lunedì 2 dicembre 2013

SAN GASPARE del BUFALO SANTO del POPOLO

PRESENTAZIONE
Da circa cinquant'anni un modesto foglio, intitolato Primavera Missionariaviene sparso a profusione in quasi tutte le famiglie italiane.
Attraverso questo semplice strumento di comunicazione, S. Gaspare, prima pressoché sconosciuto, è entrato nel cuo­re di una grande moltitudine di devoti, e non solo in Italia. A lui persone malate o, comunque, bisognose di aiuto ricorro­no con fede e devozione. Egli risponde con amorosa larghez­za di intercessione, sicché le grazie che si ottengono per il suo celeste intervento sono davvero moltissime. Ognuno può sincerarsene, sia attraverso la pubblicazione di esse sul giornalino, di cui abbiamo detto, sia visitando, in Albano Laziale, il suo santuario.
Ma S. Gaspare è davvero conosciuto dai suoi devoti? Che ne sanno tanti della sua vita, del suo carisma, del suo messaggio spirituale, al di fuori di quegli episodi, i Fioretti, che pubblica Primavera Missionaria? Di biografie su S. Ga­spare o, in genere, di libri che trattano di lui, specie in que­sti ultimi anni, sono stati pubblicati parecchi. Ma rispondo­no alle esigenze di tanti suoi devoti, che in poche pagine de­siderano approfondire la conoscenza della sua vita, del suo carisma e del suo messaggio?
Da questi interrogativi è scoccata la scintilla per la nascita di questa nuova biografia: S. Gaspare Del Bufalo, Santo del popolo.
Lo scopo, dunque, è quello di offrire a tutti i devoti del Santo, in uno stile piano e scevro da pretese letterarie, in una lettura breve ma esauriente nell'informazione, la vita, il carisma e il messaggio spirituale di S. Gaspare.
Perché ho aggiunto il sottotitolo Santo del popolo? Non sono forse tutti i Santi, Santi del popolo? Certo, tutti i Santi sono del popolo, ma nella vita di S. Gaspare questa caratte­ristica ha una sua particolarità.
Egli è nato da gente del popolo, anche se porta il cogno­me di una nobile famiglia romana: i marchesi Del Bufalo. Due popolani di Roma, Antonio Del Bufalo, sottocuoco e poi cuoco del Principe Paluzzo Altieri, e la piissima Annunziata Quartieroni, furono i suoi ottimi genitori. Anche se abitò per alcuni anni in uno dei più belli e fastosi palazzi principeschi romani, alla sua famiglia fu assegnato un locale angusto, che dava sul cortile interno del fabbricato e, quel che più conta, Gaspare non fu mai scalfito da pensieri di grandiosità, né sognò livree e onori. Passò l'infanzia con i figli degli altri servitori e con i ragazzi della povera gente, che pullulavano nelle misere casette adiacenti il Palazzo Altieri.
Le sue prime attenzioni, come vedremo, furono per i po­veri e per i figli del popolo; il suo primo campo di apostola­to in Roma fu il Campo Vaccino (l'attuale Foro Romano), tra i "barozzari", i pastori e i disoccupati in cerca di lavoro nella Capitale. Tutta la sua vita apostolica si svolse tra il po­polo e per il popolo; fu, anzi, il Santo delle masse, alle quali predicava continue missioni popolari.
Non fu il Santo del popolo solo perché amò il popolo e lo difese, soffrendo tanti sacrifici, lotte e persecuzioni, ma perché fu molto amato dal popolo. Paesi interi accorrevano ad ascoltarlo dov'egli predicava; non bastavano più le chie­se a contenere la folla: doveva predicare dal palco eretto sulle piazze. Il suo confessionale era assediato dai penitenti. Aveva premura che ogni ceto di persone, nelle missioni e in altre predicazioni come nella stessa Roma, potesse avere le sue attenzioni, la suaparola, il suo conforto.
Si ergeva coraggiosamente in difesa dei poveri, dei per­seguitati e degli sfruttati. Visitava e curava i malati ovunque andasse. Educava i fanciulli, in Roma, accogliendoli con i vecchi e i barboni nell'ospizio di S. Galla, e si preoccupava in modo particolare dei tignosi e dei ragazzi rinchiusi nel Carcere Correzionale. Visitava e confortava i carcerati, pe­rorando la causa degli innocenti. Salvò dalla totale demoli­zione il paese di Sonnino. Sebbene malato e cadente, corse da Albano a Roma, in pieno agosto del 1837, ad alleviare le pene dei colerosi. Era amato dal popolo perché preferiva i piccoli centri, per stare con la gente semplice e partecipare ai loro dolori e alle loro pene.
Anche oggi S. Gaspare è il Santo del popolo. Il giornali­no che parla di lui è desiderato e letto in tutta Italia. Non so­no pochi coloro che se non lo ricevono, scrivono o telefona­no per averlo. Dicono: «Se non ci arriva, è come essere pri­vati di un caro amico e di un protettore nella nostra fami­glia. Lo attendiamo, perché col giornale arriva S. Gaspare a confortarci e a darci speranza». Migliaia di persone, o in gruppi o alla spicciolata, vanno a pregare quotidianamente nel suo santuario di Albano. Anche a Roma, presso la Fon­tana di Trevi, nella chiesa di S. Maria in Trivio, dove dal 1861 riposano le sue spoglie mortali, i devoti accorrono nu­merosissimi. E questo Santo continua così dal Cielo, oggi più che mai, a rimanere in mezzo al popolo che ama tanto, non solo tergendo le loro lacrime di implorazione e di rin­graziamento, ma anche additando a tutti la fonte di ogni consolazione: il Sangue di Gesù. Perciò, S. Gaspare conti­nua a essere, anche oggi, in mezzo al popolo di Dio,il vero e più grande Apostolo del Sangue di Gesù, come giustamen­te lo definì Giovanni XXIII
D. Raffaele Bernardo Missionario del Prez.mo Sangue

Questa nuova edizione di S. Gaspare del Bufalo, Santo del popolo, riproduce il testo della prima edizione (febbraio 1989), in alcuni punti abbreviato, accuratamente riveduto e corretto secondo le più recenti pubblicazioni su S. Gaspare, soprattutto il suo Epi­stolario e i suoi Scritti spirituali.












LA SUA VENUTA
Al confessionale del monastero della Visitazione in Roma un'umile e santa suora, Maria Agnese del Verbo Incarnato, ispirata certamente da Dio, dice al suo con­fessore, il Can. Francesco Albertini, poi Vescovo di Ter­racina: «Conoscerete nelle angustie della Chiesa un giovane sacerdote, zelante della gloria di Dio, e con lui, nell'oppressione dei nemici e nelle pene, stringerete amicizia e ne sarete il direttore. Il distintivo carattere del medesimo sarà la devozione a S. Francesco Saverio. Egli verrà destinato missionario apostolico e una nuova Congregazione di sacerdoti missionari sotto l'invoca­zione del Divin Sangue sarà da esso fondata per la riforma dei costumi e per la salvezza delle anime, per promuovere il decoro del clero secolare, per destare i popoli dall'indifferentismo e dalla incredulità, richia­mandolo all'amore del Crocifisso. Fonderà un Istituto di Suore, che egli però non dirigerà. Egli finalmente sarà la Tromba del Divin Sangue, onde scuotere i pec­catori e i settari nei difficili tempi della cristianità».
Un'ondata di gioia colpì il cuore di Mons. Albertini quando apprese che sarebbe venuto, mandato da Dio, l'Apostolo del Sangue di Cristo. Egli, infatti, era cano­nico della basilica di S. Nicola in Carcere a Roma, do­ve era molto venerata un'insigne reliquia del Sangue di Gesù.
Il designato da Dio nacque a Roma il 6 gennaio 1786, in una modesta casa sull'Esquilino, nel territorio della parrocchia di S. Prassede, presso la basilica di S. Maria Maggiore. I suoi genitori, Antonio Del Bufalo e Annunziata Quartieroni, erano buoni cristiani, caritate­voli e di «civil condizione». Il bambino era così fragile e sofferente, che si temeva per la sua vita. Perciò, il giorno seguente fu battezzato nella basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti e gli furono imposti i no­mi dei Re Magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Fu chiamato sempre Gaspare.
Dall'albero genealogico Gaspare figura discendente dei nobili Marchesi Del Bufalo; titolo, per altro, che egli rifiutò sempre, dicendo: «Sono figlio di un servito­re». Una volta lo chiamarono: «Signor Marchese»; egli rispose deciso: «Io sono il Can. Gaspare Del Bufalo».
Dalla casetta dell'Esquilino la famiglia di Gaspare si trasferì nel 1787 al Palazzo Altieri, che sorge a fian­co della famosa chiesa del Gesù, perché papà Antonio fu assunto a servizio in qualità di sottocuoco. Qui Ga­spare rimase fino alla prigionia, abitando in un piccolo appartamento nel reparto assegnato alla servitù.
Un episodio molto significativo ci dice quanto egli fosse caro a Dio. Alla tenerissima età di un anno e mez­zo fu colpito da un attacco di vaiolo così violento, che il pus delle pustole, penetrandogli negli occhi, gli fece correre il rischio d'una cecità completa. La buona ma­dre, dopo aver messo in atto tutte le prescrizioni medi­che, ricorse, come usa nei casi disperati, all'aiuto di S. Francesco Saverio, il grande Apostolo delle Indie, il cui braccio si venera nella chiesa del Gesù. La guarigione avvenne prontissima e totale. S. Francesco Saverio non sarà mai dimenticato da Gaspare, che un giorno lo sce­glierà a Patrono della sua Congregazione, elevandogli così un altare perenne nel suo cuore e in quello dei suoi figli e di tutte le popolazioni da lui e dai suoi figli evan­gelizzate.
Guarito, il ragazzo comincia subito la sua meravi­gliosa ascesa. Se dal carattere irrequieto del padre eredita lo spirito di iniziativa per la gloria di Dio, dalla madre prende la soda pietà, l'ardore della preghiera, il
gusto delle cose linde e fini, l'attaccamento allo studio, la carità verso i poveri fino a privarsi della colazione e di parte del pranzo e della cena, per sfamare coloro che con insistenza picchiavano alle inferriate della sua fine­stra. Da entrambi, poi, eredita fermezza nella fede e nell'attaccamento alla Chiesa, che lo porterà fino all'e­roismo, come tra poco vedremo.

LA ROMA DI S. GASPARE
Gli effetti della Rivoluzione Francese s'erano fatti sentire da un capo all'altro della penisola. Dalla Lom­bardia partirono i primi moti rivoluzionari dei patrioti, che aspiravano all'unità d'Italia e poi, via via, si estese­ro in altri stati e particolarmente nella Repubblica Par­tenopea. Le nuove idee erano penetrate anche nello Sta­to Pontificio, dando luogo al sorgere di numerosissime logge massoniche e di varie sette, animate da profondo spirito anticlericale. L'alleanza tra la Massoneria e la Carboneria e lo spirito anticlericale andranno diventan­do sempre più il substrato dei movimenti patriottici.
La Roma di quei tempi era molto diversa dalla Ro­ma d'oggi, ma anche allora era una città meravigliosa, meta agognata di ogni persona. Ai grandi resti del fasti­gio dell'antico Impero Romano s'era unita l'opulenza di quanto vi avevano profuso col loro ingegno i più grandi architetti, scultori, pittori di tutto il mondo, che avevano arricchito con la loro arte non solo la città, ma anche le sontuose ville dei patrizi romani, sparse nei Castelli Romani.
Il popolo romano, se eccelleva per la sua fede e pietà cristiana e il profondo attaccamento al Papa, non lasciava occasione per esprimere la sua innata arguzia e il carattere godereccio, che sfociava nelle celebri «pa­squinate» e nel famoso carnevale. «I popolani di Roma non sudano soverchio nel lavoro, amano mangiar bene e si divertono molto».
Ma non era questa la Roma di cui Gaspare andava orgoglioso e ci teneva a dire che era fiero di essere un vero «romano de Roma». Roma era per lui la luce del­le genti, la città del pensiero cristiano, un centro d'irra­diazione della Parola e della Grazia, la città che tutti ac­comuna e affratella.
Egli, negli imponenti monumenti dell'antichità, più che la grandezza della Roma dei Cesari, guarda i luoghi bagnati dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo e di tanti martiri cristiani. Certo, Gaspare non si ferma a contemplare la ricchezza superba dei grandi palazzi e delle ville principesche. Se vive nel palazzo di un prin­cipe, abita però in un modesto appartamento della ser­vitù e quella ricchezza non lo sfiora: rimane povero nel­lo spirito e nella condotta di vita. Egli ama le viuzze strette, disselciate, le casupole indecorose, che mostra­no appesi alle piccole finestre pochi panni gocciolanti sui passanti. A Gaspare ferisce il cuore quella turba di ragazzi, sporchi e cenciosi, e quei barboni che passano la notte all'addiaccio.
Alla vista di tanta miseria s'affina la sua anima e, man mano che cresce negli anni, si delinea in lui l'ani­ma dell'apostolo.
A undici anni, dopo una preparazione meditata e pa­tita, gode tutta la dolcezza paradisiaca della prima co­munione, dalla quale riceve quella spinta decisiva, che lo porterà alla scoperta della vocazione sacerdotale e al proposito di essere tutto di Dio. Guidato da uomini di indiscussa statura spirituale, quali D. Eugenio Pechi, suo zio e abate del monastero di S. Croce in Gerusa­lemme, e Mons. Giovanni Marchetti, grande teologo, egli fa passi da gigante nella via del Signore. Frequen­ta la chiesa del Gesù e corre ad ascoltare con avidità i grandi oratori e i maestri dell'ascetica e della morale. Dirompe in lui, impetuoso, il desiderio, il gusto e l'eb­brezza della sofferenza e della penitenza, «per unire le sue sofferenze a quelle di Cristo». La madre scopre inorridita macchie di sangue sulle lenzuola e Gaspare le confessa candidamente che porta un cilizio con punte di ferro acuminate, per «scontare i propri peccati e per la conversione dei peccatori». Smise di portarlo quando il confessore gli disse che era peccato far simili penitenze senza il suo permesso. I suoi compagni: Maria Tamini, figlia del dispensiere del Principe Altieri, divenne poi suora e seguì Gaspare con preghiere e consigli fin sul letto di morte; Filippo Berga, poi monaco basiliano; Carlo Valletta, poi cardinale, e tanti altri, che ascoltava­no con compunzione le prediche che il piccolo Gaspare ripeteva in casa dal «pulpito» d'una sedia, percuotendo­si le spalle con la disciplina. Non discutevano mai i suoi ordini, anche quando architettò la fuga per andare a predicare... ai Turchi.

LO STUDENTE
Quando Gaspare giunse ai sei anni, papà Antonio, benché povero, si preoccupò della sua istruzione e lo affidò a un certo maestro di nome Vizzi. Questi andava a casa a istruirlo nei primi rudimenti del leggere e del­lo scrivere. A sette anni il fanciullo fu mandato dagli Scolopi e li frequentò con assiduità e profitto.
Man mano che la sua mente s'apriva al sapere, egli cresceva anche più rapidamente nello spirito. Le note caratteristiche che troviamo nelle varie biografie sul ca­rattere di Gaspare fanciullo, non sono davvero brillanti:
vanitoso, impetuoso, quasi aggressivo, collerico, punti­glioso, facile allo scatto... Quanti sforzi dovette fare, as­secondando la grazia, per dominare se stesso! Quando si sentiva spinto alla rabbia e alla ribellione, si conge­stionava nel volto e diceva: «Non mi arrabbio, ma se sapeste cosa provo dentro!». E concludeva: «Madonna mia, aiutami!». La mamma, sempre mite e dolce, gli era di molto aiuto con parole affettuosissime e col proprio esempio, sicché il fanciullo divenne padrone assoluto del suo carattere e talmente compito e dolce, da essere chiamato un cavaliere nato. Lo vediamo assiduo in chiesa, fermo come una statua, a servire la Messa a
quei sacerdoti anziani e scrupolosi, che tutti fuggivano per la loro lungaggine.
A dieci anni ebbe il permesso di vestire l'abito tala­re e fu altamente compreso del significato che esso ave­va, a cominciare dal lindore esterno di quella veste, tan­to che la mamma, ben contenta, diceva: «Con questo fi­gliolo mi tocca star sempre con la scopetta in mano».
Il suo contegno e la sua modestia attrassero l'atten­zione di tutti. Alcuni lo chiamavano un altro S. Luigi o, semplicemente, il Santarello. Un giorno il Principe Don Paluzzo Altieri, incontrandolo nel cortile del palazzo, restò talmente conquistato dal comportamento di Ga­spare, che esclamò: «Ecco il nostro santarello»; e, tol­tosi il cappello, lo salutò con deferenza. La Principessa aggiunse: «Ci raccomandi al Signore!». «Eccellenza, è mio dovere», rispose Gaspare tutto confuso. Gaspare è ormai maturo per il Collegio Romano, la famosa Uni­versità Gregoriana.
Questo insigne Istituto, per tre secoli fucina della scienza e della pietà, già dimora di uno stuolo di santi e di dotti, affascinò e impegnò il Santo fino all'estremo delle sue forze intellettuali. Egli vi compì tutti gli studi:
retorica, filosofia, teologia dogmatica, morale, sacra scrittura, storia ecclesiastica, ebraico. Privatamente fre­quentava le lezioni di sacra eloquenza. Fu uno studente esemplare e i voti riportati lo testimoniano.
Si applicava moltissimo, passando ore ed ore al ta­volino, per approfondire, oltre le materie d'obbligo, an­che altre discipline. Egli in seguito diceva sempre ai confratelli che il missionario doveva essere non solo santo, ma anche dotto.
Ben presto si allargarono gli orizzonti della sua azione per il bene dei fratelli. All'ansia apostolica del giovane Gaspare non basta più lo spazio intorno al Pa­lazzo Altieri e al Collegio Romano, ma guarda lontano. Egli conosce le miserie materiali e morali di Roma e perciò non può rimanere indifferente e inerte. A tutti vuol portare un aiuto e una parola confortatrice di spe­ranza.

GIOVANE APOSTOLO
Qui sarebbe troppo arduo parlare per esteso del suo apostolato giovanile, tanto vasto e tanto vario, da poter affermare che nessun angolo della sua Roma ne sia re­stato escluso.
Dobbiamo innanzi tutto ricordare due date fonda­mentali nella vita del Santo: il 12 aprile del 1800, quan­do ricevette la Prima Tonsura, e il 21 febbraio del 1807, quando fu ordinato Suddiacono. Egli ritenne quegli eventi come un vero e proprio patto con Dio: dedicarsi, cioè, totalmente al suo servizio e alla salvezza delle anime.
Già prima del Suddiaconato, il vecchio parroco di S. Marco, ammirando le grandi doti e la capacità di Ga­spare, gli affidò il compito di istruire i fanciulli nella dottrina cristiana. A chi criticò tanta fiducia, l'ottimo parroco rispose: «Andate ad ascoltarlo e vi renderete conto che fa meglio di me». Il barnabita P. Antonio Ma­ria Cadolini, poi cardinale, sentendolo predicare, ne re­stò talmente conquistato da dire: «Tenetelo da conto questo giovane, sarà un grande oratore». Una devota gli gridò le parole della donna del Vangelo: «Beato quel grembo che ti ha generato e quel seno che ti ha al­lattato!».
Al giovane Gaspare non basta il lavoro di studente, quello di catechista e di oratore; non basta la carità esercitata per le strade e negli ospedali: lo vediamo par­tecipare a tutte le istituzioni romane di preghiera, di istruzione ed educazione dell'infanzia e della gioventù abbandonata; diviene addirittura piccolo fondatore di nuove iniziative. Lo troviamo a S. Alessio, dove istitui­sce l'adorazione notturna del SS.mo Sacramento; in
S. Pudenziana, dove fonda un'associazione giovanile, che ogni mese teneva incontri di formazione spirituale e culturale e talvolta si cimentava anche in rappresentazioni teatrali. Questa nuova opera in Roma suscita grande entusiasmo. Vanagloria? No. Organizzatore nato e di larghe vedute, il suo scopo è diffondere la cono­scenza e l'amore del Cristo e lenire i mali dell'umanità.
Se dovessimo elencare tutte le istituzioni da lui create, non finiremmo mai; ne citiamo perciò solo qual­cuna: Unione di S. Paolo, per istruire i più poveri e aiu­tare i più abietti; Confraternita del S. Rosario e della Dottrina Cristiana in S. Maria del Pianto; Pia Unione del Carmelo; Adorazione Perpetua al Pantheon; Confra­ternita dei Sacconi Bianchi e dei Sacconi Rossi; Sussi­dio Ecclesiastico per i chierici poveri presso la chiesa di S. Orsola ai Funari; Dottrina Cristiana in S. Apollinare. Le perle del suo zelo sono l'apostolato tra i barozzari, l'Opera di Santa Galla, l'Ospedale dei Cento Preti e il Carcere Correzionale.
L'Opera dei Barozzari non ebbe origine da altri, ma si deve alla sua esclusiva iniziativa e da lui prese una fisionomia veramente nuova e particolare. Vi manifestò la stoffa del futuro missionario. Una turba di contadini e carrettieri, provenienti dall'agro romano, portava a Roma il fieno e altri generi per rivenderli a maggior prezzo. Tutto veniva ammassato in Campo Vaccino, l'antichissimo Foro Romano, ridotto così a mercato e a pascolo. Ai barozzari si univano i lavoratori d'ogni ti­po, che affluivano dalle Marche, dall'Abruzzo e dalla Campania in cerca di lavoro, anche a pochi baiocchi, tanta era la fame. Non si udivano che parolacce e be­stemmie. A causa del vino sorgevano continui litigi e non di rado qualcuno veniva accoltellato. Gaspare si domandò: «Da quanto tempo quei poveretti dalle mani incallite, bruciati dal sole o morsi dal gelo, non sentono parlare di Dio?». In quel campo Gaspare scrisse la pa­gina più bella della sua preparazione al sacerdozio. Si vide un «pretino» lindo e gentile aggirarsi in quel gro­viglio di uomini e di bestie, fatto segno a sberleffi e a minacce. Imperterrito, il giovane Gaspare cominciò ad avvicinare qualcuno. Una parola, un piccolo dono rup­pero il ghiaccio. Dall'insulto passarono alla curiosità e all'interesse, quindi al rispetto. Lo issavano su un fascio di fieno, donde Gaspare raccontava le parabole e gli episodi evangelici e parlava dell'amore di Dio e del Sangue versato da Cristo anche per loro. Non mancò, da maestro, il tocco patetico: la loro fanciullezza, il ri­cordo della prima comunione, la preghiera sulle ginoc­chia della mamma, madre canuta o forse scomparsa, la sposa, i bambini... Sui volti di quei barbuti cominciò a scorrere qualche lacrima. Gaspare ormai era atteso ogni giorno. L'Opera si consolidò con regolamenti precisi. Conoscere Dio e rispettare la sua legge; organizzarsi da buoni amici per trovare lavoro e clientela con giusto sa­lario; far arrivare la loro voce all'autorità. Un vero e proprio sindacato in anteprima. L'Opera fiorì, ma a S. Gaspare non mancarono lacrime, calunnie e lotte. C'era chi covava tutt'altro interesse alle spalle di quei poveri barozzari.
Un giorno Gaspare passò davanti all'Ospizio di S. Galla, riedificato da Papa Gregorio VII, ai piedi del­la Rupe Tarpea, dove la patrizia romana Galla aveva fatto del suo nobile palazzo il centro di carità dei primi cristiani. In quell'Ospizio tanti sacerdoti romani, tra i quali S. Giovanni Battista De Rossi e D. Luigi Parisi avevano fatto a gara per alleviare le sofferenze dei ro­mani poveri e malati. Nel vederlo negletto e andare in rovina disse con fermezza, prima a se stesso e poi agli altri: «Deve risorgere». Ovviamente gli diedero del paz­zo e del superbo. Persone insigni e dotate di volontà e di mezzi non c'erano riuscite. «Sei un pazzo vanitoso!», si sentiva ripetere. Non sapevano essi che la carità non conosce confini e ostacoli. Rintracciò vecchi benefatto­ri e ne cercò nuovi, tese le mani, bussò alle porte, ini­ziò le pulizie e ripristinò le pratiche di pietà - tutto do­veva cominciare sempre da Dio - l'istruzione e i soc­corsi. Andava per le piazze, nelle stamberghe, nei tugu­ri. «Piccoli e grandi, bisognosi, venite, venite a Santa Galla!». Giungeva a caricarsi sulle spalle quei relitti umani e li portava all'Ospizio, dove trovavano pulizia e conforto. Un piatto di minestra riscaldava il loro corpo e l'amore di Gaspare curava i loro cuori e redimeva le loro anime. Tutta la Roma cristiana ne godette e diede una mano all'intrepido giovane. Finché visse Gaspare, l'Opera fu rigogliosa.
Lo zelo lo spinse anche nella Casa Correzionale presso 5. Balbina. Quei giovani, abituati allo scudiscio, restavano affascinati da quel giovanissimo prete, che parlava loro con tanta dolcezza. Li conduceva perfino a passeggio, liberi per le vie di Roma. Essi non lo tradi­rono mai. Anche da adulti, quando uscivano da quel carcere, sapevano da chi andare. Gaspare scriveva per loro commediole. Ogni espediente era buono e utile per la formazione della gioventù.
Il giovane chierico trovò anche il tempo di passare tante ore nell'Ospizio dei Cento Preti, dove erano rac­colti vecchi sacerdoti che ormai la tarda età e il male te­nevano lì dentro, chiusi e dimenticati. Quadro bellissi­mo: il giovane, sulla soglia dell'ordinazione sacerdota­le, cura con pietoso affetto coloro che l'hanno precedu­to e che ormai stanno per scomparire.
Qui possiamo ripetere con un biografo di S. Gaspa­re, D. Giuseppe De Libero: Molti personaggi hanno dato la loro attività e portato il loro contributo a quella immensa ricchezza spirituale di tradizioni, di istituzio­ni, di opere di bene, di cui andava giustamente superba la Roma dell'800, che ne fecero la capitale dello Spiri­to e della Carità, ma certamente nessuno come Gaspare, prima da giovane, poi da sacerdote e Missionario». Per questo Giovanni XXIII, in un discorso alla gioventù dell'Azione Cattolica, ricordando la figura di Gaspare, disse che poteva da loro essere venerato come l'antesi­gnano del loro movimento.

SACERDOTE DI DIO
Gaspare il 21 febbraio 1807 era stato ordinato suddiacono e il 12 marzo 1808 fu ordinato diacono. A que­sto punto non rimaneva che il passo decisivo: l'Ordina­zione Sacerdotale. Egli, però, meditando sulla grande dignità e responsabilità del sacerdozio, si domandò:
«Ne sarò io degno?». Gli balenò dinanzi la grandiosa figura di S. Francesco d'Assisi che, per umiltà, rimase diacono. Il demonio, che già sapeva quante anime gli avrebbe ben presto sottratte quei pretino, s'insinuò nel suo animo e lo atterrì.
S. Gaspare era umilissimo, perciò non solo sapeva d'essere indegno, ma sapeva anche che non bastava il solo suo giudizio. Si diede a domandar consiglio a dotti e santi sacerdoti e chiese preghiere a diverse anime pie che egli conosceva. Ricordate la piccola compagna d'in­fanzia, Maria Tamini? Ora ella era suora delle Maestre Pie a Macerata. Ebbene, Gaspare scrisse anche a lei e chiese la sua preghiera. Sr. Maria non stette troppo a ri­flettere e mandò subito la lettera di Gaspare al santo ve­scovo di Macerata e Tolentino, Mons. Vincenzo Maria Strambi, passionista, che Gaspare ben conosceva e tan­to stimava. Mons. Strambi non ebbe dubbi e disse alla suora: «Scrivete subito a D. Gaspare che vada tranquil­lo all'altare; i suoi dubbi sono tutta opera diabolica».
Gaspare chinò la fronte e il 31 luglio 1808 venne ordinato sacerdote. Il 1° agosto fu chiamato a predicare nella basilica di S. Pietro per l'esposizione solenne del­la Coltre dei Martiri e il 2 agosto celebrò la sua prima Messa nella basilica di S. Marco, dove il 30 luglio I 808 era divenuto Canonico effettivo.

FORTEZZA ROMANA
Un periodo tragico sta per abbattersi sul Papa. Già nel 1807 Napoleone aveva minacciato e vilipeso Pio VII, invadendo gli Stati della Chiesa. Il 2 febbraio 1808 un corpo di fanteria dell'esercito francese agli ordini del generale Miollis entrava in Roma occupava Castel S. Angelo e la piazza del Quirinale nel quale si trova­va il Pontefice. Il Papa fece dire Napoleone che si considerava prigioniero e non intendeva negoziare con la Francia. Gaspare visse quelle ore di ansia generale moltiplicando le sue preghiere e l'attività benefica e pa­storale.
Intanto un evento molto importante e decisivo si ve­rificò l'8 dicembre 1808 per la vita del nostro Santo: la nascita dell'Arciconfraternita del Preziosissimo Sangue in S. Nicola in Carcere. Gaspare, invitato a predicare per la circostanza, fece così il suo primo incontro col Can. Francesco Albertini, che ne divenne padre spiri­tuale e gli sarà compagno nella prigionia. Come sappia­mo, in questa basilica si venerava un'insigne reliquia del Preziosissimo Sangue, che consisteva in un pezzo della clamide d'un antico soldato romano della nobile famiglia dei Savelli. Secondo la tradizione, trovandosi il soldato presente alla crocifissione di Gesù, la sua cla­mide fu spruzzata da un po' del Sangue di Cristo. Chi avrebbe potuto tenere il discorso inaugurale se non Ga­spare, che ormai godeva fama di grande oratore? La trama tessuta mirabilmente in cielo, cioè il disegno di unire queste due grandi anime: Albertini e Gaspare, si andava mirabilmente attuando.
Il 17 maggio 1809 Napoleone proclamò cessato il potere temporale dei Papi. Nel mese successivo Pio VII fece affiggere alle basiliche di Roma la Bolla di scomu­nica. Per tutta risposta Napoleone fece imprigionare e deportare in Francia Pio VII e deporre tutti i dignitari pontifici. Con un decreto, inoltre, ordinava che tutti i cardinali, i vescovi, i parroci e i canonici prestassero giuramento di fedeltà all'Imperatore, pena l'esilio e la carcerazione per chi si rifiutasse.
Anche Gaspare la mattina del 13 giugno 1810 rice­ve l'ordine di presentarsi al posto di polizia. Il padre lo vuole accompagnare. All'imposizione del giuramento di fedeltà a Napoleone da parte del funzionario imperiale, giunge come una sferzata la risposta fiera e secca del giovane prete: «Non posso, non debbo, non voglio». Tanto coraggio suscita ira, ma anche ammirazione. Si ricorre prima alle promesse, poi alle minacce, ma la ri­sposta non cambia. Si cerca allora di indurre il padre a convincere il figlio, ma anche lui risponde fieramente:
«Cittadino, fucilate prima me e poi mio figlio, ma non ditemi questo». Antonio, nonostante i difetti, è indefet­tibile come il figlio nella fedeltà alla Chiesa e al suo Capo. La condanna per Gaspare è l'esilio e il carcere.
Giunto a casa, Gaspare scoppia in pianto. Subito dovrà staccarsi dall'adorata madre, dal papà, dai com­pagni e amici; subito dovrà lasciare la sua Roma e tut­te le opere benefiche da lui create.
Il distacco dalla madre è doloroso e commovente. La mamma, nel congedarsi dal figlio, esclama: «Prefe­risco morire senza di lui che vederlo a Roma spergiu­ro». Da quel giorno le prende un sottile languore, i suoi movimenti si fanno più lenti... E viva, ma già morta nel cuore. Senza dubbio ella sente che, ormai, rivedrà il fi­glio solo in Paradiso.
Intanto la carrozza si allontana, scortata dai soldati; porterà Gaspare e i suoi eroici compagni al calvario dell'esilio e delle carceri, dove il Signore forgerà nel dolore il futuro apostolo del suo Sangue Divino.

PRIGIONIERO DI CRISTO
L'esilio e il carcere disumano durarono dal luglio del 1810 al febbraio del 1814. Ecco le gloriose tappe:
Piacenza, Bologna, Imola, Lugo. Prima di passare a narrare qualche episodio saliente, dobbiamo premettere che Gaspare, pur essendo il più giovane, rincuorava e spronava i compagni ad accettare dalle mani della Prov­videnza qualsiasi sofferenza per amore alla Chiesa di Cristo. Il trattamento dei sacerdoti carcerati era durissi­mo: isolamento completo, proibizione di scrivere e di leggere e, la cosa per essi più dura, proibizione assolu­ta di celebrare la Messa e ricevere la Comunione. Napoleone calcava la mano per piegare quelle volontà ferree.
Giunti a Piacenza, alcuni furono rinchiusi nel Car­cere Correzionale, Gaspare e Albertini furono lasciati in una piazzuola, dov'era una specie di locanda misera e lurida. A proprie spese ottennero una camera, nella quale mancava perfino una candela. Però ebbero la for­tuna di passare assieme quella prima notte d'esilio su
due pagliericci stesi sul pavimento. Gaspare non riusci­va a prender sonno. I ricordi incominciarono ad affluire nella sua mente e... la mamma, la sua cara mamma... Sicuramente anche lei a quella stessa ora non riusciva a chiudere occhio.
D'improvviso sentì strani rumori gutturali e l'agi­tarsi del Can. Albertini. «D. Francesco, si sente male? Cos'ha'? Perché non parla?». Preoccupato, in quel buio grida aiuto. «Adesso, adesso», risponde la voce del vec­chio cameriere, ma non arrivava mai. Era successo che all'Albertini, che dormiva forse a bocca aperta, qualco­sa di viscido era entrato in gola e non andava né dentro né fuori, facendolo soffocare. Finalmente riuscì a tirar fuori un grosso topo, che sbatté forte sulla parete. Giun­to finalmente, il cameriere s'infuriò: «Per così poco chiedete aiuto?». Gaspare ne ritrasse tale ribrezzo, che per tutta la vita provò un orrore indicibile per i topi.
Dalla locanda passano nella casa parrocchiale di S. Matteo, ospitati a pagamento dal buon parroco. Ga­spare è preso da debolezza sempre più grave con emi­crania, vomiti, febbre. Si raccomanda insistentemente a S. Francesco Saverio. È agli estremi. Gli vengono am­ministrati i sacramenti. L'Albertini gli è accanto. Lo impressionano le sue invocazioni al Saverio. Ricorda la profezia di Sr. Agnese del Verbo Incarnato. Gli dice con tono profetico: «D. Gaspare, non morrai, sta' tranquillo! Il Signore... ». E gli racconta la profezia della suora e la missione che il Signore gli avrebbe affidato. Gaspare resta perplesso, ha fiducia nel suo confessore e diretto­re di spirito, ma, al tempo stesso, non riesce a persua­dersi che il Signore, per cose così grandi, voglia servir­si proprio della sua nullità. «Tu hai accettato nel tuo cuore la morte, rassegnato alla volontà di Dio, ma i suoi disegni sono ben diversi, perciò non morrai», l'assicura l'Albertini. I segni d'una rapida guarigione non si fanno attendere: la febbre scende, lo stomaco comincia a ritenere il cibo, gradatamente tornano le forze e il volto riprende l'abituale colorito.

IL LUNGO CALVARIO
Improvviso arriva un ordine superiore: duecento sa­cerdoti che si trovano a Piacenza devono essere trasfe­riti; i più anziani o cagionevoli di salute, a Bologna e gli altri in Corsica. Gaspare è destinato a Bologna.
L'aria più salubre di questa insigne città e la relati­va libertà dei primi giorni, diedero a Gaspare, ospitato fraternamente dai Padri Filippini (si conserva ancora la camera dove dormì), la possibilità di riprendere contat­to epistolare con Roma. Suo primo pensiero fu quello della famiglia e delle opere di ministero lasciate nella capitale. Dopo aver passato alcuni mesi con i Filippini, Gaspare raggiunse l'Albertini presso la nobile famiglia Bentivoglio, dove, per propria scelta, fu alloggiato nel­la soffitta; qui avrebbe potuto con più libertà e quiete raccogliersi in preghiera e dedicarsi allo studio della teologia.
Ma Gaspare è uomo di azione. Essendo in qualche modo libero, sente ridestarsi nell'animo lo stesso fuoco che lo bruciava a Roma. Predica esercizi spirituali, tie­ne conferenze ai giovani, prende contatto con i maestri e gli alunni della celeberrima Università di Bologna. Fa scorrere clandestinamente tra gli studenti foglietti che confutavano le dottrine illuministiche che li avevano al­lontanati dalla fede. Il giovane Del Bufalo aveva ritro­vato il suo paradiso. Poteva mai durare a lungo? Im­provvisamente muore D. Francesco Gambini, uno dei compagni di esilio. Gaspare fa appena in tempo a rac­coglierne gli ultimi aneliti. Si sparge la notizia in città di questa morte e Gaspare, da par suo, organizza solen­ni funerali. E’ morto un confessore della fede! Il clero bolognese, i duecento sacerdoti deportati e una folla enorme seguono il feretro. Il Prefetto di Polizia trema, ma Gaspare fa sì che nulla succeda.

LA MAMMA MUORE
Ed ecco la nota più triste e dolorosa degli anni del­la prigionia. Gaspare a Bologna è raggiunto dalla ferale notizia della morte della sua dolcissima madre. Attra­verso quelle misteriose vie che sanno trovare solo colo­ro che si amano, Annunziata aveva saputo della grave malattia del figlio e Gaspare le precarie condizioni di salute della mamma. Annunziata sul letto di morte, qua­si sorridendo, mormorò: «Sia fatta la volontà di Dio! Rivedrò il mio Gaspare in Paradiso». E col nome del figlio sulle labbra si addormentò nel Signore il 20 otto­bre 1811. Fu proprio l'Albertini, prima di partire per la Corsica, ad assumersi il penoso compito di comunicar­gli la dolorosa notizia. Gaspare ne rimase impietrito. Si sforzò di trattenere le lacrime, ma poi prevalse la legge del cuore e scoppiò in un pianto dirotto. Così scrisse, tra l'altro, alla Tamini: «Tra le altre tribolazioni, colle quali al Signore piace visitarmi, si è aggiunta quella della perdita, cioè, della mia santa e incomparabile ge­nitrice. L'uniformità ai divini voleri non esclude nella mia umanità il peso grande che risento di tale mancan­za... e troppo viva la ferita! Sono stordito! Il dolore per mia madre è inesprimibile!». Conclude con un grido di eroica rassegnazione: «Evviva la Croce!». L'altro grave dolore di quest'anno fu la separazione dal suo amato di­rettore spirituale, che verso la fine del 18 lì fu mandato nelle carceri di Bastia, in Corsica.
Intanto Napoleone, indignato che un migliaio di preti osava opporgli resistenza, nel 1812 emanò un de­creto in base al quale i sacerdoti deportati erano co­stretti a ripetere il giuramento. Se anche questa volta non giuravano, erano condannati alla privazione dei di­ritti politici e civili. Evidentemente, anche questa volta Gaspare non giurò e fu rinchiuso nelle carceri di S. Giovanni in Monte in Bologna.
Il carcere di S. Giovanni in Monte, dove spessissi­mo avvenivano insurrezioni con morti e feriti fra i de­linquenti comuni, grazie alla presenza di Gaspare divenne un carcere modello. Le autorità restarono di stuc­co! Gli ottimi bolognesi fecero a gara nel portare cibo e biancheria. Gaspare donava tutto ai delinquenti più in­calliti, per aver così modo di parlar loro dell'amore di Cristo.
A sera, da quelle mura si levava un coro solenne di lodi al Signore e i carcerieri, pensando che cantassero in anticipo le loro esequie, infierivano sempre di più. Ma si può mettere a tacere con la forza il canto di chi soffre, pur essendo innocente, e loda il suo Signore, che lo rende degno di patire per Lui? Allora si ricorre ad un inasprimento di pena. Lì Gaspare è pericoloso, anche perché sostiene i suoi confratelli nella resistenza contro Napoleone e, perciò, con alcuni compagni più «testar­di» viene trasferito al carcere più duro di Imola. Il po­polo, che già li conosceva per fama, andò loro incontro e, saputo che ai prigionieri era stato vietato ogni contat­to con l'esterno e che era vietata loro la celebrazione della messa, cominciò a far pervenire ad essi, per vie misteriose, l'Eucaristia. Si ripetevano le gesta di S. Tar­cisio! Ogni tanto saliva alla Rocca Mons. Annibale Ginnasi a celebrare il S. Sacrificio e distribuiva loro il Pane degli Angeli. In seguito, attutito alquanto il rigore, tutti poterono celebrare la S. Messa. La severa fortezza di Imola splendeva di luce nel cuore degli abitanti: quei prigionieri levavano per se stessi e per loro l'Ostia e il calice consacrati. Da Imola, avendo rifiutato per la terza volta il giu­ramento, i prigionieri dopo tre mesi furono trasferiti al­la Rocca di Lugo, dove fu accresciuto il rigore carcera­rio. Così ne dà notizia S. Gaspare in una lettera a Mons. Ginnasi il 17 maggio 1813: «Gli ordini che su di noi vi sono... in poco si riducono a questo: 1° di non poter ce­lebrare; 2° di non poter ricevere commestibili; 3° di non poter avere comunicazioni con gli esterni e qualora vi fosse occorrenza, di parlar con l'astante (la guar­dia). Siamo tutti in una medesima camera, provvisti di letto; e il dopo pranzo abbiamo un poco di passeg­gio». Il carceriere si chiamava Lupo; lo era di nome e di fatto!
Nella previsione di una imminente sconfitta per Na­poleone, nel dicembre 1813 giunse l'ordine che tutti i sacerdoti deportati fossero trasferiti in Corsica. Gaspa­re, passando per Bologna dove sostò per un breve salu­to agli amici, si diresse a Firenze, in attesa degli even­ti. Qui lo raggiunse la lieta notizia che l'astro napoleo­nico era tramontato e i deportati potevano tornare alle loro case.
Gaspare rimase a Firenze ancora qualche giorno e si diede a propagare la devozione del Preziosissimo San­gue. Sì, aveva anche egli tanto desiderio di tornare a Roma, ma perché tanta fretta? A casa non c'era più la cara mamma ad attenderlo!
Partì nel febbraio del 1814. Quando dalla carrozza vide i Sette Colli, tra i quali spiccava la cupola di Mi­chelangelo, ebbe un tuffo al cuore e dai suoi occhi sca­turì una pioggia di lacrime.
«Quanto cammino, in sì breve tempo, nella via su­blime della croce!», scrive il De Libero.


IL SUO CARISMA
Dio, nella sua infinita misericordia, aveva ricondot­to il prigioniero nella sua patria, cinto dell'aureola del martirio. Accoglienze trionfali? Onori? Posti ambiti? Nulla di tutto questo. In Gaspare ardeva più di prima una sola ansia: quella di mettersi a servizio delle anime, per le quali Cristo ha versato il suo Sangue.
Prima di vederlo in azione, crediamo sia necessario presentare in breve 1' «uomo Gaspare», nei suoi caratte­ri somatici e in quella interiorità che lo spinse a com­piere gesta così grandi per il bene della società del suo tempo.

L'UOMO
Non abbiamo un vero e proprio ritratto del Santo, eseguito mentre egli era in vita. Non ha voluto mai far­si ritrarre. Ne conosciamo le fattezze, come pure il ca­rattere, attraverso la descrizione che ci danno i contem­poranei. «Bocca spaziosa, labbra lievemente turgide, occhi opali e perfettamente tondi, alquanto spalancati, come in visione di cose alte e profonde. Il volto pieno e roseo, atteggiato a serietà e dolcezza. Fronte ampia, vi­so oblungo con mento acuto, offeso dal vaiolo. Fisico delicato; all'aspetto sembrava di ottima salute, ma por­tava con sé quella fragilità che ebbe fin dalla nascita e il segno delle sofferenze durante le carceri, non che di quelle volontarie penitenze che si infliggeva e di tante che si soffrivano nell'apostolato; sicché aveva piuttosto di frequente scosse di nervi, arrossamenti in volto e flussioni ai denti». Era di statura regolare, di portamen­to schietto e modesto, accompagnato da una certa mae­stà naturale. Tratto signorile e piacevole da meritare l'appellativo, come abbiamo già detto, di cavaliere na­to. Misurato nello sguardo e nel gesto, riservato e com­posto; con la sua gentilezza conquistava anche i più riottosi. Era molto delicato di coscienza, docile e nello stesso tempo energico, instancabile, di ampie vedute. Il «suo fare» era grave, ma dolce e affabile, come si con­viene al sacerdote di Dio.
Di natura «igneo, focoso, fervido, bilioso, acceso, tendente all'irascibile, inquieto, accalorato», raggiunse, per la continua unione con Dio, il dominio di se stesso e il pieno equilibrio da divenire l'uomo più mansueto e pacifico del mondo. «Soffriva con disinvoltura e opera­va con allegrezza». «Bisogna conoscere le difficoltà - diceva - non per temerle e molto meno per cedere». Fu dotato di intelletto acuto e perspicace, del quale faceva uso, ma non si gloriava mai. Abitualmente sofferente di stomaco, non se ne lamentava mai, né permetteva gli servissero cibi particolari e prelibati. Nascondeva le proprie sofferenze con ilarità sorprendente; fu poveris­simo, ma sempre lindo; vestiti rattoppati, mai macchiati. Chi fosse entrato nella sua stanza, sarebbe rimasto colpito dal massimo nitore, ordine e semplicità. Quando poteva, faceva da sé le pulizie, rimetteva in ordine, spolverava e rassettava.
Era nemico giurato dell'ozio. Era alieno da visite non strettamente necessarie e colloqui inutili. A chi gli consigliava un po' di riposo, diceva: «Mi riposerò in Paradiso!».
Sapeva conservare l'imperturbabilità di spirito an­che in mezzo a critiche, censure, contraddizioni, calun­nie cocentissime e lotte aspre, che doveva sostenere ogni giorno per il bene e per difendere la gloria di Dio e il proprio Istituto. Era davvero l'uomo forte che non arretrava dinanzi a nessuna difficoltà, anche quando sembrava insormontabile. Perdonava i nemici e pregava per loro. Anche durante la prigionia non si sentì mai pronunciare dalla sua bocca una parola di risentimento e di condanna contro Napoleone e i suoi carcerieri.
Altra caratteristica di Gaspare fu la sua soavità spi­rituale. Diceva: «Amo tutti in Dio e per Dio, senza par­ticolarità». Si adattava con ogni ceto di persone anche se, ovviamente, prediligeva starsene con i poveri e con i peccatori. Il suo fisico sembrava fàtto apposta per sen­tire profondamente le miserie morali, spirituali e fisiche del prossimo. I peccatori si sentivano rapiti e, dopo averne sperimentata la bontà, si alzavano dai suoi piedi piangendo di gioia. Era affabilissimo con tutti. Anche i sacerdoti accorrevano numerosi ad ascoltarlo negli esercizi spirituali ed egli non solo parlava con loro, pre­dicava, confessava, ma li serviva nelle più umili neces­sità. Perfino quando doveva correggere e prendere provvedimenti verso i suoi missionari, lo faceva con ta­le dolcezza e paterna bontà che gli stessi colpevoli ne restavano ammirati e conquistati.
Anche dopo la prigionia osservava il metodo di vita propostogli dall'Albertini. Si alzava prestissimo, recita­va le preghiere del mattino, era scrupoloso nel prepa­rarsi alla celebrazione della Messa e nel fare il ringra­ziamento. È comune la testimonianza che, quando cele­brava, lo faceva con tale raccoglimento e mirabile de­vozione da sembrare un angelo. La folla accorreva sem­pre numerosa ad «ascoltar la Messa di un santo». Era osservantissimo della Regola, che egli stesso aveva da­ta ai suoi missionari. Attendeva poi alla meditazione, che non lasciava mai; preferiva meditare la passione di Cristo, sostando per ore davanti al Crocifisso. Durante il giorno recitava spesso le giaculatorie. Era solito meditare anche nei lunghi viaggi apostolici. Non lasciò mai la recita del Breviario, anche quando ne sarebbe stato dispensato.
Disbrigava gli affari con ordine e precisione mirabi­le; ripeteva spesso le parole dell'Apostolo: «Tutto sia fatto con ordine e onestamente».
Era molto parco nel vitto e molto sobrio nel bere; anzi, soleva bere vino annacquato. Prima e dopo le lun­ghe prediche beveva una specie di orzata calda. Era so­lito far lui le porzioni a tavola, servendosi per ultimo e con parsimonia. Riprovava gli eccessi, vietava cibi rari e costosi, ma rimproverava gli economi se a tavola non v'era cibo sano e sufficiente. Procurava che nelle feste a tavola vi fosse sempre qualcosa in più e di particola­re. Anche se malato, rispettava con scrupolo i digiuni comandati dalla Chiesa e ne aggiungeva altri di sua vo­lontà. In missione vietava rigorosamente cibi prelibati, dolci e liquori; se ne arrivavano in dono, li faceva di­stribuire ai poveri. Ai missionari che per salute non po­tevano stare a tali regole, diceva: «Se ne stiano a casa a curarsi». Non accettava mai inviti da prelati e nobili. Il suo passeggio preferito, quando gli era possibile, era far visita a qualche chiesa o agli ospedali.
Non dormiva più di cinque ore; non di rado passava la notte a disbrigar la enorme corrispondenza o in pre­ghiera. A volte neppure si metteva a letto, ma lo disfa­ceva, perché gli altri non se ne accorgessero.
«Parlare poco, parlare bene, parlare a tempo» era la sua massima. Quando si trovava con i suoi compagni in cammino o durante la ricreazione, cominciava a parlare di Dio e non la smetteva più. Era molto riservato nel comportamento e nel guardare. Animava i compagni a fare altrettanto e a coloro che si lamentavano che così la vita era ben dura, diceva: «Dio ci darà la forza e la grazia».
Dove eccelleva il suo equilibrio era nelle contra­rietà. Accenneremo in seguito anche alle grandi diffi­coltà che sostenne per la fondazione della sua Congre­gazione, per la riforma della Chiesa, per la conversione dei briganti e la diffusione del culto al Preziosissimo Sangue. Nel vedere i confratelli abbattuti e delusi, li rincuorava. dicendo: «Non scoraggiatevi! L'Opera è di Dio, Dio ci aiuterà». «I segni dell'apostolato sono nella pazienza. Dobbiamo essere vittime della gloria di Dio».
Gaspare, appare evidente anche da quel poco che abbiamo detto, imperniò tutta la sua vita sull'umiltà e nell'accettazione amorosa della croce. Egli sapeva che la gloria umana e la ricerca delle soddisfazioni nella sti­ma degli uomini impedisce il volo sublime dell'anima verso le alte vette della santità. Si considerava uomo peccatore e buono a nulla e solo uno strumento, la «zappa», nelle mani del Signore, per compiere tutto ciò che Egli voleva da lui. «A Dio la gloria, a me il di­sprezzo!». E per questo che preferisce umili località, perché ivi si trovano gli umili, le anime più care a Dio. Persuaso che con l'umiltà si conquista la vittoria sul­l'orgoglio del proprio io, non perde occasione per prati­carla. Lo acclamano e fugge, lo rimproverano e china il capo, ne esaltano la santità e si proclama sinceramente il più grande dei peccatori. «Se altri avessero avute le grazie donate a me da Dio, sarebbero dei grandi santi. Io chi sa se mi salverò?». Non amava alte cariche e onori; rifiutò 1'episcopato e la nunziatura apostolica in Brasile.
Ci appare da questi pochi appunti che Gaspare fu un uomo esteriormente e interiormente completo o, co­me fu definito, l'uomo, il santo dell'equilibrio, maturo per compiere cose fuori del comune. Egli nel periodo della sua giovinezza, durante la prigionia, nelle sue azioni future, si presenta come un grande organizzatore. L'eloquenza lo esalta, ma ne fa uso solo per predicare il Cristo Crocifisso, senza alcuna vanagloria. E’ di natura introversa, ama il ritiro, la preghiera. la solitudine delle sue case, ma la sua vita, fino alla morte, sarà tutta un atto di carità. Gli sono imposti dai tempi, dal suo sacer­dozio, dalle responsabilità che lo investivano, anche compiti ingrati, ma in realtà ha molto amato e perdona­to e questo perdono gli dona la letizia dei santi. In un secolo di odi, di lotte, di arrivismo a qualsiasi costo, Gaspare esce dall'angustia delle chiese e scende sulle piazze e, zelante apostolo di Cristo, arringa le folle, sferza il vizio, riporta a Dio le anime, pacifica i popoli e ristabilisce quell'equilibrio che il vizio e l'odio ave­vano spezzato. «Per fare di lui un santo - dice una bio­grafa - basterebbe la bontà di quest'Uomo di Dio, bontà esteriore e interiore, operante e silenziosa, verso gli amici e verso chi gli faceva del male, bontà umana e re­ligiosa. Bontà che è l'espressione della massima sag­gezza e massimo equilibrio raggiunti. Questi uomini nel Vangelo sono chiamati: giusti» (L. Santandrea).

LA SUA SPIRITUALITÀ
Prima di inoltrarci a seguire Gaspare nel lungo e meraviglioso cammino di apostolo, è necessario guar­dare alla sua spiritualità, perché nessuno può compiere gesta così sante, eccelse e prodigiose, se non ha una fiamma, un carisma particolare, un ideale che bruci nel­la sua anima.
C'è questo di meraviglioso in noi cristiani, e nella vita dei santi in particolare, che, pur avendo la stessa fede, pur amando lo stesso Cristo, il centro propulsore della vita di ognuno può avere una sua vita particolare. I Santi differiscono l'uno dall'altro, in una gamma di straordinaria ricchezza di opere, pur vivendo tutti lo stesso Cristo Signore. S. Gaspare è stato paragonato a Giovanni l'Evange­lista per la sua mai offuscata purezza, per il volo aqui­lino della parola, per l'abbandono fiducioso a piè della croce. Qui, come Giovanni, egli sarà preso, ammaliato dal Crocifisso e innamorato del Sangue, che a fiotti scorre dalle piaghe e dal costato di Gesù. All'amore verso questo Sangue Prezioso viene avviato insensibil­mente dalla piissima mamma, poi lo gusta la prima vol­ta nella prima comunione, lo vedrà zampillare, dopo le parole della consacrazione, ogni mattina dal calice del­la sua Messa. La sua piena maturazione come apostolo del Sangue di Gesù avviene nell'orrore delle carceri. Qui approfondisce il mistero del Sangue di Cristo se­condo l'insegnamento della Sacra Scrittura. Qui i tra­sporti d'amore per quel Sangue Preziosissimo lo corro­borano fino alla volontà di dare il proprio sangue per quel Cristo che lo sparse per tutti. Qui apprende che sarà fondatore di una Congregazione che porterà quel titolo nobilissimo e che egli, per tutta la vita, innalzerà quel vessillo vermiglio davanti a popoli e nazioni. Egli, come Giovanni sotto la croce, avrà accanto la santità e la purezza sublime di Maria e le lacrime di contrizione di migliaia di peccatori come la Maddalena.
Entrato nel solco purpureo di quel Sangue, sorretto dal concetto di redenzione universale, che Esso esprime e attua, a Esso ispira la norma della sua vita, perché la meditazione del martirio di Cristo lo porta al di là di un normale e comune dovere sacerdotale. Dalla meditazio­ne viene lo slancio di portare quel Sangue di redenzio­ne a tutte le anime e ne diventa il più grande apostolo.
Egli, così distaccato dal mondo e dalle cose anche più care, per non togliere nulla di sé al Cristo, al quale si è interamente donato, da quel Sangue riceve la spin­ta di correre ad abbracciare i fratelli e portar loro l'a­more di Cristo. Egli sente che a un apostolo di quel Sangue non sono permesse solitudini inaccessibili; de­ve, come il Maestro, stare in mezzo ai popoli assetati di redenzione e di perdono. Gaspare, come Giovanni, ado­rerà quel Cuore, dal quale traboccano le onde vermi­glie del Sangue che redime: il Cuore è la sorgente del Sangue.
L'anima di Gaspare, colma di sì grande ricchezza, la più grande della spiritualità cristiana, freme della brama di correre ovunque c'è da sacrificarsi fino ai li­miti delle possibilità umane; non può frenare lo slancio della sua carità. Il Sangue non è un tesoro da custodire nei segreti della propria anima; il Sangue non conosce ostacoli, irrompe, dilaga, affoga in sé chi lo riceve, af­finché se ne sazi e lo trasmetta a sua volta. Ecco perché il desiderio di fare era in Gaspare così ardente, che lo portava a donare tutto se stesso al di là di se stesso, fi­no all'inverosimile, come vedremo.
Sono tempi, i suoi, in cui l'Europa è scossa e arros­sata dal sangue che sparge Napoleone con le sue guer­re; sono tempi, in cui la guerra «non è combattuta con­tro questo o quel dogma, ma alla religione nella sua to­talità, e al Crocifisso Signore. Conviene dunque ripro­durre le glorie della croce e del Crocifisso... occorre ri­dire ai popoli a qual prezzo sian ricomprate le anime... occorre rammentare che questo Sangue si offre ogni mattina sull'altare». «Questo sangue si applica nei sa­cramenti... è il prezzo della salute... l'attestato dell'Amore Divino». «Noi ecclesiastici siamo insigniti del ca­rattere sacerdotale per applicare alle anime il Divin Sangue». «E questa una devozione che deriva da ciò che abbiamo nelle S. Scritture». «Ci hai redento, o Si­gnore, col tuo Sangue!... E questa una devozione fon­damentale, che abbraccia tutte le altre, essa è la base, il sostegno, l'essenza della pietà cattolica... La devozione al Preziosissimo Sangue, ecco l'arma dei tempi!».
Si obbligò con voto a propagarla. Non teneva mai una predica, nella quale non parlasse dell'amore col quale Cristo aveva versato il suo Sangue per le anime.
Il fine principale della Congregazione intitolata al Pre­ziosissimo Sangue, scrisse nella Regola, doveva essere il culto e la propagazione della devozione al Sangue di Cristo. Dedica molto tempo alla meditazione di questo mistero e alla preghiera. Davanti al Crocifisso «s'in­fiammava tutto e spesso veniva rapito in estasi». Nel Sangue di Gesù il suo conforto e ogni speranza. «Il de­monio mi divorerebbe se non fosse una corona di calici dai quali parmi veder circondato il mio spirito». A tutti i sacerdoti, anche a quelli che andavano alle missioni estere, inculcava questa devozione e dava materiale per diffonderla. Sulle porte delle case e delle camere faceva affiggere la scritta: «Viva il Divin Sangue!». Nelle mis­sioni istituiva la Confraternita del Preziosissimo San­gue l'Ora di adorazione perpetua al Sangue di Cri­sto. Le funzioni più commoventi erano quelle della Via Crucis, della Processione del Cristo Morto, della Co­roncina del Preziosissimo Sangue, delle Sette Offerte e della pratica del Mese in onore del Preziosissimo San­gue. A Roma in dodici chiese, a turno, si teneva questa pia pratica per tutto l'anno, senza interruzione.
Esortava così i suoi missionari: «Andate, portate il Sangue di Cristo in tutto il mondo!».

LA REGINA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE
«La devozione al Sangue di Gesù si completava nel suo cuore e nell'apostolica sua missione con quella di Maria». Il Sangue di Gesù non è il sangue di Maria? Non aveva forse da fanciullo veduto muoversi dalle icone romane le pupille «in cui s'accoglie tutto il para­diso?». Da giovane trascinava i compagni a far visita alle numerose chiese dedicate alla Vergine, da missio­nario non trascurava mai di far visita ai maggiori san­tuari. Nelle Marche più volte visitò la S. Casa di Lore­to, dove ebbe visioni, predizioni e conforto. Fu tra i più fieri e ardenti sostenitori del mistero dell'Immacolata Concezione di Maria e, come vedremo, volle che la sua Congregazione nascesse il 15 agosto, giorno sacro al­l'Assunzione di Maria SS.ma. Scrisse: «Ella penserà a proteggerla dal cielo e a benedirla amorosamente».
A significare poi come Maria fosse indissolubil­mente legata come Corredentrice al mistero del Sangue Divino, fece adattare un quadro nel quale si vede la Vergine che stringe al seno Gesù Bambino, che leva in alto il Calice del suo Sangue, mentre Lei, con la mano destra aperta, invita i devoti ad accogliere per la loro salvezza quel Sangue Prezioso. Esponeva questo qua­dro alla venerazione dei fedeli nelle chiese della Con­gregazione e durante le missioni lo presentava al popo­lo nella predica della Madonna; da quel momento la missione prendeva fuoco, perché «la missione la faceva la Madonna».
La predica sulla «nostra Mamma» commuoveva fi­no alle lacrime e le conversioni non si contavano. Non furono poche le grazie singolari e i miracoli che egli ot­tenne per intercessione della Madonna del Preziosis­simo Sangue, come vedremo in seguito. Non di rado raggi luminosi si partivano da quel quadro e avvolgevano la persona del Santo. Maria era «la trionfatrice dei cuori».

S. FRANCESCO SAVERIO
Abbiamo ricordato all'inizio di questo libro la gra­zia singolare che Gaspare fanciullo ottenne a beneficio della sua vista per l'intercessione di S. Francesco Save­rio. Si accese, da allora, in lui, quella fiamma di rico­noscente affetto e quella devozione, che coltivò per tut­ta la vita. A lui ispirò la sua vita missionaria, imitandone il grande zelo; ne diffuse ovunque la devozione, di­spensando immagini e facendo dipingere quadri. Nelle chiese della Congregazione, come nelle missioni, non mancava mai l'altare, o il simulacro, del Crocifisso, della Madonna del Preziosissimo Sangue e di S. Fran­cesco Saverio. Lo elesse patrono dell'Istituto, ne cele­brava solennemente la festa il 3 dicembre e nella setti­mana precedente la festa invitava i missionari a racco­gliersi in esercizi spirituali. Inculcò sempre nei suoi fi­gli e nelle popolazioni calda devozione verso l'Aposto­lo delle Indie. Istituì anche una confraternita maschile, detta dei Fratelli di S. Francesco Saverio.
Avrebbe desiderato farsi Gesuita per partire missio­nario nelle Indie, come S. Francesco Saverio, ma la vo­lontà di Dio lo indirizzò a un altro ministero. Quel suo sogno, però, si è realizzato oggi. Anche in India svol­gono il loro apostolato i Missionari del Preziosissimo Sangue, come le Adoratrici del Sangue di Cristo.

FONDATORE
Gaspare, tornato a Roma dalla prigionia, ridiede vi­ta alle sue opere di religione e carità e con l'Albertini si prodigò per l'Arciconfraternita del Preziosissimo San­gue in S. Nicola in Carcere. Sinceramente convinto, nella sua umiltà, di non essere all'altezza di attuare la profezia di Sr. Agnese, essendo stata ripristinata la Compagnia di Gesù, chiese di farvi parte assieme all'a­mico Carlo Odescalchi. Ma erano decisamente altri i di­segni di Dio. Ricevettero, infatti, entrambi un biglietto con l'invito di presentarsi al Papa, il quale, senza equivoci, ordinò a Gaspare di dedicarsi interamente alle missioni popolari, e all'Odescalchi, di prepararsi alla carriera diplomatica. Infatti, fu poi cardinale e rimase sempre amico del Santo. Non ancora convinto d'essere egli il predestinato alla fondazione della Congregazio­ne, si unì a un gruppo di preti missionari, diretti da D. Gaetano Bonanni. Questi missionari si dedicavano alla predicazione delle missioni al popolo, ma dopo la pre­dicazione tornavano alle proprie case e al proprio mini­stero. Gaspare, invece, sognava un vero Istituto, i cui membri si dedicassero esclusivamente alle missioni e vivessero insieme nelle case della Congregazione. Si offrì ben presto l'occasione di aprire una prima casa a Toscanella, nel Lazio, ma tutto andò a monte proprio per le incertezze del Bonanni. Fin dai primi tempi del suo apostolato il Signore aveva fatto un dono meravi­glioso a S. Gaspare: l'amicizia di Mons. Bellisario Cri­staldi. Questi sarà il suo angelo tutelare, il protettore, il benefattore, il difensore per tutta la vita e sarà lui ad aiutarlo per l'apertura della prima casa del nuovo Isti­tuto.
Infatti, invitò Gaspare ad accompagnarlo a Giano dell'Umbria, nella diocesi di Spoleto, per predicarvi un triduo in occasione della festa di Tutti i Santi e della Commemorazione dei Defunti. Alla predicazione segui­rono copiosi frutti spirituali. Quanta pace, pensò Gaspa­re, quanto odore di santità nella dolce terra umbra! In un rapido giro tra quei colli ameni, scorse un antico e imponente monastero: S. Felice! È vero, era cadente, aveva bisogno di grandi restauri, da alcuni anni era sta­to abbandonato dai Passionisti, ma il suo cuore palpitò come avesse scoperto una reggia e sognò di aprirvi la prima casa del nuovo Istituto.
Con un rescritto del 30 novembre 1814 Pio VII con­cesse a Gaspare la chiesa, il convento e annessi di S. Felice col permesso di aprirvi la prima casa della nuova Congregazione intitolata al Preziosissimo Sangue di Cristo.
Con squisita delicatezza e tanta umiltà, d'accordo con l'Albertini e Mons. Bellisario Cristaldi, Gaspare fe­ce intestare la concessione a D. Gaetano Bonanni. A tanta gioia, però, doveva presto seguire un doloroso colpo di scena. Il Bonanni, informato della località do­ve sarebbe avvenuta la fondazione e in quali tristi con­dizioni fosse il fabbricato, si ricusò di andare a pren­dervi il possesso. Allora Gaspare, al posto del Bonanni, mandò a Spoleto D. Luigi Gonnelli, munito di tutte le facoltà. Ma anche il Vescovo, che in un primo tempo si era dichiarato ben disposto a cedere la chiesa, il con­vento e un sussidio annuo di trecento scudi, aveva cam­biato parere; anzi, si mostrò addirittura ostile alla fon­dazione del nuovo Istituto.
Né fu il solo Bonanni a tirarsi indietro, ma, come lui, anche altri sacerdoti, che prima caldeggiavano con entusiasmo il progetto di S. Gaspare. Come se tutto questo non bastasse, un'ondata di critiche si levò contro di lui. Fu tacciato di essere un sognatore infatuato, superbo e incapace. Cominciò da allora per il suo cuore quel martirio che lo avrebbe accompagnato fino alla tomba! Ma, da allora, ebbe anche inizio il suo grido di fede ferma e irremovibile: «L'Opera è di Dio; Egli ci penserà!».
Non erano, queste difficoltà, tali da abbattere il suo spirito e, mentre Mons. Cristaldi appianava tutte le dif­ficoltà col vescovo di Spoleto, egli, con pazienza certo­sina e fraterna carità, riuscì a persuadere il Bonanni, che si decise finalmente a prendere possesso della chie­sa e del convento di S. Felice con delega a un sacerdo­te di Spoleto, Mons. Adriano Luparini.
Finalmente, il 26 luglio 1815 D. Gaspare e D. Gae­tano, ricevuti in privata udienza da Pio VII, ascoltarono la sua Messa ed ebbero formale mandato di aprire la prima casa della Congregazione dei Missionari del Pre­ziosissimo Sangue.
Gaspare si recò subito a S. Felice per preparare la casa. L' 11 agosto lo raggiunsero D. Gaetano Bonanni, D. Adriano Giampedi e D. Vincenzo Tani. Il Bonanni, vedendo lo stato pietoso in cui erano ridotti la chiesa e il convento, commosso per la festosa accoglienza di quella popolazione semplice e ricca di fede, capi l'eroi­smo di Gaspare e gli restò vicino, finché non fu nomi­nato vescovo di Norcia nel 1821.
Finalmente, il 15 agosto 1815, con grande solennità, fu aperta la prima casa della novella Congregazione e tutti riconobbero in Gaspare l'unico e indiscusso Fon­datore.
L'evento richiamò dalle vallate, dai villaggi, dai paesi circostanti le buone popolazioni umbre. La loro gioia fu grande e si unirono con fede ed entusiasmo al canto delTe Deum dei missionari. Gaspare ne dava im­mediata notizia al Cristaldi nei minimi particolari, co­minciando così la lettera: «Converrebbe scrivere la pre­sente più con lacrime di tenerezza che con l'inchio­stro...».

LA CONGREGAZIONE DEL PREZIOSISSIMO SANGUE
A tanta gioia, seguirono subito tante spine. I nemici cominciarono le lotte più subdole e perverse, per soffo­care il nuovo Istituto sul nascere, tanto che Gaspare, sia per umiltà, che per salvarlo, finì per dire che il vero fondatore era l'Albertini o Pio VII. In seguito, per evi­tare inutili confusioni, i missionari, primo fra tutti D. Giovanni Merlini, pregarono caldamente il Santo di far conoscere a tutti la verità. Gaspare si arrese.
Nella deposizione dei processi per la beatificazione e canonizzazione di S. Gaspare, il Merlini dimostrò con argomenti inconfutabili che Gaspare, con l'autorizza­zione e la benedizione di Pio VII, fu il solo e vero fon­datore della Congregazione dei Missionari del Prezio­sissimo Sangue. L'Albertini fu il fondatore dell'Arci­confraternita del Preziosissimo Sangue in S. Nicola in Carcere a Roma e il Bonanni fu solo il direttore di un gruppo di sacerdoti che, rimanendo nelle proprie fami­glie, si dedicavano alla predicazione delle missioni al popolo. Fondatore della Congregazione fu, dunque, S. Gaspare! La prova evidente sta nel fatto che fu lui a darle e poi a difenderne strenuamente il titolo, fu lui ad aprire o chiudere le case secondo le necessità, fu lui a scegliere, accettare o espellere i soggetti e fissarne la residenza e i compiti. Egli trattava con i dicasteri eccle­siastici e i vescovi, fissava i ministeri e apriva i collegi per la formazione dei suoi giovani al sacerdozio.
Stabilito questo punto molto importante nella vita del Santo, passiamo a dare un rapido sguardo alla fisio­nomia della sua Congregazione.
Suo intento, fin dall'inizio, fu quello di fondare un Istituto di sacerdoti secolari, senza voti, che, uniti nel vincolo della carità, si dedicassero alla predicazione delle missioni ed esercizi spirituali al popolo e diffon­dessero la devozione al Preziosissimo Sangue; perciò l'Istituto doveva chiamarsi Congregazione dei Missio­nari del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.
Ecco come S. Gaspare stesso spiega il nome dato alla sua Congregazione. «Se gli altri Istituti - egli scri­ve - si danno carico di propagare chi l'una, chi l'altra devozione, questo delle Missioni dev'essere inteso alla propagazione di quella devozione che tutte le altre rac­chiude, del prezzo cioè della nostra Redenzione».
«Questo titolo deriva da ciò che abbiamo delle Sa­cre Scritture: Ci hai redento, o Signore, col tuo Sangue e ci hai fatto Regno per il nostro Dio e sacerdoti. Noi dunque ecclesiastici siamo insigniti del carattere sacer­dotale per applicare alle anime il Divin Sangue. Questo si offre nel Divin Sacrificio e questo si applica nei Sa­cramenti, questo è il Prezzo di Redenzione, questo è ciò che presentar possiamo al Divin Padre per la riconcilia­zione dei peccatori. In questa devozione noi abbiamo i tesori della Sapienza e della Santità, in questa il nostro conforto, la pace, la salute».
E questo anche il pensiero di Mons. Cristaldi, che Gaspare riporta in una sua lettera del 1° marzo 1815 a D. Gaetano Bonanni: «Mons. Cristaldi mi fa premura acciò sia la nostra Opera sotto il titolo del Preziosissi­mo Sangue di Gesù. Egli fa questa riflessione giustissi­ma. Gli Operai Evangelici operano, affinché il Sangue di Gesù sia applicato alla salute delle Anime, e questo devono offerir di continuo chiedendo perdono per i pec­catori; dunque, se gli altri Istituti si dan carico di pro­pagar chi l'una chi l'altra devozione, questo delle Mis­sioni dev'essere inteso nella propagazione di questa de­vozione che tutte le altre racchiude, del Prezzo cioè di nostra Redenzione».
S. Gaspare, dunque, non ha la minima intenzione di fondare un Ordine Religioso, ma vuole solo raccogliere a vita comune, sotto il vessillo del Sangue di Cristo, sa­cerdoti pronti a recarsi dove fossero chiamati a predica­re le missioni popolari o gli esercizi spirituali e così dedicarsi al risveglio e alla maturazione della fede nelle comunità cristiane attraverso la predicazione e 1'ammi­nistrazione dei sacramenti, soprattutto del sacramento della penitenza. La permanenza nell'Istituto era libera e se qualcuno avesse avuto dei ripensamenti, poteva, a propria scelta, lasciarlo. I membri, dovendo dedicarsi esclusivamente alla predicazione delle missioni e offi­ciare le chiese dell'Istituto, erano obbligati alla residen­za loro assegnata. Gaspare insiste tanto nella concordia reciproca dei membri e nel rispetto tra superiori e sud­diti. Li esorta ad aiutarsi e ad amarsi vicendevolmente. «Viva ognuno di noi come angelo in carne e sia agli al­tri esempio di bene; sia ilare, socievole e urbano, per­ché l'urbanità è una virtù, e si abbia il decoro massimo negli abiti e nel linguaggio».
Gaspare si preoccupa perfino della qualità e quan­tità dei cibi e, come padre affettuoso verso i suoi figli, della loro salute, del sollievo, del sonno... Ovviamente la sua Regola prende innanzi tutto a cuore ciò che ri­guarda la vita interiore del missionario: la celebrazione della S. Messa, la recita del Breviario, l'esame quoti­diano di coscienza, le varie pratiche di pietà, i ritiri mensili e gli esercizi spirituali annuali, ecc.
Seguono le norme riguardanti l'apostolato. Parlere­mo in seguito del metodo che il missionario doveva se­guire nella predicazione delle missioni. Qui ci limitia­mo a dire che egli voleva il massimo decoro nelle chie­se dell'Istituto e che vi fosse il palco, invece del pulpi­to, affinché il predicatore fosse più a contatto col popo­lo, al quale voleva si parlasse con semplicità persuasiva e si predicasse il Cristo Crocifisso.
Aveva molta premura, affinché le case fossero for­nite del necessario, vi regnasse l'ordine e la pulizia, bandendo ogni lusso e tutto ciò che non fosse neces­sario.
Nelle Regole ha stabilito anche le norme del vestia­rio dei sacerdoti, dei fratelli coadiutori e degli allievi. I padri dovevano vestire sempre la talare con fascia, an­che in casa, e portare sul petto un Crocifisso di discrete proporzioni, sorretto da una catena dorata. In testa la berretta e, fuori casa, il cappello, secondo l'uso romano.
Egli vuole missionari santi, ma anche dotti. Perciò, nella Regola ci tiene a che i loro studi siano seri e ag­giornati. Stabilisce che in tutte le case si tengano confe­renze di studio quotidiane sulle varie discipline eccle­siastiche e che durante la mensa si ascolti la lettura di libri istruttivi. Ogni Casa doveva avere una biblioteca ben fornita e aggiornata.
Questi fugaci accenni ad alcuni punti salienti della Regola dei Missionari del Preziosissimo Sangue ci sve­lano la profonda preoccupazione che spinse Gaspare al­la fondazione della sua Congregazione: raccogliere nel­le Case di Missione sacerdoti, fratelli coadiutori e allie­vi che s'impegnassero a condurre una vita santa e san­tificatrice, animata dalla spiritualità del Sangue di Ge­sù, per la predicazione delle missioni e degli esercizi spirituali e per le missioni all'estero.
Nel guidare fino alla morte la sua Congregazione Gaspare fu uomo di molta prudenza. Non guardò affat­to a mire personali, rifiutò cariche e onori per dedicarsi esclusivamente all'Istituto e all'apostolato. Fu impar­ziale con tutti. Nel distribuire le cariche e gli uffici, guardò solo al bene e alle necessità della Congregazio­ne e alle capacità degli individui. Fece tutto alla luce di Dio. «Il quale - diceva - dovrà giudicarmi». Perciò, usa­va prendere decisioni solo dopo lunghe preghiere e do­po aver celebrato la S. Messa. Delle migliaia di lettere che egli scrisse, la maggior parte riguardano il governo dell'Istituto e dimostrano quanto gli stesse a cuore il suo sviluppo, l'osservanza della Regola, l'amministra­zione oculata, il benessere spirituale e fisico di ogni membro. Amò tanto la Congregazione, che, nominandola, si scopriva il capo. Parafrasando il giuramento del Sal­mo 136, così esclamava: «Si paralizzi la mia destra, se mi dimentico di te, o Congregazione del Preziosissimo Sangue».

I PRIMISSIMI COMPAGNI
S. Gaspare Del Bufalo, D. Gaetano Bonanni, il mar­chese D. Vincenzo Tani e D. Adriano Giampedi furono i primi quattro aggregati nel nome del Sangue Prezioso di Gesù. A questi ne seguirono ben presto altri. Al dire di D. Enrico Rizzoli, che di questi primi compagni del Santo ha tracciato brevi cenni storici, tutti erano di ec­celse virtù, tanto che potrebbero essere venerati sugli altari. Seguire Gaspare così perseguitato, vivendo in un tenore di vita tutt'altro che comodo, era un vero atto di coraggio; ma fu proprio la vita difficile, oltre al fascino del Fondatore, a far maturare in alcune anime elette quella scelta. «La loro storia - dice la Santandrea - è de­gna di stare accanto ai fioretti francescani». Ci limitia­mo a citarne qualcuno.
Il marchese D. Vincenzo Tani, di costumi candidi, conduceva una vita di mortificazioni e carità. Conosciu­to Gaspare, rinunciò alle comodità del palazzo per se­guirlo. Fu caldo promotore della devozione alla Madon­na. Avendo egli il privilegio di leggere nelle coscienze, accostò un giovane e lo esortò a «ripulirsi» la coscien­za con la confessione. Quegli, irritato, gli scaricò sulle spalle tante di quelle bastonate!... D. Vincenzo, inginoc­chiato ai suoi piedi, non faceva altro che ripetere: «Per carità, si salvi l'anima». Il giovane alla fine gli si ingi­nocchiò vicino e si confessò. Il Tani aprì il catalogo dei morti della nuova Congregazione. «Felice auspicio - disse Gaspare -. Un santo si è presentato a Dio, il pri­mo, con la nostra divisa!».
D. Gaetano Bonanni, del quale abbiamo già parlato, dopo le contrarietà per S. Felice, vi andò e vi rimase tanto volentieri, che chiamava quel luogo un «paradi­so». Fu per vari anni validissimo cooperatore di Gaspa­re, fu poi eletto vescovo di Norcia. L'episcopato non fu per lui altro che la continuazione della vita missionaria. Era affabilissimo e uomo di grande semplicità. Non co­nosceva il danaro, tanto meno le carte da gioco. Recatosi una volta nello studio dei seminaristi li sorprese che, invece di attendere allo studio, giocavano a carte; questi subito cercarono di nascondere le carte tra le pa­gine dei libri. Non furono però tanto lesti da evitare che un cavallorimanesse sul tavolo. Il Vescovo domandò che santo fosse e un seminarista rispose pronto: «S. Giorgio, Monsignore». Egli rivolgendosi a tutti li esortò: «Gran Santo, siatene devoti», e baciò la carta. Dava tutto ai poveri e alla morte non trovarono neppu­re una camicia nei cassettoni. Era chiamato da tutti, an­che dai nemici della Chiesa, il Vescovo Santo.
D. Vincenzo Maria Fontana. Di lui diceva Gaspare:
«Se poco sa predicare, edifica con la santità della sua condotta». Fu tanta la sua insistenza per entrare in Con­gregazione, anche disposto a fare il servo, che Gaspare lo accolse, sebbene per la sua corpulenza e abitudini non fosse adatto alla vita missionaria. Aveva un appeti­to formidabile, tanto che, per saziarsi, raccoglieva tutti i tozzi del pane avanzato il giorno precedente. Fu osser­vantissimo e, cosa mirabile, come gli altri, valicò mon­tagne e guadò fiumi per le missioni. Andava nei crocic­chi delle strade ed esortava la gente a recarsi ad ascol­tare le prediche dei missionari. Ispirava tanta confiden­za, da divenire confessore ricercatissimo. Fu devotissi­mo e grande apostolo del Preziosissimo Sangue e della Vergine. Morì col sorriso sulle labbra, guardando il quadro della Madonna.
D. Biagio Valentini. Fu il primo successore di S. Gaspare nel governo della Congregazione. La sua fu una vocazione veramente singolare e combattutissima dai familiari. Durante una missione nella quale aiutava Gaspare, il Santo gli consigliò di farsi missionario. Era malato seriamente di tisi, perciò poco adatto a una vita comunitaria e di così grandi strapazzi. Tutti lo sconsi­gliarono, dicendo che sicuramente Gaspare, invitandolo in Congregazione, o non sapeva o aveva preso un gros­so granchio. Invece Gaspare insisté molto e gli assicurò che non ne avrebbe risentito affatto, anzi ne avrebbe trovato giovamento. Lo invitò a pregare con lui nella Santa Casa di Loreto e lo condusse in missione. D. Bia­gio non credeva a se stesso, perché si sentì presto a suo agio e in buona salute, tanto che s'innamorò subito del­la vita missionaria. Era un vero uomo di Dio. tanto che S. Gaspare lo scelse come direttore spirituale, dopo la morte di Mons. Francesco Albertini. Testimoni oculari affermano che abbia «risuscitato» un bambino già esa­nime per la caduta in un pozzo. Convertì, poco prima dell'esecuzione un condannato a morte, tanto ostinato. A Frosinone ridiede la vista a una bambina. Come gli aveva predetto S. Gaspare, divenne il suo primo suc­cessore ed ebbe la gioia non solo di aprire la prima ca­sa dei Missionari in Roma nella chiesa di S. Salvatore in Campo, ma di vedere approvata da Gregorio XVI la Regola dell'Istituto il 17 dicembre 1841.
D. Giovanni Merlini. Fu senza dubbio il più grande emulo della santità di Gaspare e meglio sarebbe dire che fu lo specchio fulgido e fedelissimo della sua ani­ma. Fu addirittura ritenuto più santo del Fondatore. An­dato dalla natìa Spoleto a Giano per conoscerlo e rac­cogliersi in santi spirituali esercizi, ma senza la minima idea di farsi missionario, fu come folgorato dalla spiri­tualità di Gaspare e questi, a sua volta, fu conquistato dal candore, dalle doti spirituali e intellettuali del Mer­lini. Fu l'incontro fra due grandi anime destinate a per­correre assieme un lungo cammino per il bene della Chiesa. Il Merlini divenne presto segretario generale della Congregazione, compagno di Gaspare nelle mis­sioni, suo collaboratore e secondo successore nella gui­da della Congregazione. Completò le Regole e allargò la consistenza dell'Istituto in Italia e all'estero. Pio IX, dal quale ottenne nel 1854 la casa e chiesa di S. Maria in Trivio a Roma, lo stimava assai; l'aveva ca­rissimo e lo scelse tra i suoi consiglieri. Si deve a lui l'estensione della festa del Preziosissimo Sangue alla Chiesa universale, quando a Pio IX, esule a Gaeta per i moti del 1848, profetizzò che, se avesse esteso la festa del Preziosissimo Sangue a tutta la Chiesa, sarebbe tor­nato a Roma, come avvenne puntualmente.
D. Giovanni era un formatore di anime, particolar­mente dotato. A lui, come diremo in seguito, Gaspare affidò la direzione spirituale e la guida della giovane Maria De Mattias, fondatrice dell'Istituto delle Adora­trici del Sangue di Cristo. Ne fece un'anima eletta e ric­ca di virtù, tale da raggiungere le vette più alte della santità.
Grande oratore, conquistò tante anime a Dio. Restò celebre una delle sue missioni a L'Aquila. Tra le molte conquiste, quella di un giovane intraprendente e sviato, che aveva deriso i missionari. La mattina della loro par­tenza corse dietro a D. Giovanni e volle confessarsi da lui lungo il tragitto. Finì per entrare quel giorno stesso nell'Istituto e vi rimase per sempre, conducendo vita edificantissima. Alquanto sordo, il Merlini ottenne per le preghiere di Gaspare di udire bene in confessionale e nelle conversazioni di spirito.
Morì a Roma il 12 gennaio 1873, investito volonta­riamente nei giorni precedenti da un vetturino «mangia-preti». Pio IX, appresa la notizia della sua morte, in pubblica udienza affermò: «E' una grande perdita per la Chiesa, quando il Signore chiama a Sé anime come quella di D. Giovanni».
Sebbene di carattere collerico, nessuno fu più man­sueto e dolce di lui. Era di fede ardente, devotissimo e grande apostolo del Preziosissimo Sangue e della Vergi­ne. Chi assisté al suo trapasso, restò convinto che gli fosse apparsa Maria. Egli spirò serenamente, guardando in alto e mormorando: «Madonna mia, speranza mia, consolazione mia».
Il Merlini godeva giustamente grande fama di san­tità. A Sonnino, dove andava spesso, lo chiamavano il Santo. Fu visto camminare senza ombrello sotto una pioggia dirotta e rimanerne asciutto, mentre si recava d'urgenza a portare i sacramenti a un moribondo. A Ro­ma guarì una donna cieca. Fece rumore la guarigione agli occhi d'un certo Rori a Sonnino; altri ne guarì du­rante il colera di Roma nel 1867. Leggeva nel segreto delle coscienze e predisse eventi puntualmente verificatisi. Anche dopo la sua morte, fino a oggi, molti hanno asserito di aver avuto grazie per sua intercessione. Di alcune sono stati fatti scrupolosi controlli e ne è stata constatata l'autenticità.
Nel 1972 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa le virtù da lui praticate in grado eroico. Erano tante le anime che ne auspicavano l'elevazione agli al­tari per venerarlo al fianco di S. Gaspare e della Beata Maria De Mattias.
Una pleiade luminosa. Ai più illustri, altri non me­no illustri per dottrina e santità ne vanno aggiunti.
Mons. Guglielmo Sillani-Aretini, vescovo di Terra­cina, lasciò l'episcopato per seguire S. Gaspare. Di cuo­re largo e generoso, era chiamato l'angelo della carità. Era dottissimo.
D. Vincenzo De Nicola, di elevati costumi e angelo consolatore di chiunque si trovasse colpito da angustie e dolori.
D. Innocenzo Betti, l'apostolo di Benevento. Duran­te un corso di esercizi spirituali a S. Felice, egli mani­festò al Santo l'idea di farsi cappuccino. Lamentandosi però che gli era stata assegnata una stanzetta stretta e con piccola finestra, Gaspare gli disse sorridendo: «Ve­de che non è fatto per essere cappuccino? Resti con noi, si faccia missionario». Ebbe dei contrasti col Santo per l'abito dei fratelli coadiutori, ma poi chinò la fronte al­l'ubbidienza. Si distinse per dottrina e virtù.
Fratel Giosafat Petrocchi, di S. Elpidio nelle Mar­che, entrò in Congregazione in tarda età. Era stato spo­sato e aveva avuto dei figli. Era virtuosissimo e, morta la moglie, si era dedicato tutto alla sua parrocchia, in­segnando catechismo ai fanciulli e andando per le case a recitare il rosario e a dare saggi consigli. Era uomo di grande carità. Conosciuta la fama di santità di Gaspa­re, si portò a S. Felice, pregando il Fondatore di acco­glierlo come inserviente. Rivelò subito il profumo delle sue virtù e l'ardore dell'apostolato tra i contadini della campagna di S. Felice. Morì lasciando largo rimpianto di sé.
Ci dispiace non poter riportare qui neppure l'elenco degli altri innumerevoli compagni di Gaspare, che lo seguirono nei primi anni dell'apostolato e subito dopo la sua morte. Sappiamo quanto egli fosse meticoloso e scrupoloso nella scelta, perché voleva che i suoi com­pagni fossero tutti di predare virtù e, se non proprio adatti alla predicazione, almeno capaci e volenterosi di star nel confessionale, curare il decoro e il servizio del­la chiesa e, soprattutto, uomini di preghiera. Essi costi­tuirono una vera pleiade luminosa di anime generose e sante, con cui «Iddio si piacque illustrare fin da princi­pio la nostra umile Congregazione, quasi per conferirle, con la magnificenza delle virtù loro, il suggello della sua approvazione sovrana».


LE MISSIONI. IL BRIGANTAGGIO. MARIA DE MATTIAS.

LE MISSIONI
Aperta la prima casa, Gaspare se ne tornò a Roma in cerca di altri sacerdoti da impegnare alla predicazio­ne delle missioni.
Pur seguendo l'esempio dei grandi santi missionari del passato, S. Gaspare compilò un metodo tutto suo, che porta l'impronta della sua dottrina e della sua spiri­tualità. Si conservano ancora in archivio alcune copie del Metodo delle Sante Missioni, che fece stampare a Roma nel 1819. Non accettava missioni se non richieste dalle legit­time autorità o da esse approvate. Sceglieva i soggetti più adatti e ben preparati secondo le località dove do­vevano recarsi. L'ingresso della missione si svolgeva con grande solennità. I missionari erano ricevuti dal clero, dalle autorità, dal popolo tra canti sacri e suono di campane. Non per trionfalismo, ma per far compren­dere a tutti che con la missione bisognava accogliere con gioia la misericordia di Dio. All'arrivo, prostrato, baciava la terra e si faceva consegnare il Crocifisso; quindi, cantando, si entrava in chiesa. Si teneva subito la predica d'introduzione. La missione, in genere, dura­va quindici giorni, durante i quali i missionari assedia­vano spiritualmente la popolazione. Dal primo giorno della missione l'immagine della Madonna del Prezio­sissimo Sangue veniva esposta in chiesa alla venerazio­ne di tutti. Botteghe, caffè, bettole dovevano rimanere chiusi. Per tutta la popolazione si tenevano abitualmen­te quattro prediche al giorno: due al mattino (catechi­smo sul Decalogo ed esempio della Madonna) e due la sera (istruzione sul sacramento della Penitenza e predi­ca grande sui Novissimi). Nei quindici giorni si teneva­no anche conferenze particolari ai vari ceti di persone:
clero, professionisti, donne, uomini, giovani e fanciulli. Le funzioni notturne erano riservate ai soli uomini. Du­rante la missione si facevano visite ai carcerati e ai ma­lati, ai quali poi si dedicava una giornata particolare in cui si portava loro in forma solenne la S. Comunione. Si dava, poi, grande importanza alla processione di pe­nitenza col Cristo Morto, alla quale partecipava tutto il popolo. Al termine di qualche predica particolare e nel­la processione penitenziale i missionari si battevano con alcuni colpi di disciplina per suscitare sentimenti di maggiore conversione nel popolo. Era sempre enorme la raccolta di armi, stampe oscene, carte da gioco, og­getti superstiziosi, emblemi di settari. Tutto veniva dato alle fiamme pubblicamente al termine della missione. Si diffondevano largamente la buona stampa e le imma­gini sacre.
Si comprende facilmente quanto fossero laboriose quelle giornate. L'unica ora di riposo, nel giorno, era quella del pranzo, durante il quale, però, non si parlava, ma si ascoltava la lettura di qualche libro sacro o della vita di un santo missionario.
Lo scopo principale della missione era la conversio­ne dei peccatori. Dio benediceva sempre il lavoro dei missionari, perché grande era la calca dei penitenti presso i confessionali. Ovviamente quello del Santo era «assediato» più degli altri. «Egli aveva una maniera sì efficace di attirare, di accogliere i penitenti e compun­gerli, che niuno si partì mai da lui senza essere per dav­vero convertito e pienamente contento». Circa il suo metodo di confessare il Merlini ci dice: «Paziente, pru­dente, benigno era il modo da lui usato nel confessare e lo stesso raccomandava agli altri». Aggiunge ancora:
«Era un ottimo direttore di anime e diresse anche il mio spirito». Si sa anche che moltissimi erano diretti da lui e a lui ricorrevano persone d'ogni ceto e anche persone di alto rango, come prelati, nobili e cardinali. Era diret­tore spirituale e confessore di varie comunità religiose femminili.
S. Gaspare, durante le missioni, stabiliva le Opere Pie, che ne perpetuassero il frutto, quali il Ristretto dei Dodici Apostoli per il Clero, le Sorelle della Carità, leFiglie di Maria, il Ristretto di S. Luigi per i giovani e i ragazzi, la Congregazione dei Contadini, l'Oratorio Notturno per gli uomini, che era guidato dal Ristretto di S. Francesco Saverio, la Pia Unione del Preziosissimo Sangue col compito dell'adorazione perpetua e della solenne celebrazione del Mese e della Festa del Prezio­sissimo Sangue. Commoventissima era la funzione del­le Sette Effusioni con preghiere, fervorini e canti in onore del Sangue di Cristo. Di grande effetto, per la conversione dei peccatori più ostinati, era l'improvviso ingresso della Madonna dalla porta principale della chiesa, tra pianti e grida di «Evviva Maria», suono di organo e di campane. Da quel momento la Madonna del Preziosissimo Sangue veniva esposta con addobbi sul palco e diventava la vera trionfatrice della missione.
Una giornata indimenticabile era quella della rappa­cificazione. Al termine della predica sul perdono veni­vano invitati alla pubblica riconciliazione tutti coloro che erano divisi da odio atavico. Si abbracciavano allo­ra famiglie con famiglie e si incontravano per far pace intere popolazioni di diversi paesi dei dintorni. Le cam­pane suonavano a festa, si incitavano i presenti al grido di «Pace! Pace! Pace!», si cantavano inni e si pregava per la pace fra tutti.
Alla chiusura della missione, in un luogo all'aperto, si erigeva la Croce Ricordo. In moltissimi paesi ancora si conservano le croci issate dal Santo.
I missionari, dopo aver fatto tanto bene, partivano di nascosto, a evitare manifestazioni in loro onore. Non furono, però, pochi i casi in cui la popolazione, venuta a conoscere l'ora della partenza, chiudeva le porte del­la città e sbarrava le strade per costringerli a rimanere ancora almeno un'altra giornata.

L'APOSTOLO
Gaspare, dal 1815, anno della nascita della Congre­gazione fino alla sua morte, avvenuta il 28 dicembre 1837, si dedicò alla predicazione delle missioni e degli esercizi spirituali al popolo, salvo una breve interruzio­ne nel 1826, perché trattenuto dal Papa a Roma, a Pro­paganda Fide, per procurare missionari per le missioni estere.
Il numero delle case dell'Istituto andava crescendo e così cresceva anche il numero dei sacerdoti e dei fra­telli coadiutori che entravano a farne parte. Dopo quel­la di S. Felice di Giano, durante la sua vita S. Gaspare aprì anche le case di Pievetorina, Albano, Terracina, Sonnino, Sermoneta, Velletri, Frosinone, Vallecorsa, Benevento, Rimini, Nepi, Cesena, Macerata Feltria, Pennabilli. Le richieste di missioni erano tante. Il San­to, se da una parte gioiva, dall'altra soffriva di non po­ter accontentare tutti, anche perché, giustamente, bada­va più alla qualità dei sacerdoti che accettava, che al numero. Come un drappello bene agguerrito, da queste case partivano Gaspare e i suoi missionari per combat­tere i mali della società, le sette anarchiche e atee e per andare con amore tra quelle popolazioni che, a causa della miseria e dell'ignoranza, delle guerre e delle in­giustizie, avevano dimenticato Dio e si erano date al vi­zio. Il campo dell'apostolato è vastissimo e qui ci è im­possibile citare anche soltanto le località dove fu S. Ga­spare. Esse si contano in gran numero nel Lazio, Um­bria, Marche, Romagna, Abruzzo e Regno di Napoli. Il suo metodo era sempre e dovunque lo stesso, eppure ogni missione si distingueva da un'altra e aveva qual­cosa di proprio.
Dopo una prima missione predicata a Roma nel di­cembre del 1814 nella chiesa di S. Nicola in Carcere, culla della devozione al Sangue di Cristo, dopo la fon­dazione dell'Istituto, Gaspare cominciò il suo cammino apostolico con altri «grossi calibri» da Benevento, nel novembre del 1815. Sentiamo cosa dice di quella pove­ra gente il Delegato Apostolico della città in una sua lettera: «Io sono stato mandato in una selva piuttosto di bestie indomite che di uomini ragionevoli..., marmaglia senza nascita (legittima), senza educazione, senza con­tegno. E un vero prodigio che non succedano da un mo­mento all'altro degli sconcerti popolari!». In quindici giorni la città fu completamente trasformata. Lo stesso Delegato Pontificio così scrisse dopo la missione: «Non vi sono più bestemmie... Tutta la città è piena di com­punzione!». Poche prediche persuasive erano state più efficaci della truppa. La fama dei missionari era giunta fino a Napoli, donde arrivavano grandi peccatori per confessarsi.
Subito dopo questa missione a Benevento, Pio VII, visto il gran bene compiuto dai missionari, mandò Ga­spare e gli stessi sacerdoti a predicarne un'altra a Fro­sinone.Vi giunsero di notte, dopo un viaggio disastro­so. Furono fatti segno a una calda dimostrazione d'af­fetto da parte del clero e del popolo, che li attendeva. Anche questa missione portò frutti copiosissimi. «La quantità delle armi - scrive il Guglielmi, insigne perso­naggio della città - che li maggiori scapestrati portaro­no ai piedi della Madonna, fu infinita!». D'ora in poi sarà sempre egli a organizzare e a dirigere tutte le mis­sioni, alle quali prende parte insieme con i missionari del Preziosissimo Sangue.
Seguiamo, come si suol dire, a volo d'uccello il lun­go e difficoltoso cammino missionario del Santo. Senza mai trascurare le opere di carità erette a Roma e mante­nendo sempre in efficienza l'attività apostolica nelle chiese e nelle case della Congregazione con gli esercizi spirituali a laici, religiosi e clero, troviamo S. Gaspa­re e i suoi missionari a predicare le missioni in diverse località, delle quali citeremo solo le principali.

1816 - Civitavecchia Rieti, oltre Frosinone, come abbiamo detto. La missione più celebre di quest'anno fu quella di Ancona, «roccaforte dei nemici del Papa e della Religione», dove i settari incitarono il popolo a chiedere il pane, invece che la missione. Le conversio­ni, invece, furono numerosissime. Dopo Ancona lo tro­viamo aBagnaia e quindi a Porto d'Anzio, dove curò particolarmente i reclusi dei vari stabilimenti di pena. Di lì andò poi ad Ardea, Pratica di Mare e a Velletri.

1817 - Tra i paesi delle paludi, dove, oltre al flagel­lo della malaria, dilagava ogni sorta di delitti, era Ci­sterna. Qui istituì la Confraternita della Buona Morte per la sepoltura cristiana e civile dei morti di malaria, che spesso venivano gettati come carogne tra gli acqui­trini. Nell'aprile portò la missione a Cori, dove, disci­plinandosi, riuscì a pacificare il popolo diviso in due fa­zioni, i cui scontri finivano spesso nel sangue. Poi si recò a Sermoneta, dove, durante la predica sulla morte, disse: «Chi sa se qualcuno di voi, che questa sera ascol­ta la predica, avrà la sorte di udirla domani sera?». La sera seguente un tal Pasquale Tomarosi giaceva nella bara in mezzo alla chiesa con grande ammirazione di tutti. Nel mese di agosto lo troviamo a Loreto e poi a Porto Recanati. In queste missioni conquista alla Con­gregazione un santo sacerdote di Porto Recanati: D. Biagio Valentini, del quale abbiamo già parlato breve­mente, guarendolo dalla tisi. Si reca a Montefano di Macerata e di lì a Civitanova Marche, dove accadde un episodio che ci viene narrato dal Valentini, testimone oculare. Una donna, molto avvenente ma lasciva e se­minatrice di scandali, con adescamenti cercava di dis­suadere gli altri ad andare alle prediche del Santo, deri­dendolo e prendendolo in giro. Venne colpita da morte improvvisa e il suo corpo fu trovato orribilmente tra­sformato. Il fatto destò un salutare orrore e fu anche causa di moltissime conversioni. Questo episodio servì anche ad accrescere ovunque la fama di santità di Ga­spare. Nel novembre lo troviamo in missione a Norma, Roccamassima Giulianello nel Lazio.

1818 - È un anno dedicato quasi totalmente alle Marche e alla Romagna, dove scoppiavano spesso moti rivoluzionari. Infatti, dopo la missione di Nocera Um­bra, nella quale predicò ben sedici volte nello stesso giorno e sedò una furiosa tempesta, passò a Fabriano. Qui gli si manifestò la prima volta un gran dono di Dio:
la sua voce, benché affievolita per la continua declama­zione, fu sentita distintamente più di un miglio lontano. Dopo Fabriano si recò immediatamente a Matelica, do­ve fu costretto a lottare moltissimo contro sette masso­niche e carbonari. Anche in questa cittadina si ripetè il fatto prodigioso di Fabriano. Il monaco silvestrino D. Gregorio Ambrosi sentì la voce del Santo, che stava predicando lontano un quarto di miglio. Passò quindi alle missioni di S. Severino Marche e poi a S. Elpidio a Maree di nuovo per gli esercizi spirituali ad Ancona. Famosissime furono le missioni di Forlimpopoli Mel­dola in Romagna, di cui ancora se ne serba il ricordo. In queste cittadine spadroneggiavano i settari. Più volte minacciato di morte, riuscì con la parola e i prodigi a convertirne un gran numero e a conquistarsi la benevo­lenza del popolo. In massa i settari consegnavano le ar­mi e gli emblemi. Un sicario, andato da lui col proposi­to di trucidarlo, giunto al suo cospetto si vide cadere il pugnale dalle mani e s'inginocchiò per chiedergli per­dono. A Meldola gli propinarono veleno, ma egli bene­disse la bevanda e la bevve senza che gli nuocesse. A Meldola accadde un miracolo di bilocazione. Molti videro Gaspare che contemporaneamente era a predicare sul palco in piazza e a confessare in chiesa. Dopo una lunga permanenza in Romagna, sempre in quest'anno lo troviamo ancora nelle Marche: Castelfidardo, Monte­lupone, Montecassiano, Cerreto, Serra S. Quirico, Sas­soferrato;e poi in Umbria: a Gualdo Tadino. Mentre era a Gualdo, giunse a D. Biagio Valentini una lettera con preghiera di accorrere subito al capezzale della ma­dre moribonda. S. Gaspare lo esortò a non abbandonare il bene dei fedeli, assicurandolo che il Signore avrebbe provveduto. Il Valentini ubbidì. La missione non era an­cora terminata, quando giunse la luttuosa notizia. La mamma era morta lietissima di aver avuto al capezzale il figlio missionario. Era avvenuto il miracolo della bi­locazione, dovuto anche all'eroico atto di ubbidienza fatto da D. Biagio.

1819 - In quest'anno il Santo si reca per una missio­ne a Pievetorina, dove fa distribuire ai poveri le pietan­ze prelibate offerte ai missionari. Di lì va a Caldarola, dove seda una grande tempesta durante la predica, bene­dicendo il cielo. Qui guarisce anche un malato di ano­ressia, convincendolo a mangiare una fetta di prosciutto, da lui benedetta.
S. Ginesio convertì in extremis un sacerdote, che da anni si era allontanato dalla Chiesa e rifiutava i sa­cramenti. Lo commuove disciplinandosi: «Io mi flagel­lerò per i tuoi peccati e non smetterò fin quando la gra­zia non avrà trionfato!».
Seguono le missioni di S. Anatolia, Apiro Cameri­no. Qui il Santo fu fatto segno a pubbliche ingiurie e diffamazioni, ma il popolo gremì in modo tale la piaz­za durante la sua predicazione che «non vi sarebbe po­tuto cadere un grano di miglio». Si distrussero armi, stampe, amuleti e altre cose del genere. Da luglio a di­cembre troviamo il Santo e i suoi a Sarnano, Comac­chio e in varie località limitrofe. Di qui passò in dioce­si di Rimini e predicò missioni a Canonica, S. Arcan­gelo, Savignano S. Giovanni in Marignano. Dalla Ro­magna andò nelle Marche: a Moscosi, Belforte e in al­tri paesi vicini. Richieste di missioni venivano a Gaspa­re da tante parti ed egli si sentiva mortificato e addolo­rato nel non poterle accettare. Diceva con rammarico:
«Come si fa ad accontentare tutti?».
Mons. Albertini, che nell'aprile 1819 era stato con­sacrato vescovo di Terracina, lo invitò per una missione in questa città. Gaspare vi andò nel novembre e ottenne un successo strepitoso. Lo stesso santo Vescovo scrive:
«La folla nei confessionali è immensa; basti dire che si sacrificano a stare in piedi tutta la notte, aspettando da­vanti alla chiesa, per potersi confessare al mattino». Ma la gioia doveva durar poco. Subito dopo la missione, il santo Vescovo morì di malaria. Gaspare perse il padre spirituale, che per tanti anni l'aveva guidato e lo teneva più caro di un figlio. Il suo strazio fu enorme. Il Papa propose lo stesso Gaspare a succedergli nel governo di quella insigne diocesi, ma egli, con tutta umiltà, propo­se al suo posto Mons. Carlo Manassi, vicario generale della diocesi di Comacchio, da lui conosciuto durante la missione che vi predicò pochi mesi prima.

1820 - Nell'aprile di quest'anno Gaspare predica una grande missione a Velletri. La popolazione era in fermento per un efferato omicidio. Le inimicizie erano profonde. Durante la stessa missione sorse una lite tra due confraternite che si contendevano il diritto di servi­re i missionari. Ci volle tutta la diplomazia di Gaspare, per convincere i fratelli a servire un giorno gli uni e un giorno gli altri. Ma con l'aiuto di Dio anche qui il suc­cesso della missione fu pieno. Nella predica della pace tutti i nemici si abbracciarono e quell'abbraccio sancì una riconciliazione duratura.
Da Velletri passò a Fabrica, in provincia di Viterbo, e da qui a Spello, cittadina umbra rimasta famosa nella storia della vita del Santo per i grandi e numerosi pro­digi che vi si verificarono e per il grande frutto della sua predicazione. Qui c'era l'uso di comprare la cera «a calo» per sacre funzioni e processioni. Quale non fu la grande meraviglia dei negozianti Feliciano Angelini, Lorenzo Merello e Giovanni Bellucci, nel constatare che, dopo una lunga funzione, seguita dalla processio­ne, durante le quali le candele non avevano mai cessato di ardere, la cera, ripesata, anziché diminuire, era au­mentata. Avvenne anche che, durante l'ultima benedi­zione in piazza, il popolo vide brillare sul capo di Ga­spare due lucide stelle. Questi fatti sono narrati dal Va­lentini, che era presente alla missione.
Si recò, quindi, alla vicina Fiammenga, dove accor­sero anche i fedeli dai paesi limitrofi. In questa missio­ne guari un'inferma, «già spedita dai medici», facendo­la benedire con l'immagine di S. Francesco Saverio.
Dopo un corso di esercizi spirituali a S. Felice di Giano, durante il quale avvenne il primo incontro del Santo con D. Giovanni Merlini, troviamo Gaspare nelle missioni di Torricchio Mergo, alle quali seguirono quelle di Montemartana, dove per la prima volta fu aiu­tato dal Merlini, di Grutti, presso Todi, e di Canuara. Si reca, quindi, a predicare gli esercizi spirituali ai de­tenuti della Rocca di Spoleto e di qui alla missione di Oriolo, in provincia di Viterbo. Dopo una sosta a Roma per ministero e disbrigo di affari per la sua Congrega­zione, nel novembre va a tenere una missione a Subia­co. Qui S. Gaspare conobbe il fratello laico Bartolomeo Panzini, che dal 1821 lo accompagnerà sempre fino al­la morte in tutti i suoi movimenti. Fu un servo fedelis­simo al Santo, ma prepotente e scorbutico. Fu la «cro­ce» che Gaspare portò per tutta la vita nell'esercizio continuo della carità, esortando anche gli altri alla pa­zienza e a vedere in quell'uomo, così rozzo, più le buo­ne, che le cattive qualità.
Chiuse S. Gaspare quest'anno con una solenne mis­sione in Roma, la seconda, nella basilica di S. Nicola in Carcere, con «grande frutto e molte conversioni».

1821 - Gaspare dedicò la prima parte di quest'anno quasi tutta ai Castelli Romani e percorse anche la Pro­vincia di Marittima e Campagna, che corrispondeva al­le attuali province di Frosinone e di Latina. Cominciò le missioni in gennaio da Ariccia, poi andò a Marino e quindi a Castelgandolfo. Non è facile dire quanto fu il bene compiuto e quante le manifestazioni di pietà e le conversioni in queste cittadine. A Castelgandolfo, men­tre il Santo predicava nella piazza gremita, un contadi­no che non aveva alcuna simpatia per la fede e per i preti, voleva attraversare la folla, menando per la bri­glia il somaro carico. La bestia, più saggia del padrone, s'inginocchiò e non volle proseguire, nonostante le ner­bate e le bestemmie del suo padrone. Solo a predica ter­minata si alzò e proseguì docilmente. Nel febbraio di quest'anno Gaspare e i suoi si recarono a Civita Lavinia e a Porto d'Anzio, dove curarono molto i detenuti della Darsena.
Il 1821 è l'anno felice dell'apertura della casa di Albano Laziale, che doveva divenire uno dei luoghi più famosi nella vita del Santo e della sua Congregazione. Dopo un triduo solenne predicato nella chiesa di S. Paolo, i Missionari ne presero possesso ufficiale il 25 marzo. Il tripudio della popolazione, che ben conosceva Gaspare e i suoi figli, fu enorme. Quel giorno segnò l'i­nizio d'un lungo cammino di bene, di premure, di vita santa e di zelo verso quel popolo generoso, che ricam­biò sempre con affetto e stima il lavoro dei missionari e che doveva perpetuarsi nei secoli, fino ai giorni nostri.
Dopo l'apertura di questa casa, Gaspare vola nel Vi­terbese e predica le missioni a Barbarano e a Bieda. Di lì passa nelle Marche per portare la missione aChiaravalle. Qui calma un uragano e così si può svolgere la processione del famoso e prodigioso Crocifisso, che è tanto venerato in quella cittadina. Andando a predicare la missione ad Ascoli Piceno, torna a visitare la S. Ca­sa di Loreto, dove, mentre prega, gli viene rivelato quanto avrebbe ancora dovuto soffrire. «Croci, croci, sempre croci!», esclamò con rassegnazione il Santo, uscendo dal tempio. Difatti, la missione di Ascoli fu ostacolata, perché il Vescovo all'inizio non voleva ma­nifestazioni esterne durante la missione, ma poi si rimi­se al metodo di S. Gaspare e la missione fu particolar­mente benedetta da Dio.
Terminata appena la missione di Ascoli, parte per predicarne un'altra a Offida, dove si venera un'antichis­sima reliquia del Preziosissimo Sangue e dove, perciò, «gli si offre l'occasione di abbandonarsi col popolo a quell'ardore che gli bruciava nel cuore verso il Sangue di Cristo». Passa per Pievetorina, dove predica un cor­so di esercizi al clero, e alla fine di agosto è in Albano, dove predica una grande missione, il cui ricordo rimarrà a lungo nella memoria di quella popolazione. I vecchi di Albano rammentano che i loro nonni raccontavano tanti episodi di armi bruciate e rappacificazioni. Stupiti del grande successo della missione di Albano, lo chie­dono con insistenza anche nella vicina Genzano. Qui un uomo, «inveterato nel vizio e nel peccato, ricusava di ascoltare i missionari e li derideva». L'ultima sera della missione egli sente un prete che, proprio sotto casa sua, si sgolava a predicare a... nessuno. Infatti, nella strada non c'era anima viva. Egli riflette: «Il Signore è venuto a cercarmi in casa, devo proprio tornare a Lui». Si con­fessò e si comunicò tra l'ammirazione di tutti.
Quale fu il riposo di Gaspare dopo tanto lavoro? Si recò nella sua Roma e si diede anima e corpo a prepa­rare con Mons. Bellisario Cristaldi e con il Segretario di Stato, Card. Ercole Consalvi, un piano per l'estirpa­zione del brigantaggio nella Provincia di Marittima e Campagna.

IL BRIGANTAGGIO
Interrompiamo qui la cronistoria - anno per anno - della vita apostolica del Santo, per parlare di quanto egli operò per la conversione dei briganti e per lenire i dolori delle popolazioni della Provincia di Marittima e Campagna. Questa zona del basso Lazio, corrisponden­te quasi alle attuali province di Frosinone e di Latina, era infestata da quegli uomini senza fede e senza cuore, che avevano raggiunto uno stato di abbrutimento e di crudeltà inimmaginabile. L'opera di Gaspare fu davvero titanica e basterebbe da sola a perpetuarne la memoria, annoverandolo tra i più grandi missionari della storia e tra i più grandi benefattori dell'umanità. Lo zelo, le lot­te, le calunnie, i pericoli per la sua stessa vita e il risul­tato raggiunto basterebbero a giustificare la sua eleva­zione agli altari!
Inizialmente, il fenomeno del brigantaggio nel bas­so Lazio fu dovuto al rifiuto dei giovani a sottostare al­la legge della coscrizione o leva militare imposta da Napoleone. Con la caduta di Napoleone il fenomeno né scomparve, né si attutì, ma ingigantì.
L'abbrutimento completo, dovuto alla vita della montagna e all'isolamento dal consorzio civile, gettò quegli uomini nella catena dei più efferati delitti. Si po­trebbe dire che, più che di denaro, erano assetati di san­gue. Ove passavano, lasciavano tali segni di violenza da far rabbrividire anche i cuori più duri. Annidati tra i burroni e nelle caverne delle boscose e inaccessibili montagne della Ciociaria, piombavano come falchi nei paesi e nelle vie, dove saccheggiavano e lasciavano il suolo cosparso di cadaveri. Ai disertori si unirono i ve­ri criminali. Sonnino e Vallecorsa furono i capisaldi delle loro inespugnabili fortezze, altri centri furono Carpineto, Gavignano, Bassiano, Sezze, Prossedi, Ser­moneta, Patrica. A Vallecorsa fu compiuta la prima car­neficina di ben dieci persone, che, sotto il governo na­poleonico, avevano ricoperto cariche pubbliche; tutte furono trucidate, in una sola volta, la sera del Giovedì Santo del 1814. Ricoperti da ampi mantelli, sotto i quali nascondevano archibugi e pugnali, i briganti penetra­rono nella chiesa di S. Martino e consumarono una stra­ge tra i fedeli. Una donna fu pugnalata perfino davanti all'altare, dove era esposto Gesù Sacramentato!
I briganti avevano un vestiario particolare e pittore­sco: giacché di velluto, detto pelle di diavolo, cappelli a cono con falde strette, giubbetti inghirlandati da nastri a svolazzo, calzoni corti alla zuava, ciocie ai piedi, pisto­le e coltellacci alla cintola, barba e capelli incolti, bor­sa a tracolla, amuleti, medaglie, monete e catenine.
Ogni gruppo aveva il suo capo con diritto di vita e di morte. Il nome più popolare è quello di Gasbarrone. Ormai non vi era posto al sicuro dalle loro imprese. La via Roma-Napoli era spesso teatro dei loro improvvisi agguati. Spogliavano i passeggeri di tutto e uccidevano. Ovviamente prendevano particolarmente di mira i ric­chi, i nobili e il clero. Le loro vendette erano puntuali e ferocissime.
È impossibile qui narrare tutte le loro gesta. Accen­niamo solo a qualche episodio, che renderà più com­prensibile la loro ferocia e ci darà modo di capire me­glio l'azione di Gaspare, apostolo di pace fra tanta bar­barie.
Condizione necessaria per far parte d'una banda era l'aver commesso almeno un omicidio, cosicché i giovinastri, affascinati dalle loro gesta, non esitavano ad am­mazzare chicchessia senza motivo, per guadagnarsi «l'arruolamento».
La sera del 23 gennaio 1821 il brigante Alessandro Massaroni con una ventina di uomini assalì il Semina­rio di Terracina, situato allora nel convento di S. Fran­cesco. Tra seminaristi e superiori ve ne erano una tren­tina. Mentre li trascinavano via, s'imbatterono in un gendarme e lo finirono a fucilate; uccisero anche il vice rettore, D. Domenico Cirilli, che si era accostato al po­veretto per dargli l'assoluzione. I sequestrati, approfit­tando del trambusto, cercarono di fuggire. Ma solo una diecina vi riuscirono, gli altri, tra i quali alcuni feriti, furono ripresi e condotti in montagna. Massarone ne mandò due ad avvertire i parenti e le autorità che i pri­gionieri non sarebbero stati rilasciati senza il pagamen­to di un ingente riscatto.
Essendo impossibile pagare la somma richiesta, la popolazione cercò di abbonire i malvagi, inviando mol­ti viveri in montagna. I briganti non cedettero. Furono fatte delle collette, il vescovo di Terracina, Mons. Car­lo Manassi, diede la sua croce pettorale d'oro, le fami­glie e gli amici i loro preziosi. Solo quando ebbero i quarantamila scudi richiesti, i briganti liberarono i se­minaristi, meno due che furono trucidati. L'eccidio av­venne in località Grotte di Monte S. Biagio.
Altro episodio fu l'audace assalto e la cattura dei Monaci Camaldolesi dell'eremo di Tuscolo, presso Fra­scati. I religiosi erano riuniti in chiesa, quando furono assaliti, legati e portati via a viva forza. I briganti, ca­peggiati dal loro capo Antonio Vittori, lasciarono solo un frate centenario, al quale dissero che, se entro tre giorni non avesse procurato settantamila scudi per il ri­scatto, avrebbero trucidato tutti i suoi confratelli. Attra­verso la selva della Faiola e della Molara i frati venne­ro trascinati in territorio di Artena. Di lì poi i briganti con gli ostaggi si trasferirono a Roccamassima. I pove­ri frati cercarono di convincere i malfattori che la som­ma da loro richiesta era talmente esorbitante, che non l'avrebbero potuta ricavare neppure se avessero vendu­to l'Eremo. Vi fu una grande mobilitazione di gendar­meria. I banditi, attaccati in forze, furono costretti an­cora a fuggire con i sequestrati e raggiunsero la loro roccaforte di Monte S. Biagio, da dove mandarono fratel Ubaldo Ceccarelli con l'ordine di portare il riscatto a Fossanova. La triste avventura ebbe lieto fine nei pressi di Sonnino, dove, dopo una sparatoria con i gen­darmi, i banditi fuggirono lasciando liberi gli ostaggi, dei quali uno era stato gravemente ferito. Sonnino ac­colse i monaci al suono festoso delle campane.
Strade consolari, strade di campagna, piazze, paesi erano ogni giorno disseminati di cadaveri e di teste mozzate, appartenenti sia agli inermi cittadini sia ai bri­ganti catturati. Il governo pontificio reagiva senza mise­ricordia, anche con esecuzioni sommarie. I briganti cat­turavano e seviziavano; altrettanto facevano i gendarmi. Trionfava la legge del taglione. Non di rado sulle pub­bliche piazze si vedevano allo stesso tempo i corpi dei briganti impiccati, le loro teste infilate sulla punta delle picche e i corpi martoriati dei cittadini e dei gendarmi. Questo sistema inaspriva gli animi e suscitava vendette terribili. Erano le madri a mostrare questo scempio ai giovani figli, costringendoli a giurar vendetta. Ogni tan­to il governo concedeva amnistie e prometteva impunità a chi si arrendesse, ma i patti non venivano quasi mai rispettati: tutti finivano sulla forca. Allora i briganti, più che mai inferociti, moltiplicavano razzie ed eccidi.
Per fronteggiare questa terribile situazione Pio VII, avvilito, pensò di ricorrere a rimedi estremi: ordinò che il paese di Sonnino, chiamato anche brigantopoli, fosse raso al suolo.
A questo punto intervenne S. Gaspare. Affrontando le ire di quanti erano interessati, per i propri sporchi in­teressi, a che il brigantaggio continuasse la sua opera nefanda, difese Sonnino in una memorabile e commo­vente lettera al Pontefice, ottenendo che la demolizione già iniziata fosse sospesa. Tutt'oggi, perciò, il Santo è chiamato e festeggiato col titolo di padre e salvatore della cittadina.
Ecco qualche brano della famosa lettera di Gaspare a Pio VII.
«Beatissimo Padre! La giustizia e la clemenza han sempre animato tutte le operazioni della Vostra Santità. Anche la demolizione di Sonnino è partita da uno spiri­to di giustizia, e questa demolizione è stata giustamen­te eseguita sopra le case dei malviventi... Ma consuma­ta questa prima demolizione, pareva dovesse subentrare la clemenza... La giustizia può scaricarsi sopra dei col­pevoli e non sopra quelli che tali non sono. Perché ciò non accada, si sottopongono i seguenti riflessi...
L'ulteriore demolizione sarebbe inefficace, poiché succeduta alla demolizione delle case dei rei... la demo­lizione delle altre non può essere di peso a quelli; sa­rebbe poco conveniente alla mansuetudine eccelsa del Vicario del Dio della pace se fosse inesorabile per la di­struzione d'un intero paese di circa tremila anime e di tutti i fabbricati anche sacri...
Questa demolizione d'un intero paese e questa di­spersione di tutti gli abitanti sarebbe fatale all' agricol­tura... Sarebbe molto pericoloso per la pubblica tran­quillità il porre nella disperazione una popolazione così numerosa: lasciar patria, parenti, possidenza e la pro­pria abitazione, forma il colmo della desolazione... e se, comunque, minima parte si unisse ai malviventi... quali ne potrebbero essere le conseguenze?
Finalmente, sarebbe ingiusta, se, ravvisandosi non come punizione, ma come misura pubblica che non può cadere sopra innocenti, non si paga il prezzo di ciò che si demolisce... Se si paga... la somma di un milione o almeno di mezzo milione appena sarebbe sufficiente. Questo essendo insopportabile nelle attuali forze dell'e­rario, non potrebbe pagarsi...
In ultimo la clemenza della Santità Vostra rivolga lo sguardo pietoso ad un'intera popolazione, a cui non so­no rimaste che le pupille per lacrimare».
La lettera fu tanto efficace che il Papa si convinse che, a redimere e a richiamare quei popoli imbarbariti a sensi di umanità, poteva essere solo la religione e l'o­pera di quell'apostolo che si chiamava Gaspare Del Bufalo.
Da molte prove risultava con chiarezza la conniven­za delle autorità, sia di basso che di alto rango, con il brigantaggio. La vigilanza del governo era tradita «dai perfidi». Alcuni impiegati si arricchivano e mietevano onori. Erano «l'orrida piaga». «Il Consesso della Dele­gazione era un cumulo di scellerati». «Il complesso dei buoni ne era avvilito». Anche S. Gaspare era profonda­mente rattristato, ma non avvilito e, pur conoscendo il potere di chi gli era contro, tuttavia si mise subito al­l'opera. Con Mons. Bellisario Cristaldi preparò un Pro­getto per l'estirpazione del brigantaggio nella Provincia di Marittima e Campagna, che fu approvato da Pio VII l'8 ottobre 1821. Il progetto si basava principalmente sulla cultura morale e religiosa, che avrebbe sicuramen­te ingentiliti gli animi di quelle popolazioni «abbrutite, rozze, imbarbarite, depravate».
Per coordinare con profitto il suo programma apo­stolico, S. Gaspare coraggiosamente visitò i paesi della provincia, sulle cui montagne erano arroccati i briganti come su fortilizi di guerra. Fece un dettagliato rapporto ai rispettivi vescovi e a Roma, mettendo in evidenza che quelle popolazioni volevano più dello stesso governo che finisse presto il brigantaggio. Secondo il progetto aprì sei Case di Missione proprio nelle zone più perico­lose: Terracina, Sonnino, Sermoneta, Velletri, Vallecor­sa eFrosinone. Attraverso la predicazione della parola di Dio il Santo riuscì a risvegliare nei loro cuori senti­menti di umanità e il desiderio di reinserimento nel vi­vere civile. Li animò a confidare nella clemenza del Pa­pa; promise di perorare la loro causa, se essi avessero deposte le armi fratricide. Non solo promise, ma man­tenne la promessa scongiurando le autorità e il S. Padre, affinché cessassero le repressioni selvagge e non fosse fatto scempio dei corpi dei briganti giustiziati.
Ormai era tanta la fiducia dei briganti nel Santo e nei suoi missionari, che, invisibili, lo seguivano senza molestarli. Ascoltavano la loro parola e manifestavano chiaramente il desiderio di riconciliarsi con la società.
Questo radicale cambiamento nella condotta dei brigan­ti suscitò un'aspra lotta contro Gaspare da parte dei soliti interessati. Fu accusato perfino di intesa con loro contro lo Stato.
Gaspare chiuse questo intensissimo e faticoso 1821 con una missione a Segni. D. Biagio Valentini narra che qui un uomo aveva venduto, con un regolare contratto, l'anima al demonio, in cambio di una certa somma giornaliera che egli doveva fargli trovare in un certo posto. Se non che più danaro riceveva, più cadeva in miseria e viveva nel terrore. Non aveva avuto mai pri­ma il coraggio di confessarsi. Si recò da Gaspare che lo confortò, gli diede l'assoluzione e lo liberò da quell'in­cubo. Il Valentini dichiara che la conversione fu vera­mente sincera e permanente.

1822 - Ritorniamo a seguire il Santo nel suo eroico itinerario apostolico. In pieno inverno dopo Segni si recò per la missione a Carpineto. Si recò quindi ad Anagni, per trattare col Vescovo dell'apertura d'una ca­sa in quella popolosa cittadina, ma non ottenne nulla, anzi subì anche delle umiliazioni.
Era quasi sera e, senza neppure conoscere bene l'i­tinerario, si avventurò con un confratello verso Acuto per la missione, terminata la quale ne andò a predicare un'altra a Frosinone. Qui, durante la missione, iniziò le trattative per l'apertura di una casa e quindi si recò ai primi di marzo a Vallecorsa. Qui avvenne il primo in­contro di S. Gaspare con Maria De Mattias. Ecco cosa scrive Mons. Guglielmo Sillani di questa missione:
«Quale non fu la gioia di quel popolo religioso nel mi­rarlo padre e amico! Quale devota accoglienza, quale commozione nell'ascoltar la sua parola dal palco!». In questa terra i briganti avevano disseminato tanto odio fratricida. Ai figli era stato ucciso il padre, al padre i fi­gli, lo sposo alla sposa, alla sorella il fratello. Odi inve­terati e vendette erano ancora causa di tanti delitti. Tut­ti vollero che i missionari vi restassero in permanenza e si erigesse una Casa di Missione. Casa e chiesa furono progettate dal Merlini e subito furono poste le fonda­menta. Il popolo faceva a gara per portare sulle spalle pietre e altro materiale per la costruzione. Fra tutti si di­stingueva Maria De Mattias.
Dopo Vallecorsa Gaspare prosegue le sue missioni in altri paesi: Norma, Piglio, Bassiano. A Bassiano lo fanno passare attraverso un oliveto infruttuoso e lo pre­gano di benedirlo. «Da allora - scrisse il parroco - non cessò mai di dare frutti abbondanti». A maggio tiene un corso di esercizi al clero di Alatri e poi si reca a Bene­ventoa tenervi una seconda missione. I Beneventani ri­cordavano il bene ricevuto dal Santo nella famosa mis­sione del 1815 e lo accolsero con grande entusiasmo. I frutti di questa missione non furono minori della prima. Ancora si conserva a Benevento, scampata dai bombar­damenti della seconda guerra mondiale, la Croce che S. Gaspare pose nella piazza del Duomo a ricordo di que­sta missione.
Mentre Gaspare, a repentaglio della salute e spesso della vita, andava con grande zelo spargendo la parola di Dio e a Lui riportava stuoli di peccatori, a Roma si tramava contro di lui con lettere anonime e false firme. La sua vita di martirio non doveva aver mai fine, se non con la morte. Non gli fu difficile dimostrare, fatti alla mano, che tutto era vile menzogna e rintracciare da dove avevano origine simili accuse. Egli e i suoi com­pagni avevano rinunciato a tutto, perfino alle proprie famiglie, agli agi e alla vita quieta nelle proprie case per il bene delle anime e l'estirpazione del brigantaggio e conducevano una vita irreprensibile; come potevano meritare calunnie d'ogni genere?
Nell'agosto tornò a predicare una seconda missione a Forlimpopoli e poi visitò le case di Pievetorina e S. Felice. Da qui scrive una lunga relazione al Cristaldi sullo stato della Congregazione. Da essa si rileva la
grande gioia e serenità di tutti i membri dell'Istituto, nonostante la grande miseria delle Case di Missione e i tanti sacrifici che si dovevano affrontare. Così conclu­de: «Gesù è nato sulla paglia ed è morto sulla croce. Ora io farò il giro della Provincia di Campagna, e se Dio mi assiste, penso di farlo col mio sbordone (cioè a piedi). Così si risparmia!». Infatti, intraprese il viaggio il 19 settembre e, dopo aver visitato la casa di Albano, ai primi di ottobre si recò a Sezze per la missione, dove chiamò anche il Merlini, non sapendo che fosse costret­to a letto da vario tempo con gravi febbri di malaria. Il Merlini andò subito. Il Fondatore, vedendolo cadente, lo accompagnò in camera, benedisse una tazza di caffè bollente e glielo fece sorbire. Al mattino seguente il Merlini era già molto migliorato e prese parte, come nulla avesse, ai vari ministeri.
Il 10 novembre si portò a Teramo. Di questa mis­sione tanto strepitosa parlarono a lungo i giornali del tempo. S. Gaspare stesso disse: «Per grazia dell'Altissi­mo, la Missione di Teramo è stata una delle più glorio­se». A quella di Teramo seguirono subito le missioni di Campli, Civitella, Bellante, Montorio, Nereto Corropoli. E’ impossibile descrivere quanto operò in tutti i paesi, però non vogliamo omettere un episodio. Recan­dosi a Frontarola a piedi, fu sorpreso da una bufera di neve e giunse a notte inoltrata. Non avendo neppure l'ombrello per ripararsi e avendo dovuto attraversare per quattordici miglia l'ardua ascesa delle montagne senz'altro riparo che la berretta, la sera del 19 dicembre giunse bianco come un mugnaio. Sparsasi la voce del suo arrivo e radunatosi molto popolo, fu costretto a pre­dicare in quello stato!
Fra grandi lotte, sacrifici, miserie e privazioni l'Isti­tuto cresceva. Si verificava quanto il Santo, con fede in­crollabile, soleva dire: «L'Opera è di Dio; Egli penserà a sostenerla!».

1823 - Ai primi di marzo di quest'anno S. Gaspare con due compagni si reca a predicare una missione a Priverno. Cadeva una pioggia «gelida e nutrita» e ave­vano un solo ombrello. Giunsero inzuppati d'acqua e di fango. Così malconci, diedero ugualmente inizio alla missione in cattedrale. Il popolo, commosso solo a guardarli, fu subito conquistato da questi santi missio­nari e la missione ebbe pieno successo. Gaspare di li mandò D. Giuseppe Marchetti a predicare nella vicina Maenza.Avendogli questi fatto osservare che non aveva mai predicato missioni in vita sua, Gaspare lo rassicurò, benedicendolo. D. Giuseppe per ben otto giorni predicò così bene, senza nulla studiare, che conquistò l'entusia­smo del popolo. Quando ne parlò al Santo, questi gli disse: «Il Signore premia sempre l'ubbidienza».
Dopo Priverno lo troviamo a Prossedi, ove guada­gnò un altro missionario, D. Vincenzo Maria Fontana che, come abbiamo detto, era uomo di grandi virtù. A Prossedi furono ospitati da Luigi Patacci Gabioli, il quale offrì ai missionari il vino della sua cantina, ma non il migliore. Gaspare... lo ricambiò da santo: il vino offerto diventò il migliore ed ebbe una durata di gran lunga maggiore, nonostante il consumo che se ne fece durante la missione. «Tutto ciò - commenta il Santelli - in un piccolo paese fu verificato e spesso con ammira­zione dei savi, che reputarono straordinario il fatto».
In giugno tornò nelle Marche, dove predicò in Offi­da parte del mese del Preziosissimo Sangue, la missio­ne a Montalto e gli esercizi spirituali nelle carceri di Ancona.
A settembre lo troviamo nuovamente in provincia di Frosinone. Predica la missione a Pontecorvo, dove si rinnovano i prodigi delle grandi missioni: conversioni numerose, rappacificazione del popolo, distruzione di armi e consegna di stampe oscene.
Alla fine dell'anno si recò a Supino. Avendo saputo della grande miseria di molti cittadini, con la bisaccia sulle spalle, sotto la tormenta di neve, va di casa in ca­sa a bussare alle porte dei ricchi. Fu visto portare ai po­veri anche materassi e altre masserizie raccolte.
Il 23 agosto 1823 morì Pio VII. Il dolore di Gaspa­re fu grande. Con lui il Santo perdeva il padre, il benefattore, il protettore della Congregazione. Ordinò che in tutte le chiese della Congregazione fossero celebrate so­lenni esequie in suffragio. Venne eletto, come successo­re, il Card. Annibale Della Genga, il quale prese il no­me di Leone XII. Questo papa avrà tanta parte nella storia della vita del Santo, come vedremo.

1824 - Gaspare è molto provato dagli acciacchi di salute, dal lavoro apostolico e dai dispiaceri, eppure, agli inizi di quest'anno, evangelizza la diocesi di Gaeta, dove dominava con le sue sanguinose gesta il famoso Fra Diavolo.
Fondi, Itri, Mola di Gaeta, Lenola, Castellone (og­gi Formia) e Civita. A Itri un giovane, mentre si con­fessava, si accorse che il Santo non l'ascoltava perché rapito in estasi. Gli altri che erano in attesa, vedendo che tardava, andarono a tirarlo per la giacca. Il Santo si destò. «Peccato - disse il giovane - era così bello ve­derlo luminoso in volto e gli occhi al cielo!».
Nel marzo predica la missione a Guarcino e gli esercizi spirituali a Sora. Nei pressi di Casamari cadde malamente da cavallo e fu trascinato per un buon tratto di strada dalla bestia imbizzarrita, ma non si fece nep­pure una scalfittura.
In aprile predica gli esercizi spirituali ai signori di Frosinone e una missione ad Alatri.
A maggio lo troviamo a Sezze per gli esercizi spiri­tuali alle Clarisse e in giugno predica una grandiosa missione a Gaeta. Ai primi di settembre è a Campoli Appennino per una missione. Qui benedice Bernardino De Benedictis, gravemente infermo, e lo guarisce.
Il 20 settembre di quest'anno, passando per Giulia­nova diretto alle missioni di Atri Penne, viene impe­dito a lui e ai suoi missionari di celebrare la S. Messa. Il nuovo vescovo di Teramo, Mons. Giuseppe Maria Pezzella, sobillato da elementi massonici, aveva abolito tutte le opere pie che S. Gaspare aveva istituito nella missione del 1822, tacciandole di «congreghe di male intenzionati, settari e ubriaconi». Era stata architettata una lotta aperta contro Gaspare; dalla sua bocca, però, non uscì mai un lamento. Ripeteva sempre: «Umiliamoci davanti al Signore! Nell'apostolato occorre molta pa­zienza». Arrivarono ad accusarlo di essere autore di li­belli diffamatori e di aver fatto ricorso contro di lui al­la S. Congregazione dei Vescovi. Ovviamente erano tut­te calunnie, dettate dall'odio, per cui, con la sua solita forza d'animo Gaspare diceva: «Patire, pregare, tacere, è questa la mia massima».
Quasi ad addolcire le sofferenze patite per i fatti di Teramo, il Signore fece sì che le missioni di Penne, Lo­reto Aprutino, Mesola, Città Sant'Angelo e Atri riuscis­sero di grande efficacia per il bene delle popolazioni. Il Signore manifestò segni di speciale protezione sin dal viaggio di andata. La carrozza che portava i missionari andò fuori strada e rimase sospesa nel vuoto d'un profondo burrone. Fu un miracolo che i cavalli non s'impaurissero e restassero immobili, dando modo ai missionari di uscire illesi e tirare il legno sulla strada. Dovettero continuare a piedi verso Penne, sotto la piog­gia e infangati. L'episodio della carrozza si seppe in città e i cittadini li accolsero in trionfo, lieti dello scam­pato pericolo. Si affezionarono tanto ad essi, che dopo la bella missione non volevano farli più ripartire.
Chiuse il 1824 con la missione a Pofi, vicino Frosi­none, dove vennero «bruciati non pochi libri e spezzate molte armi». Alla fine di quest'anno Gaspare ebbe la gioia di poter scrivere: «Non vi è stata fin qui, per i me­riti del Preziosissimo Sangue, missione dei nostri che non abbia avuto l'accompagno dei doni celesti».

MARIA DE MATTIAS
Erano passati ormai diversi anni da quando, nella deportazione, Gaspare aveva saputo della profezia di Sr. Agnese del Verbo Incarnato e ringraziava Dio per­ché, per il bene delle anime, essa si andava attuando, almeno per la Congregazione dei Missionari del Prezio­sissimo Sangue. Sognava da tempo, ormai, anche la na­scita delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue. Fin da giovane aveva lavorato tanto, e lavorava tuttora, per la salvezza fisica, morale e spirituale della gioventù. L'O­pera di Santa Galla era la prova lampante del suo zelo e del suo successo. E le fanciulle? Nelle missioni, qua­le vero antesignano dell'Azione Cattolica, come lo definì Giovanni XXIII, creava istituzioni per ogni catego­ria e ceto di persone, affinché il bene si perpetuasse. Quanta gioventù cadeva vittima dei vizi, dei profittatori e delle stesse proprie famiglie! Quanti, fin dalla tene­ra età, si abituavano alla scuola del vizio e dell'igno­ranza e finivano poi nelle carceri correzionali! Quanti si preparavano a essere i delinquenti del domani! Come avrebbe voluto affidarli a delle pie donne, affinché con eroica carità curassero e redimessero i figli del popolo!
Nel carcere Gaspare aveva aiutato l'Albertini a scri­vere una regola per le Suore del Preziosissimo Sangue; avevano individuato insieme anche colei che sarebbe dovuta esserne la fondatrice, la Contessa Caterina Ben­tivoglio, di Bologna. Era volere della Provvidenza, però, che questo fiore sbocciasse proprio a Vallecorsa, dove più che altrove furoreggiava il brigantaggio con i suoi eccidi.
Nel 1822, come sappiamo, Gaspare andò a predica­re una missione in quella cittadina ciociara. Accanto al palco, a pochi metri da lui, una fanciulla lo ascoltava estasiata. A Maria sembrava che egli la fissasse col suo sguardo penetrante, mostrandole il Crocifisso, come per invitarla a consacrarsi a Lui nel nome del suo Sangue. Finita la missione, Gaspare riparte, ma la fanciulla co­mincia a porsi seriamente il problema della sua voca­zione. Ha intenzione di entrare in un monastero di clau­sura, ma, d'altra parte, sente forte l'impulso interiore a intraprendere una vita di apostolato attivo nel nome del Sangue di Cristo Crocifisso. Cosa fare? Sente il biso­gno di una guida spirituale.
Nel 1824 S. Gaspare mandò D. Giovanni Merlini a predicare la quaresima a Vallecorsa. Dopo molti giorni di ascolto assiduo della predicazione dell'uomo di Dio, Maria nella confessione gli aprì tutto il suo animo e lo scelse come direttore spirituale.
Capitato nuovamente S. Gaspare a Vallecorsa, Ma­ria si consigliò con lui sulla sua vocazione. Essendo morta ormai la Contessa Bentivoglio, prescelta per la fondazione delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue, S. Gaspare pensò che forse Maria potesse essere la don­na adatta per la fondazione dell'Istituto delle Adoratri­ci. Ne parlò col Merlini, il quale preparò con impegno Maria a questa grande missione. Dietro consiglio di S. Gaspare, Maria si consultò anche col Canonico D. Giuseppe Baldassarri, un santo sacerdote del santua­rio della Civita, presso Gaeta. Anche la sua risposta fu d'incoraggiamento per la santa opera di Dio.
Dopo la morte della sorella e della madre, avvenute rispettivamente nel 1829 e nel 1830, Maria dovette su­perare le difficoltà che si frapponevano in famiglia per l'assistenza del vecchio padre. A lui S. Gaspare scrisse, esortandolo a fare volentieri il sacrificio della figlia al Signore, perché ne avrebbe riportato gran merito per il Paradiso. Forte di tali assicurazioni, Maria, cogliendo al volo la richiesta di una maestra pia per Acuto, fatta dal Vescovo di Ferentino, l'accettò con entusiasmo. Nel suo viaggio per Acuto, si fermò a Ferentino per osse­quiare il Vescovo. Gli disse chiaramente che andava ad Acuto non solo per insegnare, ma per fondare un mo­nastero di Suore sotto il titolo del Preziosissimo San­gue. Era il 4 marzo del 1834. Così nacque, con la be­nedizione di Dio, il nuovo Istituto delle Adoratrici del Sangue di Cristo.
Il cammino di Maria e del suo Istituto, pur fra sa­crifici enormi e grandi contraddizioni, sostenuto dalla saggia direzione di D. Giovanni Merlini, fu luminoso e meraviglioso. Il suo fine, dopo quello principale dell'a­dorazione perpetua del Sangue di Cristo, fu ed è tuttora l'istruzione e la formazione della gioventù del popolo, la carità esplicata attraverso varie istituzioni sociali, co­me ospedali, orfanotrofi e case di riposo. Maria ben presto si distinse per la sua capacità, prudenza e virtù eroiche. Si spandeva ovunque il profumo della sua san­tità e il calore della sua carità. Ebbe la consolazione di vedere la sua Congregazione estesa in vari paesi e città dell'Italia. Operò anche in vita diversi prodigi. Mori a Roma il 20 agosto del 1866, assistita dal Merlini, che invece del De profundis, intonò il Te Deum di ringra­ziamento a Dio per il dono di una grande donna. Nel­l'Anno Santo del 1950 fu beatificata da Pio XII.
Oggi il suo benemerito Istituto è sparso in tutto il mondo e lavora con generosità per la diffusione del re­gno di Dio. Anche se le esigenze dei tempi hanno con­sigliato qualche cambiamento nel vestito e qualche ri­tocco alla Regola e ad alcuni metodi di vita, lo spirito di Gaspare, del Merlini e della Beata Maria De Mattias è rimasto immutato.

LA FINE DEL BRIGANTAGGIO
È necessario, dopo questa bella parentesi dedicata alla B. Maria De Mattias, completare in breve la storia del brigantaggio e mettere in rilievo che, se Gaspare riuscì, con l'aiuto dei suoi compagni, a estirparlo, do­vette prima soffrire ancora bocconi amarissimi o, per dir meglio, un lungo martirio del cuore. Esaminando la condotta del Santo, risulta, come abbiamo già fatto rile­vare, il suo coraggio, la sua lealtà e, soprattutto, un grande amore verso quei traviati e la premura di ricon­durli a Cristo.
Il nuovo papa Leone XII voleva a tutti i costi l'e­stirpazione assoluta e definitiva di questa piaga e ap­provava la condotta di Gaspare, perché di giorno in giorno si persuadeva che era più proficuo usare manie­re umane e pacifiche e la forza della religione e della cultura morale, che la repressione violenta. Anche i bri­ganti, ovviamente, apprezzavano il comportamento che Gaspare e i suoi missionari avevano verso di loro, tan­to che non li molestavano affatto. Così ne parla il Mer­lini: «Nei primi tempi si viaggiava con cautela con i soldati, in seguito si cominciò a viaggiare senza di essi. Vedendo poi che i briganti ci lasciavano in pace e ve­dendoci si nascondevano per non metterci paura, come ci dissero poi, si andava con più franchezza». Quando il Card. Consalvi costrinse i missionari a chiudere le case erette nelle località più battute dai briganti per paura di sequestri, Gaspare lo supplicò di farle riaprire e gli scrisse: «I briganti ci hanno veduti cento, mille volte ed anche me hanno veduto e ci hanno lasciati in pace, per quanto abbian loro detto che siamo spie del Governo».
Il governatore di Vallecorsa asseriva che ora quelli che gli davano meno da fare erano i briganti, mentre prima che vi andassero i missionari erano senza nume­ro gli omicidi. Nessuno, però, poteva mai immaginare l'eroismo, le privazioni, le sofferenze fisiche e morali dei missionari che erano in quelle case. «Sempre primo fra tutti il Santo corre qua e là, acceso di carità sublime, animando i confratelli al coraggio, alla fede, al sacrifi­cio; esortandoli a rimanere ove l'aria era insalubre e la "perniciosa" all'ordine del giorno... ovunque a riportare la serenità e la calma, tra le popolazioni sotto l'incubo del terrore».
Per questo apostolato, che ha del meraviglioso, il numero dei malviventi si assottigliò rapidamente; per quelli rimasti Gaspare chiese pietà al Papa per la loro condotta meritevole di perdono. La convenienza di que­sto perdono è, dunque, nella condotta dei briganti rima­sti alla macchia; con questo perdono implorato da Ga­spare si porrebbe fine al brigantaggio. Il mancato per­dono, egli faceva osservare, potrebbe dar luogo ad atti di disperazione, mentre col perdono verrebbe chiusa an­che la strada a «nuovi arruolamenti», cesserebbe il pe­ricolo nelle strade per le popolazioni e i viandanti; le spese sostenute per il brigantaggio potrebbero essere usate per opere di pace; le Case di Missione sarebbero ivi rimaste per il bene spirituale del popolo. Gaspare in­siste anche sulla necessità di eliminare tutte quelle in­giustizie che erano state la causa del brigantaggio e par­ticolarmente lo sfruttamento dei poveri.
All'iniziativa del Santo gli avversari risposero con una tattica diabolica, che favoreggiava apertamente il brigantaggio. Non potendosi opporre alla ferrea volontà del Papa, cominciarono ad usare trattamenti così crudeli a chi si arrendeva, da suscitare in essi sentimenti con­tro la religione e il rifiuto dei sacramenti prima dell'e­secuzione. Così scrive Gaspare al Cristaldi: «Vorrei pregarLa di far togliere dal Santo Padre l'abuso di ta­gliar teste o dividere i cadaveri... Si dia sepoltura a chi è morto riconciliato. In certi paesi sono più i teschi sul­le porte che le pietre!».
Quando vide che le promesse non venivano mante­nute, Gaspare diede ordine ai missionari di non immi­schiarsi nella politica del governo e non farsi più me­diatori della resa, ma di adoperarsi solo per il ravvedi­mento dei briganti.
I nemici ci tennero a far apparire la condotta di Ga­spare come un atto antigovernativo e il Santo fu anche accusato di inerzia e disubbidienza. Ottennero anche che le Case di Missione fossero private del sussidio concesso da Pio VII. Trattandosi non di cosa riguardan­te solamente la sua persona, ma dell'onore dell'Istituto, Gaspare difese strenuamente e con coraggio l'operato dei missionari. Tutti avevano lasciato casa e paesi salu­bri per andare nella zona del brigantaggio, sfidando l'a­ria malsana delle paludi e viaggiando per quelle monta­gne con in mano il solo Crocifisso. Quando il Delegato di Frosinone, che capeggiava la cricca dei nemici del Santo, lo chiamò e lo rimproverò ingiustamente con su­perbia e violenza, Gaspare gli rispose con calma e ri­spetto, ma per le rime. Non nella supposta paura e pre­tesa ignoranza dei missionari andava ricercato il persi­stere del brigantaggio, ma solo nella ipocrisia, nel dop­pio gioco e nel tradimento degli impiegati «grossi e pic­cini», cioè in alto e in basso. I briganti, lo sapevano tut­ti, avevano fiducia solo in Gaspare, tanto che uno di lo­ro, a nome dei compagni, un giorno si presentò al Mer­lini con una lettera nella quale supplicavano Gaspare di interporsi come mediatore presso il Papa per il perdono e la resa. Gaspare la trasmise al Cristaldi. Leone XII lodò i missionari e diede mandato al Delegato di Frosi­none di trattare la resa.
Uno che era stato missionario di S. Gaspare, D. Pie­tro Pellegrini, si intromise nelle trattative per accapar­rarsi i meriti di tutto l'apostolato del Santo. Vestito da missionario, si presentò a Gasbarrone e trattò la sua re­sa. Gasbarrone si fidò di lui. Tutti si arresero, ma le promesse di clemenza e perdono non furono mantenute. Qualcuno, ascoltando il consiglio di Gaspare, lasciò le montagne e visse di nascosto la vita di buon cristiano.
Nel settembre del 1825 Gaspare scrisse al Cristaldi che il brigantaggio nella Provincia di Marittima e Cam­pagna era finito.

LA GRANDE RIFORMA
Nelle lettere di S. Gaspare ricorre spesso la parola «riforma», ma il 1825 è l'anno nel quale troviamo il maggior numero di scritti del Santo su tale argomento. Li presentò al Cristaldi e, per suo tramite, a Leone XII, come umili ma pressanti proposte per la riforma della Chiesa e dello Stato Pontificio. Perché questa riforma?
Durante la prigionia di Pio VI e di Pio VII, uomini malvagi e senza scrupoli osteggiarono la fede e la mo­rale cristiana. L'illuminismo aveva distolto i fedeli dal­le pratiche religiose. «Tutto spirava seduzione e liberti­naggio e, orribile a dirsi, manca l'argine del buon esem­pio in chi dovrebbe darne». Quante piaghe da risanare, quanti disordini da estirpare! Bisognava risvegliare la fede nel cuore dei cristiani!
Pio VII, seriamente preoccupato della scristianizza­zione della gente, decise di por mano a una riforma ra­dicale e, perciò, mandò Gaspare a predicare le missioni al popolo. Sarebbe stato egli l'uomo della riforma spiri­tuale.
Ma, come abbiamo detto, soprattutto nel 1825 Ga­spare fece pervenire a Leone XII diversi schemi di riforma dello Stato e della Chiesa.
La riforma, a parere del Santo, doveva cominciare dalla corte pontificia, tra i cardinali, i vescovi e i prela­ti, non tutti esemplari. Il clero aveva bisogno di santità e scienza; i religiosi dovevano tornare alla perfetta osservanza. Chiedeva l'abolizione della burocrazia, dei privilegi ingiusti e dannosi, delle lungaggini nel rende­re effettiva giustizia al popolo. Proponeva di riordinare gli uffici ecclesiastici e civili, mettendovi a capo uomi­ni degni e ben preparati; di istituire associazioni nelle parrocchie che curassero l'istruzione popolare gratuita e l'educazione dei giovani e provvedessero agli aiuti so­ciali per i meno abbienti; di creare opere di carità, orfa­notrofi, ospedali. Nella giustizia non si dovevano usare metodi solo repressivi, vendicativi e crudeli contro i de­linquenti, dimenticando che erano esseri umani, degni di rispetto; anche i delinquenti andavano trattati con ca­rità, con la quale, non poche volte, si ottiene più che con la crudele repressione. Di questo erano convinti molti della stessa polizia, tanto che un alto funzionario diceva: «Quel che noi non otteniamo neppure con uno squadrone di gendarmi, Gaspare l'ottiene con una sola predica!».

1825 - Chiusa il 6 gennaio la missione a Pofi, Ga­spare ne apre subito un'altra a Roccagorga. Dopo Roc­cagorga si porta a predicare gli esercizi al popolo a Minturno e la missione a Castelforte. Qui non avevano provveduto all'alloggio e dovette starsene tutta la notte in chiesa steso su una panca. Disse: «Quale maggior onore che essere ospitato nella casa del Signore?». Si portò poi ad Anagni per gli esercizi spirituali al Semi­nario, a Frosinone per gli esercizi spirituali agli impie­gati, a Soraper gli esercizi al clero, a Ferentino per una missione, ad Arpino per gli esercizi al clero, a Priver­no per gli esercizi alle Clarisse e a Maenza per gli eser­cizi al popolo.
Se l'anno 1825 fu un anno di gioia per tutta la Chiesa a motivo dell'Anno Santo, per Gaspare fu l'an­no della via crucis, perché fu questo il periodo della grande lotta al titolo del Preziosissimo Sangue dato al suo Istituto. I fatti si svolsero così.
Leone XII, che da cardinale aveva tanta stima di Gaspare da mandarlo a prendere la sera dopo le predi­che con la sua carrozza e farselo condurre al palazzo per trattenersi con lui a colloquio e che, anche agli ini­zi del pontificato, lo riceveva con affabilità, mostrando­si ben disposto verso la Congregazione da lui fondata, d'un tratto cambiò totalmente contegno, come appare dal seguente episodio.
Il missionario D. Innocenzo Betti in una pubblica udienza del giugno 1825 presentò al Papa un memoria­le a nome dell'Arciconfraternita del Preziosissimo San-gue per implorare la concessione dell'ufficio e messa del patrocinio di S. Francesco Saverio. Il Papa approvò la richiesta, ma il Betti notò con sorpresa che per ben due volte il Papa stesso aveva depennato il titolo «del Preziosissimo Sangue», sostituendolo con «del Santissi­mo Redentore». Appena Gaspare venne informato del­l'accaduto dal Betti, scrisse al Cristaldi, confidandogli la sua amarezza e difendendo il titolo dell'Istituto: «Ec­co a che allude la nostra devozione e il nostro titolo. Questo Divin Sangue si offre di continuo nella Santa Messa, questo si applica nei Sacramenti, questo è il prezzo della salute e, per ultimo, è l'attestato dell'amo­re di un Dio fatto Uomo». Era pertanto doveroso, se­condo la mente di questo Apostolo del Sangue di Gesù, che l'umanità intera lo invocasse con riconoscenza e fi­ducia, e che Esso non rimanesse un mistero limitato al­la meditazione di poche anime claustrali. A questo Di­vin Sangue si doveva innalzare la lode e la preghiera di tutta l'umanità, perché tutta l'umanità è stata redenta da Esso. Tanta era in lui la convinzione che questo miste­ro fosse «alla base di tutti gli altri», che era anche pron­to a chiudere tutte le Case dell'Istituto, se gli fosse sta­to tolto questo glorioso titolo.
Il Cristaldi, che condivideva perfettamente le idee di Gaspare, compreso dell'amarezza del suo animo, gli procurò un'udienza dal Papa. Gaspare si preparò a que­sta udienza con preghiere e penitenze. Il primo incontro fu con Mons. Soglia, cameriere segreto del Papa, al quale «parlò come spinto da una forza superiore». Non era lui a parlare, ma Dio che parlava per le sue labbra «e si commosse fino alle lacrime, perché non parlava per sé, ma per il Sangue di Cristo». E venne il giorno del trionfo. Gaspare aveva fatto pervenire al Pontefice tre memoriali, uno sull'Istituto, uno sull'Arciconfrater­nita del Preziosissimo Sangue e il terzo sui privilegi dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Durante l'udienza le prime parole del Pontefice furono aspre, mentre face­va una completa rassegna delle accuse pervenutegli contro di lui. Gaspare difese con chiarezza i suoi missionari e se stesso dalle ignominiose accuse fatte perve­nire sul tavolo del Papa. Dinanzi alla verità Leone XII restò conquistato dalle parole di Gaspare e, spalancando le braccia, lo strinse a sé e gli disse: «Avete molti ne­mici, ma non temete; Leone XII è con voi». Dopo che Gaspare lasciò la sala dell'udienza, il Papa disse ai pre­senti: «Il Canonico Del Bufalo è un angelo».
Rasserenato dopo questa furiosa tempesta, il Santo riprende il suo cammino missionario e si reca prima a Cannara per gli esercizi alle religiose e poi a Castei­santangelo e a Visso per la missione. Chiude il 1825 nella pace di S. Felice di Giano, dove alla fine di no­vembre predica gli esercizi spirituali ai suoi missionari.
I suoi nemici, intanto, avendo conosciuto la stima che il Pontefice aveva verso di lui, cambiarono tattica e dalle calunnie passarono alle lodi sperticate, suggeren­do al Papa di elevarlo a qualche dignità, sperando che un alta carica lo avrebbe distolto dalla predicazione e dalle cure verso l'Istituto. Queste voci arrivarono all'o­recchio di Gaspare, che da S. Felice scrisse al Cristaldi, affinché scongiurasse il Papa di non allontanarlo dalla vita missionaria e dalla formazione dei suoi giovani:
«Passo giorni di paradiso tra i giovani del Convitto di S. Felice, che va benissimo; sono la mia delizia».
Tutto fu inutile, perché nel gennaio del 1826 fu chiamato d'urgenza a Roma. Leone XII aveva in animo di attuare un segreto desiderio che nutriva da tanto tem­po: elevarlo alla dignità arcivescovile e inviarlo nunzio apostolico in Brasile. Non appena seppe ciò, Gaspare ricorse come sempre al Cristaldi e lo implorò di suppli­care in suo nome il Papa, affinché lo dispensasse da ta­le incarico per varie ragioni. Il Papa si piegò all'evi­denza di esse, ma lo destinò alla Congregazione di Pro­paganda Fide col compito di sollecitare i vescovi a da­re sacerdoti per le missioni estere. Gaspare non osò ri­fiutarsi a questa obbedienza. Mise anzitutto a disposi­zione di Propaganda Fide i suoi missionari. Il 13 marzo 1826, infatti, partirono per le missioni nelle Isole Ioni-che i primi due missionari del Preziosissimo Sangue:
D. Gaspare Carboneri e Fratel Giacomo Velletrani. Si dedicò con passione anche a procurare altri sacerdoti per le missioni estere, facendo presenti tali necessità ai vescovi che aveva conosciuto nei suoi ministeri. Appro­fittava della partenza dei missionari per l'estero, per raccomandar loro di propagare la devozione al Prezio­sissimo Sangue, che doveva «ripurgare» tutto il mondo.
Man mano che il tempo passava, il dolore di non potersi dedicare più alla predicazione delle missioni di­veniva più profondo. A questo dolore si aggiunse quel­lo della morte di Mons. Carlo Manassi, vescovo di Ter­racina.
Le sue afflizioni e il suo sacrificio furono ripagati largamente dal Papa, il quale, in un documento pubbli­co, riconobbe ufficialmente che il titolo del novello Isti­tuto di Gaspare era quello del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Il Papa non avrebbe potu­to fargli un dono maggiore. La data fatidica è quella del 4 luglio 1826. Le cose cambiano e anche il Papa capi­sce che un uomo di zelo e di azione come Gaspare non poteva trovarsi a suo agio tra le scartoffie di un Dica­stero, fosse pure per il bene delle missioni estere. Così l'uccello, chiuso in gabbia, può riprendere, finalmente libero, il suo volo. A dicembre è in Assisi per un corso di esercizi al clero e al popolo e, subito dopo, sotto la tormenta e per strade proibitive attraverso Rieti, L'A­quila e Sulmona, giunge ad Ariano Irpino per la mis­sione, dove, benché infermo, fatica duramente e opera grandissimo bene.
Come poteva reggere quest'uomo, minato nella sa­lute, a tante fatiche? Lo dice egli stesso: «Il ministero mi rende leggero come una piuma; non godo mai tanta salute come quando sto in missione».

1827-1830 - Sono tre anni di lavoro intensissimo e carichi di eventi, che è difficile racchiudere in poche ri­ghe. A febbraio corre a sedare liti e risse a Frosinone, dove il popolo teme la partenza dei missionari e fa i primi passi per la costruzione di una casa in quella città. Il 25 marzo vi torna per la posa della prima pietra. Passa aSora per gli esercizi spirituali alle Confraterni­te di Maria Addolorata e dei Sacconi. Di là si reca nel­la diocesi dei Marsi, che evangelizza tra molte diffi­coltà, penitenze e digiuni. Parla qui, in una lettera, del­l'estrema povertà dell'Istituto, però afferma anche che in alcune circostanze «gli si era moltiplicato il denaro tra le mani» e ne ringrazia commosso la Provvidenza. Si porta con i suoi a Carsoli Oricola e, «sebbene i pa­dri fossero inzuppati dalla pioggia, cominciarono ugual­mente la missione». Seguono le missioni di Pietrasec­ca, Tufo Poggio Cinolfo, dove, mentre predica nella piazza affollatissima, un giovane, salito su un olmo per vedere il Santo, cade malamente. Gaspare dal palco se ne accorge, lo benedice e il giovane non riporta alcun danno. Va in Albano per un po' di riposo, ma... vi pre­dica il mese del Preziosissimo Sangue. Corrono ad ascoltarlo, oltre la gran folla di devoti, anche tanti del clero e il Card. Benedetto Barberini. Poi, nonostante il gran caldo, si reca a Sermoneta per gli esami dei convittori e in settembre va prima a Norcia per gli esercizi spirituali al clero e al popolo e poi a Pievetorina per gli esercizi agli ordinandi. A metà ottobre predica gli eser­cizi spirituali agli ecclesiastici nelle Abbazie di S. Sal­vatore S. Maria di Farfa, in provincia di Rieti.
Dalla fine di ottobre al dicembre percorre con i suoi missionari tutti i paesi delle suddette Abbazie per predi­carvi le missioni: Pratoianni, Concerviano, Vaccarec­cia, Porcigliano, Varco, Capradosso e Roccasinibalda.
Nel gennaio del 1828 con D. Biagio Valentini e D. Giovanni Merlini porta la missione a Poggio Mirte­to e a Castelnuovo di Farfa, predica poi gli esercizi spi­rituali al seminario in S. Salvatore Maggiore e la missione a Fara Sabina. Per quattro mesi percorse la Sabi­na, predicando in trenta paesi, senza alcuna sosta.
Dopo tanto lavoro, alla fine di febbraio del 1828 si reca a Rimini e rimane in Romagna circa quindici mesi, cioè fino al maggio del 1829. Di li scrive a D. Betti:
«Le Romagne mi occupano in modo che non si alza la testa. Dio mi vuole in Romagna». Comincia la predica­zione con gli esercizi al clero prima a Rimini e poi aCervia; prosegue con gli esercizi al clero e alle religio­se di Mondaino, Pennabilli e con la missione a Soanne. Avendo perduto la voce, aveva deciso di farsi sostituire alla missione di Soanne, ma quel parroco insistette. «Verrò - gli rispose - e reciterò la corona, se non potrò predicare». Ma la voce tornò, come in tante altre circo­stanze, e fu «più squillante che mai». Predicò in varie altre località: la missione a S. Agata Feltria, S. Leo, Misano Meldola; gli esercizi spirituali alle religiose di S. Agata Feltria, ai carcerati di S. Leo, al clero e al po­polo di Faenza e di Macerata Feltria. Il parroco di Misano non credeva alla grande santità e ai prodigi di S. Gaspare, di cui tanto si parlava; e spiava tutte le sue mosse per rendersene conto. Una notte vide sfuggire un grande chiarore dalle fessure della porta della camera ove dormiva il Santo. Il parroco guardò dal buco della serratura e lo vide rapito in estasi davanti al Crocifisso. A Misano Gaspare guarì anche Francesco Pasquini da un tumore maligno. Il parroco ne ebbe abbastanza per convincersi e cambiare idea. A Pennabilli un'ossessa, vedendolo passare, si mise a gridare forte: «Ecco il la­dro di anime!».
Nel dicembre del 1828 si rallegra col Cristaldi per l'elevazione alla porpora. Nell'agosto del 1829 si porta nuovamente a Gaeta col Merlini per una missione e, su invito del Cristaldi, a settembre si reca a Napoli, perché grande era il desiderio del Re di avere in città in modo permanente i Missionari del Preziosissimo Sangue. Gaspare rimase molto disgustato della vita di corte e non se ne fece nulla. Concluse l'anno con molte altre predicazioni, tra cui gli esercizi alle monache di Monte­fusco e al clero di Benevento.
Il 12 febbraio del 1829 si spense Leone XII e Gaspare ne senti profondo dolore, perché quel Papa che all'inizio l'aveva fatto soffrire, aveva poi tanto benefi­cato l'Istituto. Se ne doleva anche perché prevedeva che «doveva venire per lui e per l'Istituto il calvario». Il 31 marzo dello stesso anno venne eletto Pio VIII. Sotto questo Papa Gaspare raggiunse il massimo della umiliazione.
I nemici di Gaspare, infatti, non dormivano, e di­pinsero subito al nuovo Papa come inutile la Congrega­zione di Gaspare. Per riparare al torrente dei mali e al mal costume di cui soffriva la società, c'era bisogno di persuadere l'intelletto e non di usare quelle esteriorità di cui faceva uso Gaspare nelle missioni. Il Papa ab­boccò all'amo e tolse i sussidi alle case di Marittima e Campagna, concessi da Pio VII. Per fortuna questo de­creto, per l'intervento di alcuni cardinali che tanto sti­mavano Gaspare, fu ben presto ritirato. Un giorno, però, accadde un episodio molto grave. Gaspare si tro­vava in udienza del Papa insieme con altre persone. Pio VIII, riconosciutolo, l'apostrofò duramente: «Il vo­stro Istituto è nato fra la superbia!». E alzando di più la voce, continuò: «Voi siete l'Istitutore dei Missionari del Preziosissimo Sangue? Avete il rescritto del nostro an­tecessore?». Gaspare non era andato in udienza coi do­cumenti, non prevedendo quanto gli stava accadendo.
«Avete sempre operato di testa vostra! Andate via e sappiate che vi tolgo tutte le facoltà. Così imparerete a vostre spese». Poco mancò che Gaspare non cadesse svenuto all'istante, tale fu il colpo che ne ebbe. «Ri­chiamando tutti i motivi di religione si riprese alquanto e uscì dal portone di bronzo. Fu costretto a fermarsi, appoggiandosi a una colonna. In cuor suo scusò il Papa, sapendo che era abbastanza malato. Intanto, intorno a lui, non mancò chi gongolava, sorridendo soddisfatto e prendendolo in giro: «Ecco il Padre Generale... Se ne torna con le pive nel sacco!». In cuor suo il Santo re­spinse quel senso di ribellione che il «vero Nemico del bene» gli suscitava nell'animo. Tornato a casa, ai suoi che lo vedono in quello stato miserando, dice solo: «Il Papa sta male e non mi ha accolto bene»; e, come sem­pre, corre ad aprire il suo cuore al Card. Cristaldi. Con l'aiuto suo e di altri cardinali che presero le sue parti, e dopo un umile memoriale che Gaspare mandò a Pio VIII, questi si ricredette e disse: «Vedremo di accomo­dare questo Istituto. Io ogni giorno lo benedico, allor­ché alzo il calice nella S. Messa». Purtroppo, non ebbe il tempo di mettere in atto le sue buone intenzioni, per­ché morì il 30 novembre 1830, dopo soli venti mesi di pontificato. Gaspare, saputane la morte, la pianse since­ramente e disse agli astanti: «Il successore di Pio VIII avrà un lungo pontificato e regnerà bene. Dopo di lui, sotto un altro Pontefice, soffrirà la Chiesa grandi tribo­lazioni con spargimento di sangue».
Nel 1830 le missioni subiscono un certo arresto. Nel febbraio-marzo lo troviamo impegnato a predicare cate­chismi quaresimali a Roma, nella basilica di S. Marco, e gli esercizi ai militari. A maggio predica gli esercizi al clero e al popolo di Veroli e parte del mese mariano a S. Carlo al Corso, in Roma. In agosto è in Ancona in­sieme con D. Giovanni Merlini per gli esercizi spiritua­li al clero. Tornando da Ancona, coglie l'occasione per una nuova visita alla Santa Casa di Loreto, dove riceve «segnalate grazie».

1831 - Anche quest'anno il giro dei ministeri di Ga­spare fu alquanto contenuto. Infatti, l'Europa stava at­traversando un periodo turbolento. In Francia erano ca­duti i Borboni, la Polonia insorgeva, serpeggiavano vo­ci di congiure contro lo Stato Pontificio per sopprimer­lo. Vi furono, infatti, insurrezioni in Emilia e Romagna;
le popolazioni delle Marche e dell'Umbria erano in continua agitazione. Pertanto, in queste critiche situa­zioni Gaspare, a eccezione dei catechismi quaresimali nella chiesa di S. Carlo al Corso in Roma, la missione a Sezze e gli esercizi spirituali alle religiose di Gesù e Maria in Albano, non abbracciò altri ministeri, anche perché in quest'anno fu colpito da due gravi lutti: la morte del grande amico e protettore, il Card. Bellisario Cristaldi, avvenuta il 25 febbraio, e quella del suo ama­to babbo, avvenuta il 31 ottobre. Assistette con grande affetto il padre nella malattia e ne curò con amore le esequie e la sepoltura nella chiesa di S. Adriano al Foro Romano. Nel 1937, essendo stata riportata all'an­tica origine di Curia Romana questa chiesa, le ossa di Antonio Del Bufalo e la bellissima lapide che ne copri­va la tomba sono state portate nella casa di Piazza dei Crociferi, in Roma, e collocate nella tomba della Fami­glia Sbordoni, presso il sepolcro di S. Gaspare. È diffi­cile dire se Gaspare soffrisse più per la morte del padre, che per quella del Cristaldi. Con questo perdeva il pa­dre dell'Istituto, l'amico sincero e il valido aiuto nei momenti tenebrosi e difficili. Gli fece rendere solenni e pietose onoranze funebri e lo iscrisse nell'albo dei più grandi benefattori della Congregazione, ricordandolo e facendolo sempre ricordare dai suoi figli.
Dopo la morte di Pio VIII, il 2 febbraio 1831 fu eletto Papa il Card. Mauro Cappellari, tempra forte e leale, che prese il nome di Gregorio XVI. S. Gaspare pregò l'amico Card. Carlo Odescalchi di parlare al neo Pontefice del suo Istituto. Il Cardinale il 20 aprile dello stesso anno gli fece sapere che il Papa «era assai preve­nuto e contrario alla base stessa dell'Istituto, quindi, non solo non voleva sentir parlare di Regola, ma toglie­va tutti gli assegni alle varie case. Così commenta il Rey: «Una pugnalata al cuore gli avrebbe fatto meno male; eppure, come al solito, il suo sguardo va al Cro­cifisso. Anche le calunnie presso questo Papa non sa­rebbero riuscite a distruggere l'Opera voluta da Dio e la Provvidenza avrebbe pensato a suo tempo, anche al­l'approvazione della Regola».

1832 - Lo troviamo in febbraio a Orte per la mis­sione. Nei mesi di febbraio-giugno svolge diversi mini­steri a Roma. In giugno va anche a Civita Castellana, dove predica alle religiose, al clero, ai militari e a vari ceti di persone. In agosto è per una missione a Sermo­neta. Qui, mentre confessava, additando un uomo con­fuso tra la folla che aspettava il suo turno, disse: «La­sciate venir lui, che ne ha bisogno». L'uomo morì subi­to, davanti a tutti, nella stessa chiesa, dopo essersi con­fessato. A settembre predica gli esercizi alla Confrater­nita dei Sacconi a Sora e a novembre all'Oratorio Not­turno di Guarcino.

1833 - In gennaio predicò gli esercizi al popolo a Palestrina e la missione a Zagarolo, dove rimase famo­sa la conversione di una donna, che non voleva perdo­nare il giovane uccisore della sua figliola, il quale, stan­do in carcere, s'era pentito e le aveva chiesto perdono. Dopo la convincente persuasione e calda perorazione del Santo, la signora gli si gettò in pianto tra le braccia e lo perdonò. A Palestrina guarì da epilessia un servo del Principe Rospigliosi. Si portò per la missione a Genazzano e aVeroli. Di questa Missione la stampa del tempo parlò ampiamente per le molteplici conversioni, pacificazioni e per la distruzione di stampe oscene e armi. Da settembre a dicembre predicò le missioni a Poggio Mirteto, Concerviano Ronciglione.

1834 - La sua salute continua a peggiorare e in que­st'anno lo troviamo più a lungo fermo in Albano, dove però dà lezioni di teologia ai convittori e predica gli esercizi al popolo e alle comunità religiose dei dintorni. Intraprende poi la visita di regola nelle varie case del­l'Istituto e ad agosto e settembre lo troviamo ancora per la missione a Forlimpopoli e a Meldola. Queste cittadi­ne erano tra le più turbolente della Romagna, ma Ga­spare era tanto affezionato a esse, che volentieri vi svolgeva a scadenze fisse il suo apostolato. Ne veniva ripagato dall'entusiasmo e dall'affetto di quelle popola­zioni, tra le quali egli operò anche grandi prodigi.

1835 - Lo troviamo per vari ministeri a Roma, Porto d'Anzio, Cori, Sezze Velletri. Durante l'estate in Albano rivede per l'ultima volta le Regole dell'Istituto.

1836 - Oltre a vari ministeri compiuti a Roma e in Albano, predicò quest'anno la missione a Todi, gli eser­cizi spirituali alle Clarisse di Priverno, al popolo e alle religiose di Cori, dove guari una suora ossessa e una bambina dai piedini paralizzati. Da Cori andò per una missione a Priverno e, alla fine dell'anno, a Nepi, dove contrasse la tosse convulsa, che non lo abbandonerà più fino alla morte.

1837 - Dopo vari ministeri svolti a Roma, lo trovia­mo in aprile a Porto d 'Anzio per la predicazione degli esercizi alla popolazione e ai detenuti. Dopo Anzio, Gaspare e i suoi vanno per la missione a Bassiano. La stagione è molto piovosa. Bartolomeo, anche se poco pratico dei luoghi, suggerisce una scorciatoia attraverso il bosco della Faiola. Purtroppo, la strada è melmosa, non adatta ai legni, sicché per un improvviso sobbalzo la vettura si inclina su un fianco e affonda negli acqui­trini, mentre, per giunta, si rovescia una pioggia abbon­dante. I cavalli imbizzarriti rompono i finimenti. Una parte dei missionari rimane quasi soffocata e Gaspare riporta una seria contusione al capo. E’ tirato su malconcio e in preda a forti convulsioni, sicché a mala pe­na si regge. Sorretto dai compagni, a piedi e senza om­brelli sotto la pioggia scrosciante, viene accompagnato alla casa di Sermoneta, dove si pone a letto con febbre gagliarda. Nonostante queste condizioni, il mattino se guente parte per la missione di Bassiano, durante la quale si sobbarca a tutte le fatiche, «nascondendo e di­sprezzando eroicamente la sua infermità».
Ormai la sua vita è minata. Da questo momento una tosse secca, che lo fa spasimare, l'accompagnerà fino alla morte. Spesso è sorpreso seduto alla scrivania, lo sguardo fisso su un quadretto dell'Addolorata, mentre le lacrime gli rigano il volto. Ai suoi confratelli dice: «Presto vi leverò l'incomodo, mi vado preparando agli anni eterni».

MORTE DI S. GASPARE. IL SANTO - L’APOTEOSI.

MORTE DI S. GASPARE
Come si temeva già da diverso tempo, nell'estate del 1837 il colera invade Roma. Mentre tutti fuggono dalla Città Eterna, cercando scampo nei Castelli Roma­ni, Gaspare, angelo di carità, spinto dall'amore verso i suoi concittadini colpiti da si orribile flagello, lascia Al­bano e vi accorre. Non sta quasi in piedi, eppure si pro­diga con ardore per alleviare le pene dei contagiati. Corre di casa in casa e da un convento all'altro a porta­re, con gli ultimi conforti religiosi ai moribondi, cibo e medicinali a chi è ancora in vita.
Il Papa prese provvedimenti sanitari e igienici e par­tecipò scalzo e col saio alle processioni di penitenza. La Madonna Salus Populi Romani venne portata, accompa­gnata da gran folla, da S. Maria Maggiore a S. Pietro in Vaticano. Nelle maggiori chiese di Roma si tennero fun­zioni propiziatrici e i più noti predicatori vennero desi­gnati per invitare dai pulpiti il popolo alla penitenza. A Gaspare il Cardinal Vicario, ignaro delle sue precarie condizioni di salute, assegnò la Chiesa Nuova, dove si venerano le spoglie di S. Filippo Neri. Era il mese d'a­gosto e si soffocava per l'afa. Gaspare si trascinava a stento e faceva pena il vederlo salire la scaletta del pul­pito, ma non appena iniziava a parlare davanti a tanto popolo e alle autorità, prelati e cardinali, sembrava co­me invaso dall'antico ardore apostolico. Strappava consensi e lacrime. Però, non appena finito il discorso, ve­niva assalito da una tosse persistente e, giunto in came­ra, si gettava sfinito sul letticciuolo. A chi lo consiglia­va di interrompere la predicazione, rispondeva: «Ho pregato sempre il Signore di farmi morire predicando sul palco. Mi riposerò in Paradiso!». Tra un conato e l'altro della terribile tosse recitava giaculatorie.
Il medico, finita la predicazione, gli impose di tor­nare all'aria più mite di Albano. Gaspare ubbidì, sebbe­ne sapesse che l'ora era arrivata, o che stesse a Roma o che andasse in Albano.
Passava quasi tutta la giornata in poltrona o disteso sul letto in camera. Allorché il tempo lo permetteva, lo accompagnavano, sorreggendolo, per qualche breve svago nell'orto.
Raccoglieva in questi giorni tutte le energie del suo spirito per rimanere ininterrottamente in unione con Dio. Alzava gli occhi al cielo e ripeteva: «Paradiso! Pa­radiso! Mi salverò io?». Gli dicevano: «Se non si salva lei, chi potrà salvarsi?». Ed egli di rimando: «Sono un povero peccatore!». Il suo testamento spirituale, che specie in questi ultimi giorni di vita ripeteva davanti a tutti, era racchiuso in tre frasi: Amore a Dio, a Gesù e Maria e alla Congregazione.
Venuti i primi freddi di Albano, il suo stato di salu­te si aggravò ulteriormente. Lo seppe il Card. Franzoni, protettore dell'Istituto e grande amico ed estimatore di Gaspare, e gli ordinò di tornare a Roma. Così tornò ad abitare nell'appartamento che aveva preso in affitto nel palazzo costruito sull'antico Teatro Marcello e ivi restò fino alla morte. Si mise a letto solo quando non ce la fece più a stare in poltrona. Negli ultimi giorni, non po­tendo ormai più celebrare, si faceva portare la S. Co­munione. Il fedele servo Bartolomeo non si mosse mai dal suo capezzale. Per il Natale le Suore di S. Urbano gli portarono in dono un piccolo presepe di carta, da lo­ro stesse confezionato. L'accettò di gran cuore e lo fece porre sul cassettone di fronte al letto, esclamando:
«Mio Dio, mio Dio, quanto amore per noi!».
Si aggravò maggiormente e la febbre alta costrinse il medico a praticargli un salasso. Gaspare aveva pre­detto che quando gli avrebbero cavato sangue, sarebbe morto; eppure ubbidì docilmente.
I nemici non lo lasciarono in pace, neppure in pun­to di morte. Sparsero la voce che egli aveva paura di morire e si disperava, tanto che la sua antica compagna d'infanzia, Sr. Maria Tamini, impressionata, corse a far­gli visita per confortarlo. La rasserenò della sua unifor­mità ai voleri divini.
Il Merlini, avvisato dell'aggravarsi della malattia, era giunto il 27 dicembre da Albano per essere vicino al Padre amato in quegli estremi momenti. Il giorno suc­cessivo, Gaspare, dopo aver ricevuto tutti i conforti del­la fede, verso le quattordici entrò in agonia. Lo assiste­vano, oltre il Merlini e Bartolomeo, la nipote Luigia. Era presente anche S. Vincenzo Pallotti, il quale nei processi canonici rese questa bella testimonianza:
«L'infermo era come nella più perfetta tranquillità e nel suo volto splendeva tale dolcezza, ilarità e tali segnali di pace che, considerando il tutto cristianamente, ecci­tava una voglia o brama di mettersi in agonia». E dice ancora: «Come immerso in una gioia di paradiso, tran­quillamente e placidamente spirò». Era il 28 dicembre 1837. Lo stesso Pallotti confidò poi di aver visto sotto forma di lucentissima stella l'anima di Gaspare salire al cielo e Gesù con la Vergine e uno stuolo di angeli andarle incontro. Infatti, gli astanti avevano visto il Pal­lotti fissare lo sguardo in alto e l'avevano sentito escla­mare: «Anima benedetta, già sei in Paradiso!».
Durante la vita quante volte Gaspare aveva levato gli occhi in alto, esclamando: «Paradiso!». Quante vol­te l'aveva bramato, guardando il cielo stellato! Quante volte nella sofferenza e rifiutando onori e lodi, aveva detto: «Paradiso! Paradiso!». Ecco, ora sale in cielo, vola in alto a godere quel Paradiso tanto bramato e me­ritato.

L'APOTEOSI
All'apoteosi del Cielo si aggiunse per Gaspare quel­la terrena, che, dopo le solenni esequie di Roma in S. Angelo in Pescheria, esplose in Albano, dove la sal­ma fu portata per la sepoltura la sera del 31 dicembre.
Era tanta l'ansia dei suoi figli di rivedere il volto amato del Padre, che subito la cassa fu aperta e tutti constatarono con meraviglia e con gioia che, nonostan­te fossero trascorsi quattro giorni dalla morte, il corpo era freschissimo, flessibile, esalante un misterioso pro­fumo. Il giorno di capodanno fu esposto in chiesa sul catafalco, fuori della cassa. In un baleno si sparse la no­tizia per i Castelli Romani e la calca fu inverosimile:
tutti andavano nella chiesa di S. Paolo per vederlo, toc­carlo con qualcosa da conservare come ricordo. Si cele­brarono solenni funerali nei primi tre giorni di gennaio. La chiesa era assiepata e la piazza antistante gremita. Erano stati portati tanti malati, nei quali era sorta la speranza del miracolo. Non restarono delusi.
Facciamo un rapido elenco dei fortunati. Raimondo Marazzi fu liberato da febbri perniciose. Il piccolo ni­pote di Clementina Brugiaferri, rattrappito e muto, guarì all'istante e si mise a correre per la chiesa, gri­dando di gioia. Orsola Pietrangeli guarì a una guancia. Orsola Mazzani fu liberata da terribili dolori alla testa. Un giovane di Albano si prostrò presso la salma e guarì da lue celtica. Lo scalpellino che era stato chiamato a preparare il loculo in chiesa, fu liberato da insopporta­bili dolori reumatici.
Poiché dopo sette giorni dalla morte la salma di Gaspare rimaneva sempre flessibile e rosea ed emanava un soave profumo, sorse in alcuni il sospetto che fosse stata imbalsamata. Il corpo allora fu rigorosamente esa­minato da una commissione di medici. Il responso fu chiaro e inequivocabile: nessun trattamento chimico; quindi, il fenomeno non era affatto naturale. La salma fu poi chiusa in una cassa di legno, che fu sigillata e sepolta in chiesa, ai piedi dell'altare di S. Francesco Saverio, dove anche ora si venera.
Con la morte non si spense, anzi aumentò di molto la fama della santità di Gaspare. Così da ogni parte d'I­talia, a cominciare dai cardinali, vescovi e principi fino alla gente più umile, fu un accorrere continuo al suo se­polcro per implorare grazie. E Gaspare dal cielo rispo­se con grande generosità alle speranze dei suoi devoti.
Narriamo qualche fatto, accuratamente accertato. Il Pallotti dice che la Principessa Massima Ruspoli, priva di prole, ebbe la gioia della maternità, portando addos­so la reliquia del Santo. Il Merlini racconta che il Con­te Soderini Lorenzo di Roma guarì da gravissima ernia libera, ponendo la reliquia del Santo sulla parte malata. Sempre il Merlini racconta che tale Francesca Tolomeo era diventata fredda e stava per rendere l'anima al Creatore; invocando Gaspare, si riprese subito e guarì. A Rimini il parroco di S. Nicola in Porto narrò che il suo parrocchiano Mariano Ballerini, affetto da grave forma di idropisia, guarì invocando Gaspare. D. Gio­vanni Palmucci di Ascoli Piceno scrisse al Merlini che Sr. Costanza Vitali guarì da orrende convulsioni, dopo aver invocato il Servo di Dio. Sempre il Merlini riferi­sce che un figliolo di Agnese Marazza di Castelgan­dolfo guarì da una natta, che aveva ingrossato l'occhio destro come una grossa noce; il prodigio avvenne men­tre la donna pregava nella chiesa ov'era sepolto il San­to. Il Dott. Marcotulli Luigi di Sezze Romano racconta che Sr. Eletta Margherita De Cesaris guarì da una mor­tale malattia allo stomaco, dopo aver ingerita la reliquia del Servo di Dio. D. Girolamo Sciamplicotti, parroco di Rocca di Papa, narra con commozione la guarigione della sua parrocchiana Maria Antonia Di Ottavio da fie­rissimi dolori ai denti, dopo essersi portata a pregare sulla tomba di S. Gaspare. Cecilia Mariotti di Castel­gandolfo, gravemente inferma, guarì dopo aver rivolto preghiere, invocando l'intercessione di Gaspare. Guari­rono pure, invocando Gaspare, Giacomo Vicini di Castelgandolfo da grave male al collo; Stefano Mondelli di Roma da tubercolosi; Gaetano Biagioli da gravissime emottisi. Il giovane Cardoni Giovanni di Albano fu guarito da grave male interno; Maria Falcetti di Roma, da tumore al cervello.
Celebre è il miracolo ricevuto da Francesca De Maistre, delle Figlie della Carità di S. Vincenzo De Paoli, rattrappita in modo tale che la pianta del piede batteva sull'anca, tanto da richiedere 1'amputazione del­la gamba. Guarì dopo aver invocato Gaspare e ingoiata una sua reliquia. Altro miracolo avvenne a Parigi. Il no­bile Giorgio Schouvanoff di Pietroburgo aveva una fi­glia paralizzata, che era costretta a vivere su una car­rozzella. Saputo del miracolo ricevuto dalla De Maistre, chiese anch'egli una reliquia di Gaspare e, dopo una novena al Preziosissimo Sangue, la fece ingoiare al-l'ammalata. Questa guarì all'istante.
Concludiamo qui l'elenco dei fatti miracolosi, do­lenti di averne dovuto tralasciare tanti. Poi vedremo i miracoli approvati per la beatificazione e la canonizza­zione.
Questi eventi, debitamente controllati nella loro maggioranza dai medici e da persone degne di fede, la persistente richiesta di cardinali, vescovi e prelati mos­sero la Chiesa a istituire a Roma e nelle varie diocesi, dove il Santo era stato, il processo informativo sulla fa­ma di santità, sulle virtù eroiche praticate dal Santo e i miracoli da lui operati.
Guardiamo anche noi con la Chiesa più da vicino le impareggiabili virtù di Gaspare, per ammirarlo, imitarlo e invocarlo.

IL SANTO
Per diventare santi occorrono due elementi: la gra­zia divina, senza la quale ogni sforzo umano per la per­fezione è vano, e la volontà umana. La grazia non man­ca mai per tutti i battezzati, ma non sempre la volontà umana le corrisponde. Non v'è dubbio che Gaspare fu arricchito di tanti doni di grazia, elargizione munifica di Dio Santificatore, la quale agevolò molto il suo cammi­no nella virtù. Ma è anche vero che Gaspare corrispose in pieno all'azione divina. Non gli mancarono, come abbiamo visto, prove durissime. Le superò, facendo ri­fulgere, in ogni suo atto e in ogni circostanza della vi­ta, l'eroismo delle sue virtù.
Delle virtù, dei doni soprannaturali, dei miracoli del Santo abbiamo già accennato in varie parti della storia della sua vita fin qui narrata. Ora ne trattiamo esplicita­mente. Ci scusiamo per qualche inevitabile ripetizione. Anche noi, insieme agli altri biografi di S. Gaspare, co­me il Sardi e il Rey, vogliamo qui raggruppare in breve la loro narrazione per avere un quadro sintetico, che ci porterà a una migliore conoscenza della figura di questo grande Santo.
Il vescovo passionista S. Vincenzo M. Strambi definì S. Gaspare «uomo pieno di Spirito Santo e di fede». Nato e vissuto in Roma, dove si può dire che ogni pie­tra e ogni zolla è bagnata dalle lacrime di tanti Santi e dal sangue dei Martiri, anche egli si sentì spinto a con­sacrare la sua vita al Signore e a desiderare di dar la vi­ta per la fede tra gli infedeli. Due cose chiedeva al Si­gnore: «Spirare sul palco e dare il sangue per la fede». Più volte minacciato durante il suo ministero, continua­va imperterrito e asseriva: «Morire per Cristo è un gua­dagno!». Non solo per riconoscenza della miracolosa guarigione agli occhi, dovuta all'intercessione di S. Francesco Saverio, ma perché estasiato dalla vita di questo grande missionario, ne fu molto devoto e lo eles­se a patrono della Congregazione. «C'era anche troppa India alle porte di Roma e in Italia», perciò fondò la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo San­gue, perché tanti uomini di Dio si dedicassero per l'in­tera vita a portare fede e amore ai popoli e a riportare a Dio tante anime, che si erano allontanate da Lui.
Apostolo mandato da Dio per i suoi tempi, come un giorno S. Francesco, S. Domenico, S. Ignazio e tanti al­tri, si gettò a capofitto nell'opera delle missioni, che egli riteneva insieme con la devozione al Preziosissimo Sangue il mezzo più adatto per la conversione dei pec­catori.
Dilagavano l'illuminismo, il giacobinismo, la mas­soneria e molte altre sette infestavano il mondo. La sua azione apostolica fu così indefessa, coraggiosa e profi­cua, da essere chiamato il Martello degli eretici. Porta­va di preferenza la sua parola tra le masse e prediligeva i poveri e le persone umili, alle quali fin da piccolo in­segnò le verità della fede e quanto bisognava operare per salvarsi. La sua dottrina era ferreamente basata su quella della Chiesa. Era così profondo nelle scienze sa­cre e abile nella apologetica e dialettica, che, con poche parole, sfatava ogni errore contro la fede e la morale. Sbalordisce il vedere un uomo di natura così timida re­sistere alle intimidazioni dei giudici e «inalberarsi come un gigante, quando scende in lizza con gli avversari della Religione; si vedeva tutto assorto e infiammato in volto, perché stava sempre alla presenza di Dio». Altri dicono: «Pareva un angelo». Era tale la sua sete di ani­me che «intraprendeva disastrosi viaggi, affrontando in­temperie e spesso nei nostri disagevoli monti». Soleva dire che per salvare un'anima avrebbe dato la vita. E lo dimostrò con la sua vita. Non vi erano difficoltà di sor­ta che potessero fermare il suo zelo.
La sua parola, pur nella semplicità, ma corroborata dalla fede e dal calore del suo spirito, penetrava, illu­minava, convinceva. Diceva: «Iddio si degna di comu­nicare, a me miserabile, un lume speciale nelle materie apologetiche e verità della fede». Non è dunque da me­ravigliarsi delle innumerevoli conversioni. «I convertiti erano legioni intere!». Infondeva nei suoi compagni lo stesso fervore, mettendo in rilievo il privilegio ricevuto da Dio di essere chiamati a portare la fede ai popoli; e nel far ciò, li animava a soffrire per amore di Cristo.
Questo fervore di attività non era altro che l'effetto della sua vita interiore. «Dio mi vede», diceva spesso. «Facciamo tutto per la sua gloria» e, perciò, «di conti­nuo era assorto in Dio». Odiava la bestemmia; faceva distruggere stampe pornografiche e blasfeme; distribui­va immagini e libri sacri; cercava di estirpare il vizio del gioco delle carte nelle bettole, facili occasioni di omicidi.
Siccome la presenza di Cristo, specie per un sacer­dote, si realizza nella Messa, grande era la sua devozio­ne all'Eucaristia. Stando davanti al SS.mo Sacramento, il suo raccoglimento era «come quello di un serafino». «Quando entrava in chiesa, sembrava diventare un al­tro, tale era la fede e la pietà che lo investivano». Vole­va perciò che in chiesa si stesse col massimo rispetto e raccoglimento e che le chiese fossero pulitissime. L'al­tare del Santissimo doveva essere sempre ornato di. fio­ri freschi; gli arredi sacri, sempre decorosi. «Vorrei te­nere le chiese come un gioiello!». Spazzava e spolvera­va di persona, insegnando agli allievi come dovessero avere la massima cura del tempio e delle cose sacre, esigendo anche la massima attenzione alle regole litur­giche. Per lui il SS.mo Sacramento era il centro della vita spirituale.
Era felice e orgoglioso del suo sacerdozio. Non tra­lasciava mai la celebrazione della 5. Messa. Si prepara­va lungamente alla celebrazione e altrettanto lungo era il ringraziamento. Celebrava la Messa «con molta devo­zione», «infiammato in volto», col volto rigato di lacri­me, «profondamente assorto dopo la consacrazione». I fedeli che si recavano ad ascoltare la sua Messa, dice­vano: «Andiamo ad ascoltare la Messa di un santo». Celebrava con gioia l'anniversario della sua ordinazio­ne sacerdotale e aveva il massimo rispetto e la più grande considerazione per tutti i sacerdoti, anche i meno de­gni. Ogni giorno faceva la visita al Santissimo e, quan­do poteva, «passava ore ed ore assorto» in preghiera, davanti al tabernacolo. Aveva grandi premure verso gli allievi, perché un giorno dovevano diventare sacerdoti. Si dava molto da fare nella ricerca di buone vocazioni. Ovunque si recava a predicare, istituiva, se già non vi fosse, la Confraternita del SS.mo Sacramento e la pia pratica dell'adorazione perpetua.
«Il vaso più sacro e lindo - diceva - dev'essere la nostra anima». «Perciò si confessava spessissimo, an­che se, come tutti asserivano, egli non fosse mai cadu­to in peccato e avesse conservato intatta l'innocenza battesimale».
Era attaccatissimo alla Chiesa e alle sue leggi e, co­me sappiamo, per questa fedeltà affrontò l'esilio e la prigione. Non disobbedì mai all'autorità ecclesiastica, perché, anche se gli ordini a volte sembravano o erano realmente ingiusti, egli li riteneva espressione della vo­lontà divina. Per non opporsi ad alcuni ordini severi di qualche Papa, soffrì pene e ingiustizie dolorosissime.
«Il suo cuore, dice il Bragaglia, fu una fornace di carità, vivendo unicamente per Iddio e per il prossimo». E le testimonianze in proposito sono migliaia. «Era un'anima veramente di Dio», afferma il Merlini. Questo grande amore lo spingeva a parlare sempre di Dio. Co­me si parla volentieri delle cose che si amano! «Dammi la tua grazia e il tuo amore, mio Dio, e non cerco più nulla». Ecco una sua massima: «Chi ama Dio, poco parla, fatica molto, sopporta tutto e da tutti». E S. Vin­cenzo M. Strambi asserisce: «È Dio che parla per la bocca del Can. Del Bufalo».
È naturale che, acceso di questa fiamma, ne tra­smettesse ad altri l'ardore. Ancora giovane studente, si recava in varie parti di Roma e nei dintorni a insegnare il catechismo ai ragazzi e alla gente del popolo. Con il passar degli anni e dopo il sacerdozio, questo zelo di­venne il fine primario della sua vita. Tutto quanto ab­biamo narrato delle sue missioni non è altro che l'e­spressione del suo zelo per la gloria di Dio e la salute delle anime. Non gli bastava parlare alle masse, ma ri­servava prediche di istruzione ai singoli ceti. Si recava ovunque, anche sulle barche dei pescatori, nelle bettole, nei ritrovi, negli ospedali, nelle carceri. Per tutti aveva la parola giusta e un esempio adatto. Uomini insigni e dotti lo ascoltavano volentieri. A Roma alle sue predi­che andavano vescovi e cardinali. Leone XII, passando per piazza Barberini, dove Gaspare predicava alla folla, fece fermare la sua carrozza per ascoltarlo. Gente d'o­gni ceto sociale e insigni personaggi ricorrevano a lui per consiglio. Tanti peccatori si convertivano, tanti giu­sti si perfezionavano, tanti sacerdoti passavano dall'i­nerzia alla vita attiva e apostolica. Alcuni lo seguirono.
Non si limitava a dar consigli e a dire buone parole. Soleva affermare che «tutti siamo come malati in que­sto grande ospedale del mondo» e nel suo cuore tene­rissimo di padre trovavano eco tutti i dolori dell'uma­nità che lo circondava: dall'amore per Dio, all'amore per il prossimo, al cui vantaggio consumò la vita nei ministeri. Leggiamo nel certificato, che il medico rila­sciò sulla causa della sua morte immatura: «Per non de­sistere dalle sue apostoliche occupazioni, ha trasandato quella cura che sul bel principio poteva giovargli; per cui si rese vittima di carità».
A imitazione di Cristo usava la più grande miseri­cordia verso i peccatori, anche se condannava con seve­rità il vizio. Diceva ai confessori: «Quanto è misericor­dioso Dio! Siate anche voi misericordiosi». Si riteneva degno d'ogni disprezzo. Fu martire delle persecuzioni, della maldicenza, della calunnia, eppure perdonò a tut­ti. Si adoperò tanto per rappacificare nemici, famiglie, intere popolazioni. Eccolo nelle carceri, negli ospedali, accanto ai malati più ripugnanti; aiuta e conforta i mo­ribondi e procura che si preghi per le loro anime. «Ve­de intorno a sé ignudi da rivestire, poveri che alzano la mano per un pezzo di pane, gente che picchia alla sua casa e alle porte delle Case di Missione e cerca di sol­levare tante miserie. Va per le case questuando per i suoi poveri». Diceva: «Per far del bene ci vogliono la grazia di Dio e i denari». Quante volte tornava di sop­piatto in casa, perché i confratelli non s'accorgessero che egli aveva dato ai poveri in elemosina perfino scar­pe e vestiti! Una notte lo scorsero che portava il paglie­riccio del suo letto alla casa di un malato. Visitava le luride stamberghe e portava la sua benedizione, una pa­rola di fede e conforto, e una elemosina secondo le sue possibilità. Stabilì nella Regola che mai si mandasse in­dietro un povero che bussava alla porta delle Case di Missione, senza un piatto di minestra calda e un baioc­co. Una volta rimproverò aspramente il portinaio che trattava male un poverello, dicendogli: «Così si tratta Gesù Cristo?». Anche dove si recava per la predicazio­ne fondò i Ristretti delle Sorelle della Carità, con lo scopo di dedicarsi all'assistenza dei malati, dei poveri e dei carcerati. Vogliamo citare un brano veramente si­gnificativo: «Sofferente al sommo e con lo spettacolo del suo stesso male fisico che continuamente lo tor­mentava, con una vena dilatata al piede, con l'asma e il dolore continuo ai denti, poteva ben vagliare la gravez­za dei mali che affliggevano l'umanità, sicché, meno preoccupato di sé, era assai premuroso per tutti gli altri, che reputava sempre più infermi di lui». Una carità pra­ticata veramente in grado eroico!

IL FASCINO DELLE SUE VIRTÙ
A S. Gaspare si può attribuire la frase che il Vange­lo dice di S. Giuseppe: uomo giusto. Il mondo dimenti­ca facilmente i valori dello spirito, li calpesta e li deri­de, perciò il Signore manda nella Chiesa queste grandi figure, che ci affascinano con le loro virtù.
Gaspare fu un perfetto esemplare di giustizia: a cia­scuno il suo nel modo più intransigente. «Fu giusto ver­so Dio, adempiendo in pieno a ogni suo obbligo, e giu­sto verso il suo prossimo». Cercava nelle sue azioni la perfezione ed era il primo a osservare la Regola della Congregazione, da lui stesso dettata. Ripeteva a tutti:
«E volontà di Dio che ci facciamo santi!». Era puntua­lissimo nel dare a chi di dovere la giusta retribuzione, non stiracchiava sui prezzi giusti, era riconoscentissimo verso i benefattori, pregava e faceva pregare per loro.
Fu uomo forte nel sostenere le tribolazioni, ma an­che nel sostenere i diritti dell'Istituto e i diritti dei po­veri e dei perseguitati. Abbiamo visto con quanta forza tenne testa a coloro che, nella lotta contro il brigantag­gio, ricorrevano a metodi contrari alla carità cristiana e alla giustizia. Per sé accettò le tribolazioni con umiltà e coraggio da qualsiasi parte provenivano, senza emettere mai un lamento contro i persecutori. Non si difese mai, tranne quando fu necessario per l'onore della Congre­gazione e dei confratelli. Sostenne eroicamente le umi­liazioni, ed erano tante, che gli venivano inferte perfino dai suoi dell'Istituto.
Quante volte fu offeso e perseguitato proprio da chi avrebbe dovuto difenderlo ed era stato da lui benefica­to! In Romagna rimase così celebre per la sua pazienza, che ancora oggi si dice: «Non ho mica la pazienza del Canonico Del Bufalo». A coloro che si lamentavano quando le cose non andavano per il loro verso, soleva dire: «Lasciamo fare a Dio». Ecco una testimonianza:
«In lui c'era una grande fortezza d'animo, nel viaggia­re, predicare, confessare, sostenere contraddizioni nel governo dell'Istituto, nelle missioni, nel convincere gl'increduli, nel superare tentazioni, nell'estirpare abusi e scandali». Faceva sue le parole dette agli apostoli:
«Andiamo con gioia, perché siamo stati fatti degni di patire per Cristo». «Se mancasse la croce, mancherebbe l'eredità di Cristo».
Era obbedientissimo e diceva: «L'obbedienza è la via regia che ci porta al cielo!». Non volle però nella sua Congregazione i voti di obbedienza e di povertà, asserendo: «Gli altri fanno i voti, noi li osserviamo». Disse a Leone XII che era pronto a chiudere tutte le ca­se dell'Istituto, se egli gliel'avesse comandato. Gli sa­rebbe costato dolore immenso, certo, ma era pronto al­1'obbidienza.
Amò tanto la povertà. Se chiedeva o accettava da­naro, era solo per i suoi poveri. «Ricusò posti lucrosi, pingui elemosine di Messe, lasciti, ricche offerte». «Morì poverissimo, reputando che ogni sua ricchezza fosse il Crocifisso». E volle che anche la sua Congre­gazione fosse povera e gli sarebbe dispiaciuta una Con­gregazione nata nella ricchezza. Se fosse diventata ric­ca, non l'avrebbe più riconosciuta come sua. D'altra parte, però, era tanto premuroso e scrupoloso, perché non mancasse il necessario. E fu veramente povera la Congregazione, tanto che talvolta mancava perfino il pane. In tali circostanze esortava: «Abbiate fede, la Provvidenza non mancherà». Non poche volte ricorse al miracolo. Soleva dire di non sapere come, ma Dio era sempre pronto a pareggiare i suoi debiti.
L'ornamento più bello della sua anima fu la purez­za, che mantenne illibata, come l'aveva avuta in dono nel fonte battesimale. Lo chiamavano «il celeste Del Bufalo». Era molto forte nel resistere a quel «groviglio di tentazioni» con le quali il demonio lo vessava; né mancarono persone che cercarono d'indurlo al peccato. Una volta fu mandata una donna a tentarlo, ma egli scoprì subito l'inganno. Non si riteneva per altro molto sicuro di sé, perché diceva che si sarebbe perduto, se non fosse stata una corona di calici, che lo circondava sempre e difendeva dal demonio che voleva divorarlo. Usava ogni precauzione: era modesto, composto, riser­vato; si mortificava con digiuni, cilizi, discipline e, so­prattutto, pregava. Il Signore gradiva e premiava questa sua illibatezza. Emanava dalla sua castità un profumo
tale, che alcuni penitenti, partendosi dal suo confessio­nale, poterono esclamare: «Oh! che odore emana quel Servo di Dio». D. Domenico Giorgi di Bassiano af­fermò che perfino la stanza da lui abitata «tramandava un odore di paradiso».

I DONI
Dio, quasi sempre, sia in premio alle loro virtù, sia perché gli increduli credano e i credenti si fortifichino nella fede ed esaltino la sua potenza, dà ai suoi Santi non rari doni soprannaturali e il potere di operare mira­coli in suo nome. Non aveva forse detto Gesù agli in­creduli, operando miracoli: «Se non volete credere a me, credete alle mie opere?». E non aveva detto anche:
«Chi crede in me, compirà anche lui le opere che io compio ed anche maggiori?». Gaspare non mancò di siffatti doni, anzi ne ebbe in grande abbondanza, anche se nella sua profonda umiltà cercava di tenerli celati. Furono tali doni un nuovo premio, col quale Dio volle contraccambiarlo delle sue immense fatiche.
Egli ebbe il dono della parola, «con la quale rubava i cuori». «Le sue missioni erano accompagnate da cele­sti benedizioni». «Dove egli predicava, s'adunava gente d'ogni parte, accorrendo con ardore» anche da paesi molto lontani, tralasciando i propri interessi e occupa­zioni. I frutti, come abbiamo ripetutamente messo in ri­salto, erano straordinari, clamorosi: confessioni in quantità, grosse somme restituite, lunghe vertenze risol­te, riconciliazioni tra singoli e popolazioni intere divisi da odi inveterati, famiglie disgregate ricomposte, be­stemmie estirpate, il rifiorire ovunque del buon costu­me, paesi interi trasformati, armi micidiali spezzate, stampe oscene bruciate e distrutte davanti al quadro della Madonna del Preziosissimo Sangue, eretici che abiurano, individui che abbandonano la via scandalosa e si chiudono nei chiostri. Per ottenere effetti così por­tentosi non adopera né stratagemmi, né teatralità: il ca­lore del suo dire, talvolta accompagnato dalla discipli­na, bastava a commuovere l'uditorio. Ognuno lo ascol­tava come parlasse a lui personalmente; non pochi han­no confessato che non avevano più potuto rifiutare il proprio pentimento dopo averlo ascoltato. Qualche altro diceva che quell'additare le piaghe del Crocifisso feriva profondamente la sua anima. Non era il risultato di un momento. Le conversioni e il bene prodotto dalle sue prediche erano duraturi. Non poche volte le fatiche, le intemperie, le sudate lo prostravano e la voce veniva meno, ma al momento della predica gli ritornavano le forze e la voce era squillante e penetrante. Mirabilmen­te si sentiva anche da lontano. A Forlimpopoli, come abbiamo già detto, alcuni settari, che allontanatisi s'era­no chiusi a gozzovigliare in una villa con le finestre sbarrate, lo sentivano come fosse lì, fuori casa; tornaro­no e andarono ad ascoltarlo in piazza e si convertirono. Trovandosi a Comacchio cittadini di altre nazionalità, ognuno comprese la predica di Gaspare. A Belforte lin­gue di fuoco, come nella Pentecoste, scesero dal cielo su di lui e sul popolo. A Rieti, mentre predicava davan­ti al popolo, presente anche il vescovo, una misteriosa colomba volò splendente intorno al suo capo e poi, mentre parlava in duomo, un fulmine, improvvisamente e a ciel sereno, attraversò la volta del tempio, senza nuocere ad alcuno o portar danni.
Gaspare ebbe anche il dono di leggere nelle co­scienze, nel cuore e nella mente di molte persone, sve­landone gli intimi segreti. Non mancano in proposito molte testimonianze. Tale Teresa Spezzaferro dichiarò che, avvicinatasi al confessionale, prima che parlasse, il Santo le disse tutto ciò che lei aveva nel cuore e i se­greti intimi della sua vita. A quanti suoi figli missiona­ri lesse i pensieri più segreti! A Cannara, conversando con i missionari, ne additò uno e gli disse che egli avrebbe lasciato l'Istituto. Quegli confermò che lo sta­va pensando in quel momento. Predicando un giorno al­le Suore di Gesù e Maria di Albano, disse: «Quanti de­moni sono dentro e intorno a questo monastero!». Era vero. D. Tommaso Silvestri afferma: «Mi scoprì cose delicate della mia coscienza, che non avevo mai confi­date a nessuno». Alcuni asserivano di essere così certi che egli leggeva nelle loro coscienze, che ogni volta che dovevano incontrarlo, prima si confessavano. A Pievetorina disse al superiore di quella casa, indicando un parroco ostile all'Istituto: «Vi lascio un nuovo mis­sionario». Il superiore restò meravigliato. Partito Gaspare, quel parroco, che non aveva mai pensato di farsi missionario né di entrare in case religiose, gli chiese d'essere accolto in Congregazione.
Numerosi sono anche gli episodi che dimostrano come S. Gaspare avesse il dono del consiglio. Perciò, molte persone si affidavano alla sua guida spirituale o lo consultavano. A un sacerdote che voleva entrare nella Congregazione, Gaspare disse che era destinato ad altro incarico. Infatti, fu vescovo di Terracina. Co­nosciamo la storia della vocazione di D. Biagio Valen­tini. Nella missione di Cori consigliò a un giovane di farsi sacerdote, ma egli non l'ascoltò. Benché ricco, si ridusse in miseria ed ebbe molte traversie nella vita, come S. Gaspare gli aveva predetto. D. Ferdinando Angelici racconta che nel 1820 studiava filosofia e venne invitato a conoscere S. Gaspare, che si trovava a Pievetorina. Il Santo, leggendo nella sua coscienza, «l'aveva trovata un po' imbrogliata» e lo invitò a ri­manere per gli esercizi. Tornato ai suoi studi, decise di abbandonare la via del sacerdozio per diventar medico. In un nuovo incontro con Gaspare, questi gli disse con chiarezza: «Sarete medico di anime e non di corpi». Puntiglioso, tornò agli studi della medicina. Una mat­tina, però, si svegliò con le idee improvvisamente cambiate e si decise per il sacerdozio. Sappiamo già che D. Innocenzo Betti, desideroso di farsi cappucci­no, seguì poi il consiglio di Gaspare: si fece missiona­rio e ne fu contentissimo. A D. Filippo Berga, basilia­no di Grottaferrata, che volle uscire dal suo monastero per assistere la mamma, disse: «Rientrerete subito», predicendo così la imminente morte della mamma. A un giovane convittore che voleva lasciare l'Istituto, disse: «Se voi lascerete l'Istituto, vi troverete nelle pe­ne». Così fu. A una giovane prossima a sposarsi, disse:
«Sarete monaca». Quella, che non ne aveva la minima intenzione, si mise a ridere; di fatto non si sposò più e divenne suora.
D. Marcellino Brandimarte così narra: «Da qualche tempo meditavo di lasciare la Congregazione. Mi trova­vo nella Casa di Albano e cercavo di mantenere il se­greto. Notai però che il Servo di Dio aveva verso di me particolari premure e mi guidava con paternità singolar­mente affettuosa, come leggesse il profondo turbamen­to che mi agitava. Sicuro che sapesse tutto, gli manife­stai il mio proposito; mi consigliò di riflettere. Un gior­no, sul tramonto, mi condusse davanti alla chiesa dei Cappuccini, dove c'era una grande Croce. Mi fece am­mirare la bellezza del panorama, poi mi invitò a bacia­re la Croce; recitammo una preghiera, quindi mi disse:
"Vedete, figliolo, ho pregato molto. E volontà di Dio che restiate Missionario". Gli vidi gli occhi umidi di pianto e per ben tre volte, con voce accorata mi ripeté:
"Voi lasciate una croce d'oro e vi caricate di tante cro­ci pesanti, che non potrete portare". Mi commossi an­ch'io, ma fui irremovibile. Uscii e ne passai tante. An­dai anche a finire in carcere nel Sant'Uffizio».
D. Domenico Silvestri così racconta di se stesso:
«Essendo io suddiacono, il Servo di Dio mi disse che sarei stato missionario. Avendo io gravi impedimenti nel parlare, glielo feci notare, ma egli mi rispose che S Francesco Saverio avrebbe provveduto e mi avrebbe fatta la grazia di far missioni. Il che si verificò a punti­no». Un giovane allievo, dopo un anno che si trovava in Congregazione, volle uscirne. Gaspare, alla presenza del padre, fece del tutto per impedirglielo, predicendo che «avrebbe menato una vita angosciosa». Non fu ascoltato e, purtroppo, la triste predizione si avverò. Aveva poi il dono infallibile di distinguere quando cer­te manifestazioni provenivano da malattia o da posses­sione diabolica.
S. Gaspare ebbe il dono della profezia e previde in maniera chiara eventi futuri, tutti avverati nel corso dei tempi, anche molto lontani. Previde il futuro riguardan­te la sua stessa persona, come la previsione del suo grande patire. Predisse che non sarebbe arrivato alla vecchiaia e al suo servo Bartolomeo predisse che sareb­be morto dopo di lui e sarebbe stato lui ad assisterlo sul letto di morte e a rivestirne le spoglie. Predisse anche che sarebbe morto non appena gli avrebbero cavato sangue, come di fatti avvenne. Molte predizioni riguar­dano l'avvenire della Congregazione. Predisse con mol­to anticipo e dettagliatamente l'apertura della casa di Ancona. Il Valentini racconta che, essendo egli a letto molto malato, il Santo, che gli era accanto, portò il di­scorso su Ancona e gli predisse che egli, come suo suc­cessore, vi avrebbe aperto una casa. Fu, infatti, lui ad aprirla nel 1839, dopo la morte del Santo. Predisse grandi tribolazioni all'Istituto. Questo, infatti, fu aspra­mente combattuto con la chiusura di case, privazioni di rendite, soppressioni e calunnie verso i missionari. Queste predizioni si sono avverate anche in tempi a noi vicini. Ma il Santo ha fatto toccare con mano la sua protezione.
Il Merlini depose che il Santo, senza equivoci, gli predisse che sarebbe stato missionario e suo secondo successore. A Mons. Guglielmo Sillani, vescovo di Terracina, predisse che avrebbe rinunciato all'episco­pato e sarebbe divenuto missionario, come di fatto av­venne. Racconta il Fontana che, partendo dalla casa di Frosinone per S. Felice, gli consegnò del denaro per comprarsi un mantello. Avendogli egli fatto osservare che non ne aveva bisogno, perché l'aveva comperato da poco, Gaspare insisté dicendogli: «Ne avrete biso­gno, ne avrete bisogno». Lungo il viaggio gli rubarono il mantello. Il Canonico Moscatelli racconta che il Santo gli disse che l'avrebbe chiamato in aiuto a pre­dicare a Gaeta e vi sarebbe giunto per via mare dalla sua residenza di Terracina. Egli pensò che il Santo volesse scherzare, perché da Terracina a Gaeta ci si an­dava ordinariamente e comodamente per via terra. Quando invece fu chiamato assieme al vescovo Mons. Manassi, dovette andarvi proprio per via mare, perché la via abituale era stata allagata e resa impraticabile dai temporali.
Nel partire da una casa di missione avvertì i confra­telli che per nessuna ragione entrassero in cucina. Uno, per curiosità, disubbidì e trovò il cuoco così fuori di sé, che per poco non gli diede una coltellata. Racconta Mons. Pellei, vescovo di Acquapendente, che era passa­to il mezzogiorno, quando, stanco e affamato, arrivò a Frosinone. Ricordando che lì c'erano i missionari, suoi amici, si recò alla loro casa, senza preavviso, per rifo­cillarsi. Ebbene, appena suonato il campanello, fu Ga­spare stesso che gli aprì all'istante, come stesse aspet­tandolo. Il pranzo era pronto in tavola. Il vescovo si schermì, pensando fosse destinato ad altri, e rimase sor­preso quando senti che il pranzo era stato preparato proprio per lui e che non aspettavano altri. Alla supe­riora del monastero di Priverno consigliò di ammettere alla professione una giovane che soffriva di gravi con­vulsioni e che le imponesse il nome di Francesca Save­ria, perché sarebbe presto guarita completamente. Av­venne come egli aveva predetto. Questa giovane poi di­venne la fondatrice delle Adoratrici Perpetue del S. Cuore di Lugo, morta in concetto di santità.
All'infermo D. Nicola Maiorano predisse che non sarebbe morto della grave malattia che l'aveva portato sull'orlo della tomba. Guarì. Il vescovo di Foligno, Mons. Lucchesi, racconta che a Spello S. Gaspare fece pressione, perché si dessero gli ultimi sacramenti a un infermo a lui sconosciuto, pur non essendo quegli parti­colarmente grave; invece, morì il giorno seguente.
A Veroli, stando a ricreazione, fece cadere il discorso sul­la morte e chiese: «Chi di noi morirà per primo?». Ri­volto quindi ai due più giovani, D. Renzi e D. Agostini, disse loro di tenersi pronti. Entrambi morirono poco do­po, alla distanza di qualche mese l'uno dall'altro. Anche a Spello predisse a Luigi Fortini, che sembrava in buo­na salute, la morte imminente. A Frosinone, mentre sta­vano a tavola e infuriava il temporale, improvvisamen­te rivolto al Valentini, lo pregò di alzarsi subito e anda­re a prendergli un libro nella stanza accanto. Già s'era alzato un altro per andarci, quand'egli ordinò a tutti di stare al loro posto. D. Valentini s'era appena alzato, che un fulmine si abbatté dove egli era seduto, bruciando sedia e tovaglia. Predisse anche ad alcuni sacerdoti l'e­levazione alla dignità vescovile, come a D. Gregorio Muccioli. A Mons. Saverio Siniscalchi predisse l'epi­scopato «come una disgrazia». Infatti, dopo solo pochi anni dovette rinunciare alla sede di Sanseverino.
Altro dono fu quello della bilocazione. A Meldola, come abbiamo accennato, mentre predicava in piazza, fu visto contemporaneamente confessare in chiesa. Il fenomeno si verificò anche a Spello, sia durante una predicazione, sia anni dopo. Erano sorti gravi contrasti tra i Fratelli dell'Oratorio. Fu assodato con certezza che quel giorno e a quella stessa ora egli predicava in Ro­ma, eppure era lì a metter pace.
Il dono dell'estasi. In varie parti abbiamo accennato a episodi di estasi di S. Gaspare, ma possiamo dire che l'estasi gli fu quasi abituale. Sappiamo che dalla fan­ciullezza «era sempre unito a Dio e dopo la comunione la mamma doveva scuoterlo per farlo ritornare in se». Non era né finzione, né voluto atteggiamento, ma nella preghiera rimaneva come incantato. L'estasi avveniva quasi sempre davanti al tabernacolo o durante la cele­brazione della Messa, mentre pregava davanti al Croci­fisso o a qualche immagine della Vergine.
A Montalto lo cercavano con affanno, non essendo­si presentato con puntualità all'ora della predica. Lo trovarono poi dietro l'altare del Santissimo, assorto in preghiera. A Pereto, nel 1827, i sacerdoti, riuniti per ascoltare le sue conferenze, un giorno lo trovarono sol­levato un palmo da terra davanti al tabernacolo. Nella cappella delle Clarisse di Priverno, una suora lo sorpre­se immobile e raggiante davanti al tabernacolo. Andata da lui a confessarsi, gli chiese ingenuamente quante volte veniva rapito in estasi e quanto tempo queste du­ravano. Le rispose: «Sempre dobbiamo restare con Dio». Nel duomo di Todi, terminata la funzione e usciti tutti di chiesa, il sagrestano, agitando le chiavi, passò per la chiesa prima di chiudere. Lo vide estatico, fermo come una statua, davanti al tabernacolo. Lo dovette scuotere, perché egli non aveva sentito neppure il tin­tinnare delle chiavi. Più volte fu visto sollevato di qual­che palmo sulla predella dell'altare mentre celebrava, come a Campoli Appennino e a Pievetorina. A Gaeta, mentre predicava in piazza, fu visto sollevarsi dal pal­co. Spessissimo veniva rapito in estasi durante la medi­tazione e non solo in chiesa e in casa, ma anche lungo i viaggi, come attestano molti suoi missionari che lo vi­dero. Non di rado si vedevano, di giorno e di notte, uscire dalle fessure della sua camera raggi luminosissi­mi. Aprendo piano piano l'uscio o guardando dalla ser­ratura, lo vedevano in ginocchio e circonfuso da un grande chiarore davanti al Crocifisso.

I MIRACOLI
Via via, citando le principali località del suo aposto­lato, abbiamo anche narrato alcuni eventi straordinari; qui ne facciamo un breve riassunto, scusandoci delle immancabili ripetizioni.
Il Merlini ci riferisce alcuni fatti prodigiosi del San­to con questa premessa: «Dirò con l'angelico S. Tom­maso in modo comprensivo che il miracolo è quando avviene qualcosa al di fuori dell'ordine della natura... donde appare essere miracoloso ciò che è superiore alla forza della natura. Differisce dalla grazia in quanto que­sta, secondo Benedetto XIV, presenta una specie di mi­racolo, per qualche circostanza di tempo, luogo e per­sona. Racconterò dunque i fatti in quella maniera ap­punto che a me sono noti, senza niente aggiungere e niente levare e con quella circostanza che sono a me note». Cercheremo anche noi di imitare il Merlini, ci­tando i fatti che ci hanno tramandato il Merlini stesso e altre fonti estremamente attendibili. Ne riferiamo solo alcuni.
A Mergo una povera «rattrappita» si fa portare al confessionale di Gaspare, chiedendogli di guarirla. Egli le dice di farsi condurre a pregare davanti al quadro di S. Francesco Saverio. Guarisce prima che vi giunga. A Veroli, Antonia Calvani, che da anni soffre di «flussi di sangue» ed è stata dichiarata inguaribile dai suoi medi­ci, riesce, tra la folla, ad avvicinarlo e a toccare il lem­bo della sua veste; guarisce subito come l'emorroissa del Vangelo. A Priverno guarisce una giovane grave­mente malata al petto. Ad Ariccia il Santo procede por­tando la Croce da «piantare» a ricordo della missione. Una donna si accosta al Merlini con il bambino che non riesce a camminare. Il Merlini le dice di andare da Ga­spare. Il fanciullo si aggrappa alla veste del Santo. Il giorno dopo fu visto giocare e correre con gli altri bam­bini. Molti anni dopo il Merlini lo rivide guarito. A Co­ri una madre gli presenta la figlioletta «cionca»; il San­to la benedice e guarisce. A Mergo un uomo va a tro­varlo e lo scongiura di guarire il figliolo gravemente malato. Gaspare gli ordina di donare dodici vesti per i confratelli di S. Francesco Saverio e il figlio sarebbe guarito. Non appena le consegnò, il figlio guarì.
Nel settembre del 1824 fu chiamato dal parroco D. Felice De Benedictis al capezzale di un giovane mo­ribondo. Gaspare asperse con l'acqua benedetta di S. Francesco Saverio il malato e questi guari all'istante. Teresa Cecchini, malata di mente, fuggiva di casa, si strappava le vesti e commetteva stranezze; fu portata al suo cospetto. Egli la benedisse e fu guarita immediata­mente. Nel 1829 a Macerata Feltria guarì Federico Cor­radini, che, per la sua malattia mentale, s'era reso tal­mente pericoloso, da doverlo chiudere e tenere incate­nato in carcere. Il Merlini racconta la guarigione opera­ta da Gaspare a un fanciullo, che, feritosi gravemente a un ginocchio con la roncola, non avrebbe mai più potu­to camminare in vita sua. Il P. Barrera dei Dottrinari scrive che a Pontecorvo un suo alunno, che nulla rite­neva a memoria, allorquando Gaspare gli teneva le ma­ni sul capo, ricordava tutto. Fermò con mano benedi­cente un contadino che dal cavallo imbizzarrito stava per precipitare in un burrone. A D. Giambattista Pedini, che era a letto con alte febbri da vari mesi a Frosinone, comandò di alzarsi e partire immediatamente per Roma. L'infermo, senza fare alcuna rimostranza, ubbidì e guarì subito. Michele De Mattias di Vallecorsa nel 1827, non essendo riuscito a ottenere il permesso di piantare il ta­bacco in un terreno di sua proprietà, per non perder l'annata, vi piantò granturco. Quando il granturco era già cresciuto, il permesso arrivò. Ne parlò a S. Gaspare, il quale gli consigliò di distruggere il granturco e pian­tarvi il tabacco, perché avrebbe guadagnato di più. Seb­bene la piantagione fosse avvenuta in ritardo, il tabacco raccolto in quel fondo fu il migliore e il più abbondan­te di tutti gli altri coltivatori del luogo. A S. Felice di Giano erano rimasti senza vino in comunità; benedisse il barile vuoto e ne zampillò ancora ottimo vino per quindici giorni. Un'altra volta, sempre a S. Felice, era­no pure senza vino. Mentre pranzavano, improvvisa­mente videro entrare un asinello carico di due barili di vino. Era avvenuto che la bestia, trovandosi a passare nelle vicinanze della Casa di Missione, con uno stratto­ne s'era liberata dal padrone, aveva infilato il portone e si era presentata in refettorio, che era al pian terreno. Il padrone ne fu ben contento e disse: «Si vede che era volontà di Dio che donassi questo vino a Padre Gaspa­re». Bisognerebbe qui narrare le tante volte che il San­to ebbe preservata la vita dall'assistenza divina in occa­sioni di gravissimi incidenti della carrozza che lo porta­va, specie quando i cavalli si imbizzarrivano o impauri­vano. A Fabriano rimase illeso da... un bagno di acqua bollente, che una donna corrotta per odio gli gettò ad­dosso dalla finestra. A Todi un possidente gli sparò a bruciapelo, perché il Santo non volle rivelargli i segreti della confessione di un suo fattore. La pallottola gli cadde innocua ai piedi. Così nulla di male gli causò una bibita, nella quale era stato versato veleno a Meldola. A Forlimpopoli, racconta il Valentini, un terribile sicario, mandato da Forli a sopprimere il Santo, non appena alzò il braccio per vibrargli al cuore una pugnalata, sentì come una forza misteriosa che gli immobilizzò il braccio e il pugnale cadde a terra. Il sicario gli si gettò ai piedi, piangendo. Racconta D. Biagio Valentini: «Mi trovavo quale economo a S. Felice ed ero sprovvisto di danaro per gli acquisti e per giunta con molti debiti. La comunità era di venti persone e ne scrissi a Roma al Servo di Dio. Mi rispose che, se avessi avuto fede, avrei visto prodigi. Obbedii e aprii il cassetto alla pre­senza del fratello inserviente Alessandro Pontoni e nel­la ciotola, dove prima eravamo certissimi che fossero soli cinque paoli, trovammo cinque lucenti piastre ro­mane col conio di Pio VII». A Cesena, come racconta D. Angelo Primavera, c'erano debiti per cinquecento scudi, perciò non voleva accettare il superiorato. Ga­spare lo incoraggiò, dicendogli che la Provvidenza lo avrebbe aiutato. Ebbene, senza mai chiedere aiuto ai fe­deli, in soli undici mesi e senza nulla far mancare alla comunità, riuscì a estinguere il debito. «Umanamente parlando, conclude D. Primavera, il fatto ha dell'incre­dibile e solo la santità del Fondatore poteva operare questo miracolo». Un altro superiore attesta che aveva avuto dal Santo trecento scudi, quanti gliene occorreva­no. Pagate le spese, se ne trovò cento in più. Rivide i conti e, pensando che Gaspare si fosse sbagliato, gliene scrisse. No, non s'era sbagliato, gliene aveva dati solo trecento e il missionario tanti ne aveva pagati. Il Santo gli disse: «Ringraziamo Dio che vede il fine per cui si spendono». Narra il Merlini che a Cori il figlio del Conte Giuseppe Cataldi, Francesco, mentre bucava una candela, il chiodo o spuntone gli si infilò nel dito medio della mano, trapassandolo da parte a parte. Il Santo gli disse di recitare con fiducia tre Ave alla Vergine e lo esortò a portare ugualmente il pesante Crocifisso. Du­rante la processione gli cadde la fasciatura e poté con­statare che la grave ferita s'era del tutto rimarginata. Sempre il Merlini narra, per averlo sentito da D. Fran­cesco Pierantoni, che a Fiammenga Gaspare diede al parroco la reliquia di S. Francesco Saverio, perché si recasse a benedire una donna che soffriva di inguaribili emorragie e quella guarì.
«Intesi dire - dice il Merlini - che ad Ariccia, nel 1821, una donna stava inchiodata a letto, né si poteva muovere. Mi ricordo che in tale circostanza il Servo di Dio benedisse un'immagine di S. Francesco Saverio e la mandò all'inferma, facendole dire che si fosse porta­ta alla missione. Ella vi andò da sola». «In Alatri, in oc­casione d'un ministero, un ragazzo guarì da un male che teneva al piede, lavandolo con l'acqua di S. Fran­cesco Saverio benedetta dal Servo di Dio». «Chiamato che io fui dal Servo di Dio mentre trovavami a Sermo­neta, per il viaggio fui morso in una gamba da certi in­setti. La gamba mi si gonfiò, in modo che a grandi sten­ti giunto qui in Albano, potevo camminare. Vi feci dei bagnoli... Il Servo di Dio mi voleva far camminare per la camera, ma io gli dissi che non potevo. Disapprovò i bagnoli... gli dissi che mi avesse benedetto il piede con la reliquia di S. Francesco Saverio. Dopo la benedizio­ne... camminai liberamente, né sentii più alcun incomo­do». Il Merlini dice ancora: «D. Biagio Valentini mi ha narrato che D. Pasquale Aloisi si presentò al Servo di Dio per essere accettato in Congregazione. Ma egli mal si reggeva appoggiato col bastone ed era di qualche età. Il Servo di Dio lo prese per un braccio e D. Biagio per l'altro e così lo fece camminare per la camera. Il fatto fu che cominciò a reggersi senza bastone... e poi cam­minò liberamente... Parmi che il Servo di Dio dicesse a me che San Francesco Saverio gli aveva fatta la gra­zia».
In un paese della Romagna, durante la missione, es­sendo tempo di vendemmia, borbottavano contro Gaspare, perché i contadini, per andare alle prediche, lasciavan di raccoglier l'uva col rischio che qualche temporale la danneggiasse. Gaspare assicurò, invece, che le prediche non avrebbero causato alcun danno. Al­cuni, fidandosi della parola del Santo, frequentarono le funzioni, altri no; anzi, si diedero a ostacolare. Terminò la missione e terminò la vendemmia, col risultato che il raccolto di coloro che gli si eran messi contro fu molto scarso; gli altri, invece, ne raccolsero il doppio degli anni migliori e di prima qualità.
Quante volte, pur essendo seriamente malato, intra­prese viaggi disastrosi e predicò missioni e «si ritrovò improvvisamente guarito». A chi si congratulava con lui, rispondeva: «Non si possono abbandonare le anime in peccato». D. Beniamino Romani dice che, vergo­gnandosi di apparire in pubblico, perché non sapeva co­sa dire, Gaspare gli metteva in testa la sua berretta e non solo non trovava più alcun timore e difficoltà a pre­dicare, ma le sue prediche erano di grande effetto. Un curioso episodio narra, a proposito della berretta del Santo, D. Aloisi. Anche lui non riusciva a vincere la paura di parlare al pubblico; allora S. Gaspare gli re­galò la sua berretta e, con quella in capo, tutto andava bene. Una volta però, prima di salire sul palco, sbagliò berretta e mise la sua. Non riuscì ad aprir bocca. Mandò in sacrestia a prendere quella di S. Gaspare, se la pose sul capo e «le parole uscivano da sole». Anche altri missionari attestano che, portando la berretta o la fascia o il Crocifisso del Santo, non trovavano alcuna diffi­coltà nella predicazione.
Era molto premuroso verso i confratelli e pareva che la sua mano taumaturgica fosse a loro disposizione.
Aggiungiamo qualche altro episodio a quelli narrati in proposito. D. Beniamino Romani racconta che Gaspare lo pregò di andare a tenere una missione a Civitavec­chia. Gli fece osservare che pochi giorni addietro aveva dato sangue dal petto e che si sentiva molto male. Egli lo cinse con la sua fascia e gli mise il suo Crocifisso sul petto. Non solo tenne la faticosa missione a Civitavec­chia senza alcun danno e in piena forma, ma andò an­che a predicare, sempre per suo comando, l'intero mese di maggio a Vallecorsa. D. Giovanni Merlini, affetto da sordità, per le preghiere di Gaspare ottenne che potesse udir bene nel confessare e nei colloqui di spirito. Un giorno in Albano, mentre i missionari erano in ricrea­zione dopo il pranzo, giunse la notizia che D. Fontana era moribondo. Ne diede comunicazione ai presenti e aggiunse: «Andiamo a pregare per lui la Vergine», e tut­ti si portarono in chiesa. Si seppe, dopo qualche giorno, che il malato cominciò a migliorare proprio in quella stessa ora; poi guarì del tutto. Anche D. Angelo Primavera venne guarito da grave male allo stomaco, mangiando cibo benedetto da S. Gaspare. Avveniva spesso che i missionari, specie durante la predicazione in sua compagnia, ammalatisi anche seriamente, veniva­no da lui guariti e potevano continuare la predicazione.
Purtroppo, come abbiamo già narrato, non mancaro­no talora anche i castighi divini contro coloro che ostacolavano il suo ministero o gli facevano del male. Ba­sta richiamare alla memoria cosa successe ai settari di Forlimpopoli, come abbiamo narrato a suo tempo.
Sono solo quelli che abbiamo narrato i grandi doni, di cui Dio arricchì questo suo Servo prediletto? Sono solo questi i miracoli e i fatti prodigiosi che egli ha operato per i meriti del Sangue di Cristo? Certamente no! Egli era umilissimo e cercava di nascondere questi privilegi, ritenendosene indegno e grande peccatore. Ri­fuggiva sempre dalle lodi umane e cercava sinceramen­te di mettere in evidenza i suoi difetti. Anche per que­sta sua umiltà egli fu esaltato da Dio, che innalza gli umili e abbatte i superbi.
Passiamo ora alla narrazione di quei miracoli, che, esaminati con scrupolo e rigore scientifico dalla Chiesa, lo portarono agli onori degli altari.

NELLA GLORIA DEI CIELI E SUL TRONO DEGLI ALTARI
Nella nostra narrazione, costretti dalla brevità che ci siamo imposta, abbiamo potuto e dovuto limitarci a ra­pidi accenni sulle preclari ed eroiche virtù del Santo, sui doni soprannaturali, sui fatti prodigiosi e sui mira­coli da lui operati in vita e dopo la morte.
La fama di santità da lui goduta in vita, dopo la morte crebbe vistosamente; anzi, possiamo dire che ingigantì e varcò i confini d'Italia e d'Europa, moltipli­cando il numero di coloro - popolo, cardinali, vescovi, autorità, personaggi di grande prestigio - che desidera­vano il riconoscimento ufficiale e solenne della Chiesa con la elevazione agli onori degli altari.
Sappiamo che la Chiesa, giustamente, fa passare degli anni prima di dare il suo giudizio sulla santità di un Servo di Dio e chiede la conferma dei miracoli. Prima esamina rigidamente 1'eroicità delle virtù, attra­verso documenti e testimonianze giurate; poi, con al­trettanto rigore, anche tramite una specifica commis­sione medica e vari controlli della Congregazione per le cause dei Santi, vaglia i miracoli attribuiti ai Servi di Dio. Al tempo dei processi canonici di Gaspare si richiedevano quattro miracoli: due per la beatificazio­ne e, dopo la beatificazione, altri due per la canoniz­zazione.
Il 19 marzo 1891 Leone XIII emise il Decreto col quale si riconosceva che il Ven. Gaspare Del Bufalo aveva esercitato le virtù in grado eroico.
Pio X ne decretò la solenne Beatificazione il 29 agosto 1904, dopo che il 29 maggio ne aveva approva­to i due miracoli necessari, e il 18 dicembre 1904 pro­cedé con grande solennità alla sua beatificazione nella Basilica Vaticana. Narriamo ora i due miracoli approva­ti per la beatificazione.
Il primo avvenne nella persona del pastore Ottavio Lo Stocco di Lenola (Latina) nel 1838, cioè appena un anno dopo la morte del Santo. Fin dall'infanzia Ottavio era andato soggetto a diverse gravi infermità, perciò crebbe gracile e di salute molto cagionevole, specie al petto. Anche a causa del suo mestiere di pastore, che lo esponeva a intemperie e disagi, il mal di petto si ag­gravò, portandolo in punto di morte. Fu visitato da me­dici di grande valore, tra i quali il Dott. Notarianni Francesco Antonio, uno dei più celebri dell'epoca, il quale sentenziò che la tisi, con altre gravi complicazio­ni, era arrivata allo stadio più acuto e quindi non si po­teva sperare più nulla dalla scienza. Fu il suo parroco che, vedendolo vomitare addirittura pezzettini di pol­mone, lo invitò a rivolgersi con fede e speranza al Ven. D. Gaspare Del Bufalo. Riunita la famiglia in preghie­ra, fece inghiottire al malato una reliquia del Venerabi­le. Già nella nottata, cosa straordinaria che non avveni­va da molto tempo, cessata la tosse, dormì un sonno tranquillissimo e ininterrotto. L'indomani si levò dal letto e il suo medico curante, chiamato per un control­lo, con suo grande stupore, lo trovò sanissimo.
Non meno stupendo è il secondo miracolo, avvenu­to nel 1861 in Albano Laziale nella persona di Clemen­tina Masini. La poveretta fu colpita da «peritonite essu­dativa cronica, poi divenuta acuta e seguita da infezio­ne purulenta nello stesso peritoneo, avendo forma di ci­ste, con perforazione delle parti addominali e del sotto­posto intestino». Il male andava di giorno in giorno peggiorando, senza che «medici di grido» potessero fa­re altro che dichiararne impossibile la guarigione. Ema­nando un grande fetore, fu abbandonata dal marito e dai parenti, sicché, ridotta alla disperazione, si fece condur­re alla chiesa di S. Paolo, dove era sepolto il Ven. Ga­spare Del Bufalo, e si adagiò sulla sua tomba. In quella posizione trovava sollievo, tanto che non avrebbe volu­to andarsene mai da lì. Da notare che nel suo letto, nella stessa posizione, il dolore non si calmava. Notte e giorno non faceva che invocare l'aiuto del Ven. Gaspa­re. Ingerì la sua reliquia, finché, la notte del 21 gennaio 1861, il Servo di Dio le apparve vestito da missionario e, alle sue disperate invocazioni, le toccò con lo sbor­done la parte malata, dicendole: «Su, o donna, non aver timore, ché domani mattina ti alzerai e non avrai più niente». A quelle parole, fiduciosa, si assopì pregando. Al mattino si risvegliò del tutto sana.
A cinquanta anni dalla beatificazione il grande pon­tefice Pio XII, romano di nascita come Gaspare e di lui grande devoto, la sera del 12 giugno 1954, dopo aver approvato egli stesso nel maggio dello stesso anno gli altri due miracoli, lo proclamò Santo nel fasto della ce­lebrazione pontificale in Piazza S. Pietro.
Il primo miracolo approvato per la canonizzazione avvenne nella persona di Francesco Campagna, di Cam­poli Appennino, dove il Beato era molto venerato e se ne celebrava ogni anno la festa con grande solennità, perché, come sappiamo, egli vi era stato a predicare e vi aveva anche operato dei prodigi. Il giovane era a letto da qualche tempo, colpito da bronco-polmonite e me­ningite acuta, e i medici ne avevano preannunciata la fi­ne imminente. Aveva solo venti anni. Il 19 maggio del 1929 la statua del Beato Gaspare, portata in processio­ne, passava proprio sotto il balcone della stanza, dove giaceva il malato. Questi, nel sentire il canto dei devoti, divincolandosi improvvisamente dalla stretta dei pa­renti, che, vedendolo così agitato, temevano qualche ge­sto insano, si lanciò verso il balcone e, inginocchiatosi, cominciò a gridare: «Grazia, grazia, Beato Gaspare!». Al suo grido fece eco quello di tutto il popolo: «Grazia, grazia, Beato Gaspare!». Passata la processione, fu ri­condotto a letto, dove cadde in un sonno lungo e profondo, dal quale si ridestò guarito.
Il secondo miracolo avvenne nel 1934 a Sezze Ro­mano, nella persona di Orsola Bono vedova Pontecorvi, madre di due Suore Adoratrici del Sangue di Cristo, di un sacerdote, D. Francesco, e di un allievo missionario di S. Gaspare, Ciro. Il cognato della Bono, D. Ciro Pontecorvi, era missionario del Preziosissimo Sangue e arcivescovo di Urbino. Nel gennaio del 1934 la Bono fu colpita da tumore maligno all'addome. Nell'allora Ospedale del Littorio, in Roma, il primario si rifiutò di operarla, data la gravità del male, e la rimandò a «mo­rire a casa». I figli le fecero inghiottire una reliquia del Beato Gaspare e insieme con la malata iniziarono a pre­garlo con fede e speranza. Era arrivata al punto da non ritenere neppure i liquidi e da restare quasi del tutto pa­ralizzata. Nel momento più grave del male, nella notte del 23 o 24 maggio, vide ai piedi del letto la figura di un sacerdote, che scambiò per il figlio D. Francesco; lo chiamò per dirgli che stava molto male. Era invece il Beato Gaspare, che le disse: «Non sono D. Francesco, ma il Beato Gaspare. Coraggio, fra poco sarai guarita». Così fu, perché al mattino, tra lo stupore e la gioia di tutti, lasciò il letto, completamente sana.
Molti, nell'apprendere la narrazione di tanti prodigi, rimangono scettici e cercano nelle forze misteriose del­la natura la spiegazione di essi. Chi ha fede, china la fronte ed esalta la potenza di Dio, creatore di ogni cosa e, quindi, padrone di sospendere o cambiare anche le leggi della natura, perché l'uomo ne tragga beneficio e i suoi santi ne siano esaltati.

IL MESSAGGIO DI S. GASPARE
Leggere la vita di un santo e recitargli una preghie­ra non basta per essere veri suoi devoti, se non si rece­pisce anche il suo messaggio.
Tutti i santi, prima di essere protettori dell'umanità, ne furono i maestri. Vi sono i grandi dottori della Chie­sa, i santi della carità, i grandi apostoli. Ognuno di essi con le sue virtù eroiche, con la sua azione e con la sua parola ci ha trasmesso anche un proprio messaggio.
Qual è il messaggio di S. Gaspare?
Egli è stato un santo dall'azione poliedrica, ma il suo segno distintivo è il Sangue di Cristo, cioè il pegno più grande che Dio ci abbia dato dell'amore che nutre per noi. In noi, dunque, dopo la lettura pur breve della vita di S. Gaspare, deve rimanere la visione di un santo che visse, operò e soffrì nel Sangue e per il Sangue di Cristo.
A quel Sangue Prezioso ispirò la sua profonda spiri­tualità. Cercò di rendersi sempre più simile al Cristo Crocifisso, accettando nella fede inaudite sofferenze e contrarietà come espressioni misteriose della volontà divina. In un gemito di desiderio inappagato, si lamen­tava: «Non ho ancora amato il Crocifisso sino all'effu­sione del mio sangue».
Da quel Sangue Prezioso S. Gaspare fu infiammato di vivo zelo per la salvezza delle anime. Comprenden­do il valore di ogni anima, costata a Gesù tutto il suo Sangue, Gaspare a sua volta bruciava dal desiderio di portare a Lui tutti coloro che ne erano lontani per il peccato. Sentiva vivamente nel cuore la stessa sete ar­dente di Cristo sulla croce: «Sitio! Ho sete!». Ha avuto sempre sete delle anime e dei corpi sfigurati dei fratel­li, per i quali il Padre non aveva risparmiato il proprio Figlio.
Gaspare, fissando il suo sguardo di amore sul San­gue di Cristo, ci dà la misura dell'amore e della poten­za salvifica che può accumulare una persona che si la­scia conquistare dal Sangue di Cristo.
Orbene, la voce di Gaspare non si è spenta e giam­mai si spegnerà, anzi si moltiplicherà, se i suoi figli missionari e i suoi devoti sapranno accogliere in sé e tramandare di generazione in generazione il suo mes­saggio: il Sangue di Cristo, sorgente e forza della san­tità cristiana.


SAN GASPARE VI ASPETTA IN ALBANO
Invitiamo i devoti a visitare i Santuari di Roma e Albano Laziale. Siamo certi che queste visite, se compiute con devozione, saranno di grande conforto al vostro spirito. Questi Santuari non sono luoghi chiassosi di folle turistiche e di curiosi; chiese belle e sem­plici invitano al raccoglimento e alla preghiera. Nessuno - così ci ha detto chi le ha visitate - è partito da quelle Urne senza essere confortato e sentire nel cuore riaccendersi la speranza.



IL VENERABILE GIOVANNI MERLINI A ROMA
Tanti sono i pellegrini che raggiungono Roma per venerare e pregare nella chiesa di S. Maria in Trivio, Piazza dei Crociferi (Fontana di Trevi) che custodisce le reliquie del Ven. Merlini.

Desideriamo tutti vedere il Ven. Merlini elevato agli onori degli altari. Invochiamo con ferventi preghiere la sua intercessione.

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Nell'elencare libri ed oggetti di devozione avvertiamo che non siamo un'azienda commerciale, ma trattandosi solo di libri ed oggetti sacri, non sempre reperibili nei comuni negozi, noi li richiederemo ai produttori per favorire i devoti del Santo. Molti di essi vengono anche inviati gratuitamente ai nostri Benefattori più generosi.

Per la pratica della devozione al Preziosissimo Sangue e alla Regina del Preziosissimo Sangue
Mese di Luglio in onore del Prez.mo Sangue (rilegato)
Nel Sangue dell’Agnello libro di preghiere in onore del Prez.mo Sangue, della vergine, di S. Gaspare e per i defunti (rilegato)
Corona Rossa e libretto per la recita della coroncina del Prez.mo Sangue
Mese Mariano in onore della Regina del Prez.mo Sangue (rilegato) con corona del rosario pagella dei Misteri.

Spiritualità del Preziosissimo Sangue

Spiritualità del Preziosissimo Sangue
Il Sangue di Cristo L Giordani
Sangue di Cristo sacramento della nostra redenzione R Spiazzi O.P
Il Sangue di Cristo nella letteratura latina prima dell'anno 1000 JH. Kohhng
La devozione del Sangue di Cristo P. Natale da Terrinca
Sanguis Christi A.G. Gaetano da Craz Fernandez (in italiano)
Sangue e antropologia biblica 2 vol. di complessive pagine 1.000 circa

COSA REALIZZANO I MISSIONARI DI S. GASPARE NELLE LORO MISSIONI?
Con il loro impegno di la­voro quotidiano sono nate delle grosse comunità cri­stiane; la gente partecipa numerosa alla liturgia per­ché ha conosciuto e accol­to il vangelo. La condizio­ne sociale è migliorata, hanno portato l'acqua, i dispensari, scuole, casa e lavoro per tante famiglie. Senza di loro la vita sareb­be più difficile per tanti bambini, anziani, poveri. I missionari sono gli unici a restare accanto alle vittime dell'odio fratricida, armati soltanto della fede e dell'amore verso i poveri che non abbandonano perché questa è la loro missione. Il missionario è mosso solo da una grande fede. È questa che lo ha chiamato e lo rende cosciente e fiducioso. Ha fatto una scelta di fede e non avrà più altri interessi.

Il Ven. Merlini e la spiritualità del Preziosissimo Sangue

Il divin Sangue negli scritti del romano B. Gaspare del Bufalo A. Rey - pagine 232
Giovanni Merlini 24 ore al giorno M. Colagiocanni
Lettere a Maria de Mattias G. Merlini - (2 vol.)
Gaspare del Bufalo G. Merlini
Il Sangue di Cristo, dono dell'amore divino R. Bernardo
Il Merlo vola alto vita del ven. Merlini - R. Bernardo
Il mistero del Sangue di Cristo A. Prevedello 2 volumi, copertina a colori, di complessive 1.450 pagine
I fioretti di San Gaspare R. Bernardo Moltissimi brani del suo diario, scelti con cura, che trattano il tema del Sangue di Cristo. È tutto un inno al Sangue di Gesù! Sr. Antonietta è una vera mistica nella cui lettura e come immergersi nello stesso Sangue di Cristo e sentirsene inebriati, rinnovati e guidati per quella via luminosa che conduce alla nostra immedesimazione col Cristo.

Il nostro numero di Conto Corrente postale 766006 intestato a:
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Tel.: 06/9325755 - 06/9322178 - 06/9320175 - FAX 06/9325756



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