

Dicono che alla signora Woityla, di fronte ad una gravidanza terribilmente rischiosa, fosse stato caldamente consigliato di abortire ed essa decisamente rifiutò: questo mancato aborto ci ha regalato un papa del calibro di Giovanni Paolo II. Altrettanto ci vien da pensare di quale tesoro la Chiesa avrebbe dovuto fare a meno, se si fosse deciso di abortire quel bimbo, sicuramente frutto di una relazione illecita, che invece viene alla luce il 12 febbraio 1820. Un mese dopo, mani sconosciute lo depongono nella ruota degli esposti che il vescovo ha fatto installare all’ingresso dell’orfanotrofio di Avana, nell’isola di Cuba. Nel fagottino, oltre alla data di nascita, un bigliettino spiega che il bambino ancora non è stato battezzato, ed a ciò si provvede il 15 marzo, dandogli il nome di Giuseppe Olallo Valdès: il primo nome è in onore del santo cui è intitolato l’istituto; il secondo nome, assegnato a tutti i trovatelli per precauzione quasi con funzione di cognome materno secondo l’uso spagnolo, perché non risulti la loro nascita da “genitori ignoti”, corrisponde al vezzeggiativo di santa Eulalia, festeggiata nel giorno in cui il bimbo è nato; il cognome Valdès è quello del vescovo, che coraggiosamente vuole così far chiamare tutti i trovatelli della sua diocesi. Giuseppe passa dall’orfanotrofio alla “casa di beneficenza” e qui gli danno una buona istruzione che quasi sicuramente non avrebbe ricevuto in casa, visto che era davvero un lusso riservato ai ricchi. Nel 1833 all’Avana scoppia un’epidemia di colera e il tredicenne si offre per l’assistenza: scopre così la vocazione della sua vita. Un paio d’anni dopo lo troviamo infatti nel noviziato dei Fatebenefratelli, che ai tre voti di povertà castità e obbedienza aggiungono il voto specifico dell’ospitalità, naturalmente verso i malati più emarginati e trascurati, sull’esempio del loro fondatore, san Giovanni di Dio, che è stato un autentico gigante della carità. Qui il ragazzo si trova davvero a suo agio: gli insegnano a prendersi cura del prossimo sofferente e impara anche a modellare se stesso, dato che durante il noviziato gli avevano contestato un carattere di troppa apparenza e di poca sostanza. Da questo suo lavoriìo interno viene fuori un religioso con la spina dorsale ben diritta e con le idee estremamente chiare. Dell’una e delle altre ha davvero bisogno, perché si stanno preparando momenti difficili per i religiosi cubani: abolizione dei conventi con meno di dodici frati, confisca dei beni ecclesiastici, riduzione allo stato laicale, come già è avvenuto in Spagna a partire dal 1835. In quell’anno Fra Olallo viene destinato all’ospedale di Camaguey, e una novantina di malati vengono affidati alle sue cure. Chiamato a scegliere tra questi ultimi ed una sua diversa collocazione in un contesto migliore, sposa incondizionatamente la causa dei poveri. Il prezzo di questa scelta è ridursi ad essere un frate senza convento, senza confratelli e senza abito religioso: una esclaustrazione in piena regola In questo ospedale vive per 54 anni, dormendo una sola notte fuori da quel tetto e per causa di forza maggiore. Dedica gli scampoli di tempo libero ad aggiornare le sue conoscenze infermieristiche, buttando l’occhio anche su alcune nozioni mediche, visto che in città i medici scarseggiano e deve anche fare piccoli interventi di chirurgia; ma non disdegna di andare al fiume a lavare la biancheria dei malati, quando l’ospedale non è più in grado di pagare una lavandaia. Sempre sorridente e disponibile, è però capace di gesti coraggiosi e controcorrente, come quando raccoglie dalla strada e dà sepoltura al cadavere del generale Agramonte, ucciso dagli spagnoli, o quando si oppone alle disposizioni governative sul tipo di malati da accogliere in ospedale, perché per lui i poveri non hanno etichetta. Povero come loro, vive di elemosina perché non ha nulla di veramente suo; per loro si spende fino a consumare tutte le sue forze. Muore da semplice fratello laico (perché per il sacerdozio non si sentiva degno) il 7 marzo 1889 e gli fanno anche un monumento, avendo però cura di precisare che “questo toccherebbe il cielo, se si aggiungessero i cuori riconoscenti dei poveri che ha assistito”. Lo scorso 29 novembre Fra Giuseppe Olallo Valdés, è stato proclamato beato, primo tra i cubani morti nell’isola, con una cerimonia per la prima volta celebrata a Cuba ed a cui ha partecipato anche il presidente Raul Castro.

Autore: Gianpiero Pettiti


Il Servo di Dio Venerabile José Olallo Valdés nacque all’Avana, nell’Isola di Cuba, il 12 febbraio del 1820. Figlio di genitori sconosciuti, venne affidato all’Orfanotrofio di San Giuseppe (Avana), dove il 15 marzo del 1820 ricevette il battesimo. Visse e fu educato presso la Casa di Cuna e la Casa di Beneficenza, diventando un ragazzo serio e responsabile, e all’età di 13-14 anni fece il suo ingresso nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, nella comunità dell’ospedale dei Santi Filippo e Giacomo, a L’Avana.
Superando gli ostacoli che sembravano interporsi alla sua vocazione, si mantenne costante nella sua decisione, emettendo la professione come religioso ospedaliero. Nel mese di aprile dell’anno 1835 fu trasferito alla città di Puerto Príncipe (oggi Camagüey), nell’ospedale San Giovanni di Dio, dove si dedicò per il resto della sua vita al servizio degli infermi, secondo lo stile di San Giovanni di Dio; in 54 anni si assentò dall’ospedale soltanto una notte, e per cause indipendenti della sua volontà. Infermiere aiutante, a 25 anni divenne “infermiere maggiore” dell’ospedale e quindi, nel 1856, superiore della comunità.
Visse affrontando grandi sacrifici e difficoltà, ma sempre con rettitudine e forza d’animo, la sua vita consacrata e ospedaliera durante il periodo di soppressione degli Ordini religiosi da parte dei governi liberali spagnoli, che comportò anche la confisca dei beni ecclesiastici. Dal 1876, in cui morì l’ultimo suo Confratello compagno, al 1889, data della sua morte, visse da solo adoperandosi nel servizio degli ammalati, sempre fedele a Dio, alla sua coscienza, alla sua vocazione e al carisma, senza venire mai meno ai voti religiosi, umile e obbediente verso tutti, con nobiltà di cuore, rispettando, servendo e amando anche gli ingrati e i nemici invidiosi.
Nel periodo della guerra dei 10 anni (1868-1878) si dimostrò coraggioso nel custodire i suoi ricoverati, sempre prudente e senza rancori, lavorando a favore di tutti, ma con preferenza per i più deboli e poveri, per gli anziani e gli orfani, senza fare distinzione di razza né di religione, mettendo a repentaglio la propria esistenza nel corso di eventi difficili, assistendo gli schiavi, difendendo l’ospedale, soccorrendo i feriti di guerra, assistendo i prigionieri, ecc., e anche prendendo la difesa con “dolce fermezza” di tutti coloro che non avevano il permesso governativo di farsi curare, senza badare alla loro provenienza sociale o politica al tempo dei conflitti bellici civili, ottenendo per questo il rispetto e la considerazione delle autorità militari. Riuscì ad intercedere presso le autorità militari in favore della popolazione di Camagüey e, non lasciandosi intimorire dalle minacce, né dalle proibizioni, evitò un massacro civile.
Perseverante nella vocazione, attraverso la sua bontà dolce e serena fece del quarto voto di ospitalità non solo un ministero di amore e servizio verso gli ammalati, ma una modalità di ardente apostolato, soprattutto nell’assistenza ai moribondi e agli agonizzanti, che accompagnava nelle ultime ore della loro esistenza, nel passaggio verso una vita migliore. Si distinse sempre verso tutti per la sua infinita bontà e fu ricordato con l’appellativo di “apostolo della carità” e “padre dei poveri”, che sintetizza bene l’altruismo del Venerabile Olallo, vissuto in piena fedeltà al carisma dell’Ospitalità.
Modesto, sobrio, senza aspirazioni di alcun genere se non quella di essere consacrato unicamente al suo misericordioso ministero, rinunziò al sacerdozio e si caratterizzò per la sua umanità e competenza, pur essendo autodidatta, anche come medico-chirurgo. Visse lontano dal clamore, rifuggendo dagli onori per poter fissare il suo sguardo soltanto su Gesù, che ritrovava nel volto dei sofferenti. La sua grande umiltà si rivelò anche dalla rinunzia al sacerdozio, dopo l’invito rivoltogli dal suo Arcivescovo, poiché la sua vocazione era completamente il servizio dei più poveri e dei sofferenti; i testimoni parlano di fedeltà piena alla sua consacrazione di religioso nella pratica dei voti di castità, obbedienza, povertà e ospitalità.
La sua morte, avvenuta il 7 marzo 1889, fu ritenuta la “morte di un giusto”, di un santo: decesso, veglia, funerali e sepoltura, con monumento-mausoleo, che da allora in poi viene visitato continuamente, testimoniano la sua santità e la venerazione dei suoi devoti. Morì ma rimase vivo nel cuore della gente, che amava chiamarlo “Padre Olallo”.
La grande fama di santità che lo circondava nasceva dalla sua vita di uomo modesto, giusto e dall’animo generoso, come modello di virtù dal cuore ardente di amore per i “miei fratelli prediletti”: sobrio, gioioso, affabile, ma soprattutto eccelso servitore nella carità. Seppe essere un fedele imitatore del suo Fondatore. Dio fu la sua vita e, di conseguenza, illuminato dall’amore di Dio, ricambiò tanto amore nella stessa maniera. “Dio occupò il primo posto nelle intenzioni e nelle opere: fissi i suoi occhi nel bene portava Gesù costantemente nell’anima”. Questa eroica carità aveva le sue basi in una fede che riconosceva in “Dio il proprio Padre, e in Gesù tutto il centro della sua vita, il fondamento del suo amore e della sua misericordia; Gesù crocifisso fu il segreto della sua fedeltà all’amore di Dio che muoveva ogni sua opera”.
Pur essendo di spirito tenace, fu sempre sottomesso a Dio per meglio affrontare e sostenere le dure e quotidiane fatiche imposte dal lavoro ospedaliero e dalle situazioni difficili e delicate che comportavano rischi per la vita, sempre cercando di ottenere il bene dei suoi ammalati.
Con la morte di P. Olallo Valdés e anche in seguito, la sua fama di santità andava aumentando ogni giorno di più, principalmente fra il popolo di Camagüey, che attribuiva alla sua intercessione grazie e aiuti continui. Aperto il Processo di studio della Causa nel 1990 nella diocesi di Camagüey, Cuba, il 16 dicembre 2006 fu riconosciuta l’eroicità delle sue virtù.
Dopo la celebrazione del Processo diocesano super miro della presunta guarigione della bambina di 3 anni, Daniela Cabrera Ramos, nella stessa diocesi di Camagüey, il ristabilimento della bambina fu riconosciuto come vero miracolo da Sua Santità Benedetto XVI con Decreto del 15 marzo 2008.
La cerimonia di Beatificazione di P. Olallo Valdés ha avuto luogo nella Città di Camagüey, Cuba, il 29 novembre 2008, presieduta da Sua Eminenza il Cardinale José Saraiva Martins.

Autore: Júnior Gambarotto

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